La rivoluzione dimenticata

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Riflessioni ispirate dalla lettura di “La rivoluzione dimenticata – il pensiero scientifico greco e  la scienza moderna” di Lucio Russo

“La rivoluzione dimenticata” è un libro uscito 12 anni or sono (novembre 1996) che ha dato il via ad un certo dibattito tra gli storici della scienza: la tesi del prof. Russo è che, a dispetto della vulgata corrente e dei pregiudizi calcificati nell’insegnamento scolastico e universitario, il pensiero scientifico ellenistico avesse raggiunto livelli, sia nel metodo che nei risultati, tanto maturi da non essere pareggiati dalla nascente scienza moderna non solo prima di Galileo e Newton, ma in certi casi persino prima del XIX secolo.

Il prof. Russo argomenta con la competenza scientifica propria della sua formazione fisico-matematica, abbinata ad una perizia filologica e ad un “senso del tempo” proprio degli storici, con cui mette continuamente in guardia contro i pericoli del comprimere in un amalgama indifferenziato quasi un millennio di pensiero antico, da Talete a Tolomeo: una combinazione rara da trovare e che posiziona il libro tra le importanti opere multidisciplinari della saggistica recente, quali ad esempio quelle di Jared Diamond.

Se cito il famoso biologo-antropologo-biogeografo (troncando abbastanza presto la lista degli appellativi che potrebbero essergli attribuiti), e se parlo del libro del prof. Russo in questo ambito, è perché col tempo “La rivoluzione dimenticata” ha acquisito altre implicazioni oltre a quelle, più immediate, dibattute tra gli epistemologi e gli storici della scienza. Col senno di poi, quello in cui certi concetti e vocaboli sono diventati ricorrenti e certe categorie fondamentali, ci si accorge che il libro del prof. Russo parla di un picco della conoscenza, di un brusco stop ad un sistema scientifico-tecnologico che andava formandosi e di un lento declino seguito dai primi segnali di una ripresa almeno altrettanto lenta.

Non ho le competenze per una trattazione organica delle riflessioni ispirate dalla lettura, né ci sarebbe spazio a sufficienza. Mi limito quindi ad elencare alcuni spunti.

A dispetto della visione tradizionale degli ultimi tre secoli a. C. come un periodo di passaggio, in parte anche di decadenza, dalla Grecia classica verso la sintesi greco-romana dell’età imperiale, il prof. Russo puntualizza costantemente il netto scarto culturale tra la fase ellenistica propriamente detta e il periodo della dominazione romana sul Mediterraneo, ponendo come data non solo simbolica la persecuzione della classe dirigente greca ad Alessandria da parte di Tolomeo VIII detto Evergete II, nel biennio 145-144 a. C.: una netta cesura dell’attività scientifica del principale centro di produzione del sapere, con una motivazione politica (la vendetta contro gli oppositori) che richiama alla mente l’interruzione delle esplorazioni navali da parte dell’imperatore Ming al tempo di Zheng He (un fatto che Diamond porta ad esempio di come le decisioni di un forte potere centralizzato riescano ad avere influenze anche a lungo termine sullo sviluppo di una civiltà), a cui si associa il probabile appoggio, se non ispirazione, da parte della Repubblica romana in piena fase espansionistica – è di questi stessi anni la distruzione di Cartagine e la conquista della penisola greca. È evidente come i romani temessero una dirigenza quasi tecnocratica che aveva fatto la fortuna, politicamente ed economicamente, dell’Egitto tolemaico.

Questo ruolo determinante di un’élite scientifica contrasta con l’immagine di un sapere avanzato ma del tutto disinteressato alle applicazioni pratiche e tecnologiche. È un ritratto figlio in parte della mancanza di testimonianze e della lacunosità delle ricerche in merito, in parte del fallimento del dialogo tra la storiografia, la filologia e le scienze, in parte del senso di eccezionalità dell’uomo moderno che si sente parte di un progresso necessario ed in continuo avanzamento. Ritrovamenti come il meccanismo di Anticitera, però, mostrano quanto le nostre conoscenze su quel periodo siano tutto sommato scarse, se un oggetto così complesso risulta tanto fuori posto da essere stato accusato di essere una falsificazione. Il prof. Russo mostra come sia avvenuto un appiattimento di prospettiva che ci ha portato a ritenere che l’eolipila, il giocattolo a vapore di Erone, uno studioso molto inferiore per caratura rispetto ad Archimede, Euclide e Ipparco, e ad essi successivo almeno di 3 secoli (quanto noi rispetto a Newton), potesse essere “l’ultimo ritrovato della tecnica” di una civiltà capace di ben altri risultati in tutti i campi limitrofi del sapere. Il punto cruciale è nella credenza quasi teologica che i testi rimasti dalla selezione millenaria e multicausale siano i più rappresentativi della cultura antica, quasi che una mano invisibile guidi la combinazione tra le innumerevoli manifestazioni del caso e le molteplici vie percorse dalla memoria collettiva.

Il prof. Russo evidenzia questa fallacia, e dimostra come già dall’inizio dell’era imperiale fosse iniziata una selezione sui testi e soprattutto sui risultati dovuta principalmente alla perdita del concetto di teoria scientifica che era stato alla base di tali scoperte. Intellettuali noti come Plinio o Seneca appaiono nani al confronto coi predecessori che citano senza evidentemente comprendere, da una parte aprendo la via alla riscossa della superstizione e delle discipline magiche, dall’altra portando sulla scena il fattore di selezione principale, l’utilità. Vengono così tramandate, paradossalmente con l’assunto dell’avversione per le applicazioni pratiche delle scoperte scientifiche, proprio quelle scoperte che le hanno più immediate, a portata di un mondo più rozzo e decisamente prescientifico come quello romano: e qui sta il doppio volto della fallacia suddetta, ovvero il pretendere che il parametro dell’utilità sia universale e di fatto astorico, e che la favoletta di questi greci così dannatamente nerd spieghi la presunta assenza di macchine complesse nell’antichità meglio dei tentativi di ricostruire un percorso storico in cui tali macchine siano state, ad un certo punto, relegate al rango di curiosità da luna park imperiali, quando non dimenticate prima di tornare in Europa grazie agli arabi. La continuità fra la scienza ellenistica e quella moderna dei secoli XVI, XVII e XVIII è però dimostrata più volte, si potrebbe dire, al di là di ogni ragionevole dubbio, puntualizzando come da Copernico, a Keplero, a Galileo, a Newton, si cercasse esplicitamente di recuperare le fila e ricostruire un sapere che era giunto solo in modo parziale: il prof. Russo evidenzia, a costo di cadere nella lesa maestà, come talvolta i padri della scienza moderna citino direttamente i grandi scienziati antichi senza peraltro arrivare a capirli fino in fondo, restando cioè un passo indietro rispetto ad essi.

Questa prospettiva ha delle conseguenze di rilievo. La prima è che nella ricerca di confronti con le civiltà passate, alla ricerca di similitudini e dinamiche ricorrenti che possano spiegare meglio l’evoluzione della nostra, ci si è forse concentrati troppo poco su quella ellenistica, distinta da quella dominatrice di Roma e dal suo appetibile e paradigmatico crollo di gibboniana memoria. La cultura greca successiva all’impresa di Alessandro Magno associa elementi moderni quali un pensiero scientifico maturo e, secondo Russo, al centro dell’evoluzione politico-economica, alle dinamiche di fusione tra culture ed etnie diverse in un modo ben più virtuoso delle spinte centrifughe tardo-imperiali a cui, per analogia, si è usato spesso accostare la relazione tra l’impero USA e il mondo, limitandosi troppo ad una visione conflittuale e tralasciando l’analisi, come invece preme a Serge Latouche, delle culture locali assorbite da una koinè grecofona allora e anglofona adesso. In più, la storia della “rivoluzione dimenticata” è sicuramente la prima pietra di paragone per valutare il destino di un corpus di sapere scientifico avanzato nel crollo del mondo che lo aveva partorito e nel declino di quello che lo aveva, in qualche modo, adottato.

Un altro aspetto sta nell’incipiente trasformazione del sistema economico ellenistico, poi troncato dalla conquista romana. Il prof. Russo si guarda bene dal definire capitalistico il modo di produzione dell’epoca, che comunque aveva diverse caratteristiche simili a quelle dei secoli della rivoluzione industriale (e in modo illuminante evidenzia come l’immagine più viva dell’industria moderna, la fabbrica di “Tempi Moderni” di Chaplin, sia popolata di elementi meccanici noti fin dall’ellenismo), ma non evita di affrontare il problema, anche ad esempio in chiave urbanistica, giustificando la nascita di una pianificazione urbana con la mutazione del ruolo della città non più esclusivamente centro di consumo e di amministrazione, ma anche di produzione economica. Mostra esplicitamente come quel periodo risulti quasi una parentesi nel modo di produzione schiavistico della Grecia classica prima e di Roma poi, ma (comprensibilmente, visto che si trova già ai confini dell’ambito che ha scelto per la sua trattazione) si ferma prima di coniugare questo aspetto, e in generale l’ottica “economica”, alla questione della domanda di energia con le fonti naturali – forza animale, energia idraulica, energia eolica – trattate altrove per dimostrare l’esistenza di macchine ad elevata efficienza. L’impressione, anzi l’affascinante idea che si fa avanti sulle prime, è quella di un mondo complesso, a tecnologia avanzata, dannatamente simile al nostro perché nostro diretto ascendente, basato praticamente su fonti rinnovabili. Ma è un mondo che sembra comunque anticipare dei risvolti della civiltà moderna, ad esempio nella trasformazione dell’ambiente: nei carotaggi del ghiaccio groenlandese, al livello relativo alla prima età imperiale, risulta un picco dell’inquinamento da piombo e da rame, forse uno dei primi esempi tangibili di un effetto a lungo raggio dell’attività antropica; o, soprattutto, nelle dinamiche di crescita: Russo cita il caso del boom demografico dell’Egitto ellenistico, che da 3 milioni di abitanti, grazie ad un sfruttamento più avveduto del terreno, toccò quota 8 milioni, incidentalmente pari alla popolazione prevista (ma non ancora raggiunta nuovamente) all’inizio del 1800 con un utilizzo ottimale delle risorse mediante la tecnologia del tempo.

Ci troviamo quindi davanti ad una società vicina a noi, in condizioni al contorno (clima, territorio, risorse) quasi identiche, ma priva di molte incrostazioni ideologiche spesso ringraziate o accusate, a seconda delle idee di chi parla, dello sviluppo sostanzialmente incontrollato che appare oggi pericoloso e insostenibile: dallo spirito protestante del capitalismo all’idea di progresso necessario, all’imperativo demografico biblico (anzi, in generale si tratta quasi di una civiltà di fatto agnostica, al di là del mantenimento cerimoniale dei culti). Ma basandosi sulla ricostruzione del prof. Russo sembra quasi una falsa partenza, fermata solo per motivi contingenti più che strutturali, dell’esperimento in cui noi, adesso, ci troviamo immersi. Pare anzi essere il momento in cui si genera gran parte di quel sapere e di quei risultati pratici a cui si abbevereranno, in misura diversa, tutte le culture europee e mediorientali nel momento in cui uscirà il loro numero nella lotteria della Storia per trasformarsi in civiltà (romani, arabi, europei tardo-medioevali).

Non possiamo sapere “cosa sarebbe successo se” Tolomeo VIII Evergete II non avesse distrutto l’élite greca di Alessandria, o più appropriatamente se in generale non fosse sorta a breve distanza una civiltà concorrente solida come quella romana. Sono tipo di domande che spesso più che giustamente si rifuggono, qualora siano poste per costruire castelli in aria o utopie pericolose: ritengo però che abbia senso porsele quando servono per mettere in discussione fattori in gioco poco evidenti e instillare la sana pratica del dubbio.

Forse i cenni di crescita e sviluppo di quel periodo, proseguiti per un certo tempo sotto i Cesari grazie anche al retaggio di quella tecnologia, avrebbero raggiunto uno stato stazionario? Avrebbero evitato il “salto” all’uso massiccio dei combustibili fossili? O il sapere scientifico, oltre un certo livello, è un amico mortale che eutrofizza l’alga fino a soffocare lo stagno, a prescindere da ciò che in ultima analisi lo alimenta, che siano fonti rinnovabili o carbone e petrolio?
Nel linguaggio della teoria dei sistemi: se la scienza di tipo ellenistico-occidentale comporta un elevato guadagno del sistema, probabilmente con dinamiche di feedback positivo sul progresso della scienza stessa, dove sta il meccanismo di controllo che rende stabile il sistema?

(articolo pubblicato originariamente sul blog ASPOItalia)

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Riserve di energia solare

©Darrel Ronald - CC BY-NC-ND

After Carthage was defeated in the Second Punic War (ended 201 B.C.), Rome was the most powerful state in the Mediterranean basin. Soon she was at war with Macedonia and Syria, successfully in both cases. Now Rome’s wars started to become truly profitable. Increasingly the conquered peoples underwrote the costs of further expansion. These were societies powered entirely by subsistence agriculture, that is, by solar energy. There was not much ancient societies could do to store extra solar energy except to turn it into something durable. This they did by turning surplus energy into precious metals, works of art, and people. When the Romans conquered a new people, they would seize this stored solar energy by carrying off the same precious metals and works of art, as well as people who would be enslaved. Centuries of solar energy that had fallen on Mediterranean lands were seized and transported to Italy, making Rome the most magnificent city of the ancient world.
It its worthwhile to pause in our narrative and emphasize this point. The Romans’ strategy of growth was to capture and use stores of past solar energy, stores that they did not have to create themselves. This is the same as we do today with fossil fuels. Nature had stored the past solar energy for us, whereas for the Romans it had been stored by the peoples they conquered. Both we and the Romans financed our growth with a subsidy that we did not have to produce ourselves. [...]
One of the problems of being an empire is that eventually you run out of profitable conquests. Expand far enough and you will encounter people who are too poor to be worth conquering, or who are powerful enough that they are too costly to conquer. Diminishing returns set in.

Dopo la sconfitta di Cartagine nella Seconda Guerra Punica (terminata nel 201 a.C.), Roma era lo stato più potente nel bacino del Mediterraneo. Presto fu in guerra con la Macedonia e la Siria, in entrambi i casi con successo. Adesso le guerre di Roma cominciavano a essere davvero proficue. I popoli conquistati si accollavano sempre più i costi di un’ulteriore espansione. Queste società erano alimentate interamente da un’agricoltura di sussistenza, cioè dall’energia solare. Le società antiche non potevano fare molto altro per immagazzinare l’energia solare in eccesso che trasformarla in qualcosa di durevole. Lo fecero trasformano il surplus di energia in metalli preziosi, opere d’arte e persone. Quando i romani conquistavano un nuovo popolo, si impossessavano di questa energia solare immagazzinata portando via questi stessi metalli preziosi e opere d’arte, nonché le persone che avrebbero reso schiave. Secoli di energia solare piovuta sulle terre del Mediterraneo furono arraffati e trasportati in Italia, rendendo Roma la più splendida città del mondo antico.
Vale la pena di fare una pausa nel nostro racconto e sottolineare questo punto. La strategia di crescita dei Romani era quella di catturare e usare le riserve di energia solare del passato, riserve che non dovevano creare da soli. È la stessa cosa che facciamo noi oggi con i combustibili fossili. La Natura ha immagazzinato per noi l’energia solare del passato, mentre per i Romani era stata immagazzinata dai popoli che conquistavano. Sia noi che i Romani abbiamo finanziato la nostra crescita con un sussidio che non abbiamo dovuto produrre da soli. [...]
Uno dei problemi dell’essere un impero è che alla fine le conquiste redditizie finiscono. Se ti espandi abbastanza lontano, incontrerai popoli che sono troppo poveri per valere la conquista, o che sono così potenti da essere troppo costosi da conquistare. Entrano in gioco i ritorni decrescenti.

(Joseph A. Tainter & Tadeusz W. Patzek,  Drilling Down – The Gulf Oil Debacle and Our Energy Dilemma, 2011)

Una trattazione più completa qui (e qui in inglese).

Bollire una società

©DonkeyHotey - CC BY-SA

Here is how to boil a frog. Place the frog in a pan of tepid water. Raise the temperature so gradually that the frog does not realize it is being cooked. It may even fall into a stupor, as a person might in a hot bath. Eventually it will die. According to experiments done in the nineteenth century, you can indeed boil a frog this way. Biologists today claim that you can’t. Either way, please don’t try it.
Boiling a frog is a metaphor for the problem we all have perceiving changes that are gradual but cumulatively significant, that may creep up and have devastating consequences: a little increase here, a little there, then later some more. Nothing changes very much and things seem normal. Then one day the accumulation of changes causes the appearance of normality to disappear. Suddenly things have changed a great deal. The world is different, and it has been altered in a manner that may not be pleasant. [...]
We know how to boil a frog. Complexification is how to boil a society. Complexity grows by small steps, each seemingly reasonable, each a solution to a genuine problem. We can afford the cost of each increment. It is the cumulative costs that do the damage, for the costs of solving previous problems have not gone away and now we are adding to them. The temperature increases sensibly and we are lulled into complacency. Eventually these costs drive a society into insolvency. A few people always foresee the outcome, and always are ignored.
Complexity is not intrinsically good or bad. It is useful and affordable, or it is not. [C]omplexity can affect societies negatively, producing catastrophes [...] This is not, however, an inevitable outcome.

Ecco come bollire una rana. Ponete la rana in una pentola con acqua tiepida. Alzate la temperatura così gradualmente che la rana non capisca che sta cuocendo. Potrebbe persino cadere in un torpore, come può succedere ad una persona in un bagno caldo. Alla fine morirà. Secondo degli esperimenti eseguiti nel diciannovesimo secolo, è davvero possibile bollire una rana in questo modo. Oggi i biologi dicono che non è vero. In ogni caso, non provateci, per favore.
Bollire una rana è una metafora per il problema che noi tutti abbiamo nel percepire cambiamenti graduali ma cumulativamente significativi, che possono cogliere di sorpresa e avere consequenze devastanti: un piccolo aumento qui, un po’ di qua, un altro po’ più tardi. Niente cambia granché e le cose sembrano normali. Poi, un giorno, l’accumulo di cambiamenti fa sparire la sembianza di normalità. Improvvisamente le cose sono cambiate parecchio. Il mondo è diverso, ed è stato cambiato in un modo che può non essere piacevole. [...]
Sappiamo come bollire una rana. La complessificazione è il modo di bollire una società. La complessità cresce a piccoli passi, ciascuno apparentemente ragionevole, ciascuno una soluzione ad un problema reale. Possiamo permetterci il costo di ciascun aumento. Sono i costi complessivi a fare il danno, poiché il costo delle soluzioni ai problemi precedenti non è ancora estinto e ora ne stiamo aggiungendo altri. La temperatura aumenta in modo ragionevole e ci culliamo nella soddisfazione. Alla fine questi costi spingono la società verso l’insolvenza. Ci sono sempre alcuni che prevedono il risultato, e vengono sempre ignorati.
La complessità non è intrinsecamente buona o cattiva. È utile e ad un prezzo accessibile, o non lo è. [...] la complessità può colpire negativamente le società, producendo catastrofi [...] Questo però non è un esito inevitabile.

(Joseph A. Tainter & Tadeusz W. Patzek,  Drilling Down – The Gulf Oil Debacle and Our Energy Dilemma, 2011)

Controproducenti

Sadly, malaria is making a comeback in many parts of the Third World, due partly to insecticide-resistant mosquitoes and partly to complacency and political disintegration. Irrigation projects such as dams, reservoirs, and irrigation canals often work well in temperate climates. However, in tropical regions, they may backfire. They create large bodies of stationary water that are ideal breeding grounds for the mosquitoes that carry malaria, yellow fever, and other diseases. The slowly moving water of canals also provides a suitable habitat for water snails that carry the parasitic worms causing schistosomiasis (bilharzia). An example was the spread of schistosomiasis during the Senegal River Basin development in West Africa.

Purtroppo, la malaria sta ritornando in molte parti del Terzo Mondo, a causa in parte delle zanzare resistenti agli insetticidi, e in parte alla rassegnazione e alla disintegrazione politica. I progetti di irrigazione come dighe, bacini e canali irrigui spesso funzionano bene nei climi temperati. Tuttavia, nelle regioni tropicali possono essere controproducenti. Essi creano ampie masse d’acqua stagnante che sono terreno ideale di coltura per le zanzare che portano malaria, febbre gialla e altre malattie. L’acqua in lento movimento dei canali fornisce anche un habitat adatto alle lumache acquatiche che recano i vermi parassiti causa della schistosomiasi (bilharziosi). Un esempio fu la diffusione della schistosomiasi durante lo sviluppo del bacino del fiume Senegal in Africa occidentale.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Credenze

Bill of Mortality - ©Dial_m - licenza CC BY-NC-SA

Bill of Mortality - ©Dial_m - licenza CC BY-NC-SA

An intriguing aspect of historical beliefs about infectious disease is that the common folk were proved to be right in the long run, and the educated were mostly wrong. The priesthood pushed the idea that disease came from the gods. People were told to stop sinning and to pray for forgiveness, not waste time attempting to understand disease. Rationalist intellectuals put forward a range of theories based on factors such as diet, personality, climate, dirt, decay, and offensive odors of various sorts. Until the last century or two, most intellectuals rejected the idea that disease was contagious.
However, the behavior of the population-at-large suggests that ordinary people were aware that disease was often contagious. Avoiding contact with those infected by typhoid, plague, smallpox, and malaria was a sensible precaution. During the 1600s, the wealthier inhabitants of London kept an eye on the weekly “Bills of Mortality,” much as we tune in to the weather report nowadays. These “bills” were lists of recent deaths and their causes. When the number of cases of something especially nasty, like plague or smallpox, rose higher than normal, the wealthy fled London for their country estates and left the poor to take their chances.
Why did the scientific establishment take so long to realize that diseases are transmitted from one victim to another? I believe two factors are at work. First, many diseases are not directly contagious. Thus, although malaria is spread from person to person, it is carried by mosquitoes, and a person cannot catch it through direct contact with a human sufferer. Bubonic plague is even more confusing. It can be spread from person to person, but it is usually transmitted by fleas. From a practical viewpoint, avoiding those infected is still a good strategy—you would be less likely to be bitten by the same flea or mosquito. From an intellectual viewpoint, the observed lack of direct transmission favored the various environmental theories. Second, the technology to actually see microorganisms is of relatively recent origin. Speculation about tiny invisible germs goes back to the Roman author Varro (116–26 B.C.), but demonstrating their existence requires more than mere words: It requires a microscope.

Un aspetto interessante delle credenze storiche sulle malattie infettive è che sulla lunga distanza è stato dimostrato che il popolino aveva ragione, mentre le persone istruite per la maggior parte avevano torto. Il clero spingeva l’idea che le malattie provenivano dagli dèi. Alla gente si diceva di smettere di peccare e di pregare per il perdono, e di non perdere tempo nel cercare di comprendere le malattie. Gli intellettuali razionalisti avanzavano una serie di teorie basate su fattori come la dieta, la personalità, il clima, lo sporco, la decomposizione, e odori ripugnanti di varia natura. Fino agli ultimi uno o due secoli, la maggior parte degli intellettuali rifiutava l’idea che le malattie fossero contagiose.
Tuttavia, il comportamento della massa della popolazione indica che la gente comune era consapevole che le malattie erano spesso contagiose. Evitare il contatto con i malati di tifo, peste, vaiolo e malaria era una precauzione sensata. Nel 1600, gli abitanti più ricchi di Londra tenevano d’occhio i “Bills of Mortality” settimanali, più o meno come noi oggi ci sintonizziamo sulle previsioni del tempo. Queste affissioni erano liste di decessi recenti e delle loro cause. Quando il numero di casi di qualcosa di particolarmente orribile, come la peste o il vaiolo, aumentava oltre la norma, i ricchi lasciavano Londra per le loro proprietà in campagna, lasciando i poveri alla loro sorte.
Perché le istituzioni scientifiche impiegarono così tanto per rendersi conto che le malattie vengono trasmesse da una vittima all’altra? Credo che abbiano operato due fattori. Primo, molte malattie non sono direttamente contagiose. Per questo, anche se la malaria si diffonde da una persona all’altra, è portata dalle zanzare, e una persona non può contrarla per contatto diretto con un umano infetto. La peste bubbonica induce ancora più confusione. Può essere diffusa da persona a persona, ma di solito è trasmessa dalle pulci. Da un punto di vista pratico, evitare gli infetti è ancora una buona strategia — è più difficile essere punti dalla medesima pulce o zanzara. Da un punto di vista intellettuale, l’assenza di trasmissione diretta favorì le varie teorie ambientali. In secondo luogo, la tecnologia per osservare effettivamente i microorganismi è di origine relativamente recente. La speculazione riguardo minuscoli germi invisibili risale all’autore romano Varrone (116-26 a.C.), ma la dimostrazione della loro esistenza richiede qualcosa di più delle semplici parole: richiede un microscopio.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Fluttuazioni

We tend to think that the farther back we go in history, the dirtier and less hygienic people were, and so the higher the level of infectious disease. This is broadly true if we restrict ourselves to the last 1,000 years of Western civilization. However, if we consider the broader sweep of human history, the prevalence of infectious disease has fluctuated wildly. For example, only in the nineteenth century did Western civilization regain the level of hygiene that existed during the prime of the Roman Empire. Again, in very early times, before urbanization began, when humans were still few and far between, infectious disease was probably much less frequent.

Tendiamo a pensare che più indietro si va nella Storia, più le persone erano sporche, e quindi più alto fosse il tasso di malattie infettive. Ciò è vero in linea di massima se ci fermiamo agli ultimi 1000 anni di civiltà occidentale. Tuttavia, se consideriamo una più vasta estensione della Storia umana, la diffusione delle malattie infettive ha avuto ampie fluttuazioni. Per esempio, solo nel diciannovesimo secolo la civiltà occidentale ha riguadagnato il livello di igiene che esisteva all’apice dell’Impero Romano. Inoltre, in tempi molto antichi, prima dell’inizio dell’urbanizzazione, quando gli uomini erano ancora pochi e sparsi sul territorio, le malattie infettive erano probabilmente molto meno frequenti.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Estetica post-picco

© Ric Manning - licenza CC BY

But what will the human-made world look like a few decades beyond Peak Oil? Will we see a fulfillment of the Arts and Crafts ideal? It would be nice to think so. However, the world in which Morris and his colleagues lived and worked — including the cultural symbols, the skills, even in some cases the raw materials then readily available — has evaporated, replaced by one in which most people are loyal not to land and place, but to product and image.
One relatively recent iteration of style — the hippie aesthetic of macramé, tie-dye, beads, sandals, long hair, dulcimers, and herb gardens — may hold a few cues and clues for the post-carbon future. Hippie houses and ornaments were handmade, but often rather ineptly so. This in itself is perhaps a sign of what is to come, as we return by necessity to handcraft but without skill or cultural memory to guide us.
In its lucid moments, the hippie aesthetic (which was on the whole more musical than visual) articulated a coherent rejection of consumerism and an embrace of the “natural.” But while it attempted a profound critique of the industrial-corporate system, it showed only limited similarity to Arts and Crafts ideals. This was partly because of the changed infrastructural context: by this point in history, cars and electronic machines were so embedded in the lives of people in industrialized nations that few could imagine a realistic alternative. Moreover, the baby boomers’ rebellion was at least partly enabled by the very wealth that abundant energy produced: rents were cheap, transportation was cheap, and food was cheap; as a result, dropping out of the employment rat race for a few months in order to tune in and turn on carried little real personal risk. Thus their rejection and critique were inherently self-limiting.
The counterculture expressed itself through dreams of footloose, motored mobility (Easy Rider), and in music amped to the max with inexpensive electricity. The latter was hardly incidental: the voltage that made Harrison’s and Clapton’s guitars gently weep, and that wafted Grace Slick’s and Janis Joplin’s voices past the back rows in amphitheaters seating thousands — in short, the power of the music that united a generation — flowed ultimately from coal-fired generating plants. That same 110 volt, 60 cycle AC current energized stereo sets in dorm rooms and apartments across America, allowing ten million teenagers to memorize the lyrics to songs impressed on vinyl (i.e., petroleum) disks in the certain knowledge that these were revelatory words that would change the course of history.
If the hippie aesthetic was at least occasionally endearing, it was easily stereotyped and, when profitable, readily co-opted by cynical ad executives. It was also often naively uncritical of its own assumptions. If you want to appreciate for yourself the embedded contradictions of the movement, just rent and watch the movie Woodstock. The wide-eyed, self-congratulatory idealism of the “kids” — who arrived by automobile to liberate themselves through amateur psychopharmacology and to worship at the altar of electric amplification — is simultaneously touching and unbearable. It was no wonder the revolution failed: without an understanding of the energetic basis of industrialism and therefore of the modern corporate state, their rebellion could never have been more than symbolic.
Where the hippie aesthetic drew on deeper philosophical and political roots (such as the back-to-the-land philosophy of Scott and Helen nearing), it persisted, as it still does to this day. Perhaps the most durable and intelligent product of the era was the design philosophy known as Permaculture, developed in Australia by ecologists Bill Mollison and David Holmgren. A practical — rather than an aesthetic — design system for producing food, energy, and shelter, Permaculture was conceived in prescient expectation of the looming era of limits, and it is endlessly adaptable to differing climates and cultures. In the future, its principles may serve as the fundamental frame of reference for builders and craftspeople as they elaborate new aesthetic styles.

Ma come apparirà il mondo fatto dall’uomo qualche decina d’anni dopo il picco del petrolio? Vedremo una realizzazione dell’ideale del movimento Arts and Crafts? Sarebbe bello pensarlo. Tuttavia, il mondo in cui Morris e i suoi colleghi hanno vissuto e lavorato — inclusi i simboli culturali, le competenze, in alcuni casi anche i materiali grezzi allora a disposizione — è svanito, rimpiazzato da uno in cui la maggior parte delle persone non è leale alla terra e al luogo, ma al prodotto e all’immagine.
Un’incarnazione recente dello stile — l’estetica hippie del macramè, della tintura a riserva, delle ghirlande, dei sandali, dei capelli lunghi, dei salteri e dei giardini di cannabis — può contenere qualche indizio per il futuro del dopo-idrocarburi. Le case e gli ornamenti hippie erano fatti a mano, ma spesso in modo molto inetto. Ciò di per sé è forse un segno di quel che verrà, mentre ritorniamo per necessità all’artigianato ma senza competenze o memoria culturale a guidarci.
Nei suoi momenti lucidi, l’estetica hippie (che fu nel complesso più musicale che visiva) articolò un rifiuto coerente del consumismo e un’adozione del “naturale”. Ma mentre tentava una critica profonda del sistema industrial-aziendale, mostrava solo una limitata somiglianza con gli ideali del movimento Arts and Crafts. Ciò dipendeva in parte dal mutato contesto infrastrutturale: a questo punto nella Storia, le auto e le macchine elettroniche erano così integrate nelle vite delle persone nelle nazioni industrializzate che pochi riuscivano ad immaginare un’alternativa realistica. Per di più, la ribellione dei baby boomer era almeno in parte consentita dalla medesima ricchezza prodotta dall’abbondanza di energia: gli affitti erano bassi, i trasporti poco costosi e il cibo a buon mercato; come risultato, sganciarsi dalla corsa sfrenata all’impiego per alcuni mesi in modo da “sintonizzarsi e accendersi”
1 comportava solo un piccolo rischio personale. Dunque il loro rifiuto e la loro critica erano intrinsecamente limitate.
La controcultura si espresse attraverso sogni di mobilità libera e motorizzata (
Easy Rider) e in musica amplificata al massimo con elettricità a basso costo. Quest’ultimo aspetto non era marginale: il voltaggio che faceva piangere gentilmente le chitarre di Harrison e Clapton, e che trasportavano le voci di Grace Slick e Janis Joplin fino alle ultime file di spettatori — in breve, la potenza della musica che unì una generazione — dopotutto scorreva da centrali termoelettriche a carbone. Quella stessa corrente a 110 volt e 60 hertz alimentava gli stereo nei dormitori e appartamenti di tutta l’America, permettendo a dieci milioni di giovani di memorizzare i testi di canzoni stampate su dischi in vinile (vale a dire, petrolio) nella certezza che queste fossero parole rivelatrici che avrebbero cambiato il corso della Storia.
Se l’estetica hippie fu almeno occasionalmente accattivante, cadeva facilmente dello stereotipo e, se profittevole, veniva prontamente sfruttata da cinici pubblicitari. Spesso era anche ingenuamente acritica dei propri assunti. Se volete valutare da soli le intrinseche contraddizioni del movimento, basta noleggiare e guardare il film
Woodstock. L’idealismo autocompiaciuto dei “ragazzi” — che arrivavano in automobile per liberarsi attraverso una psicofarmacologia amatoriale e per adorare l’altare dell’amplificazione elettrica — è allo stesso tempo toccante e insopportabile. Non c’è da meravigliarsi che la rivoluzione sia fallita: senza una comprensione delle basi energetiche dell’industrialismo e quindi del moderno stato corporativo, la loro ribellione non poteva essere che unicamente simbolica.
Là dove l’estetica hippie traeva ispirazione da radici filosofiche e politiche più profonde (come nella filosofia del “ritorno alla terra” di Scott e Helen Nearing), riuscì a perdurare, fino ai nostri giorni. Il prodotto più duraturo e intelligente di quella stagione fu forse la filosofia di progetto nota come permacultura, sviluppata in Australia dagli ecologisti Bill Mollison e David Holmgren. Un sistema di progetto concreto — piuttosto che estetico — per produrre cibo, energia e riparo, che fu concepito in previsione dell’incombente era dei limiti, e che è adattabile all’infinito a differenti climi e culture. Nel futuro, i suoi principi potrebbero fungere da struttura fondamentale di riferimento per costruttori e artigiani nella loro elaborazione di nuovi stili estetici.

(Richard Heinberg, “(post-)Hydrocarbon Aesthetics”, in Peak Everything, 2007)

  1. il riferimento è allo slogan di Timothy Leary, “turn on, tune in, drop out”

Attrezzi

La cassetta degli attrezzi dell’economista è stata progettata proprio nella fase ascendente della disponibilità abbondante di energia fossile, caso unico nella storia dell’uomo, e oggi non si rivela più adeguata a gestire la fase di scarsità.

(Luca Mercalli, Prepariamoci, 2011)

Moralità

I said, “I can name for you something that is good, no matter what stories we tell ourselves.”
“And it is…”
I held up my glass. “Drinkable quantities of clean water.”
“I don’t understand.”
“Drinkable quantities of clean water are unqualifiedly a good thing, no matter the stories we tell ourselves.”
She got it. She smiled before saying, “And breathable clean air.”
We both nodded.
She continued, “Without them you die.”
“Exactly,” I said. “Without them, everyone dies.”
Now she was excited. “That’s the anchor,” she said. “We can build an entire morality from there.”
Dissi: “Posso citarti qualcosa che è bene, a prescindere dalle storie che raccontiamo a noi stessi.”
“E sarebbe…”
Alzai il mio bicchiere. “Quantità di acqua pulita sufficienti per essere bevute.”
“Non capisco.”
“Una quantità di acqua pulita sufficiente per essere bevuta è incondizionatamente una cosa buona, a prescindere dalle storie che raccontiamo a noi stessi.”
Aveva capito. Sorrise prima di dire: “E aria pulita e respirabile.”
Entrambi annuimmo.
Continuò, “Senza di esse uno muore.”
“Esattamente,” dissi. “Senza di esse, tutti muoiono.”
Adesso era euforica. “Ecco il punto fermo,” disse. “Possiamo costruire un’intera moralità a partire da lì.”
(Derrick Jensen, Endgame – Volume 1: The Problem of Civilization, 2006)

Effetti del clima sull’ingegnosità umana

Other, lesser social changes may trace their origins to the Year Without a Summer. A New Scientist article published in 2005 argues convincingly that the velocipede, the ancestor of the modern bicycle, was developed in the aftermath of 1816’s failed grain harvests as a means of transportation that didn’t need to be fed (unlike horses).

Dall’Anno Senza Estate potrebbero essere derivati altri cambiamenti sociali di minore entità. Un articolo del New Scientist pubblicato nel 2005 argomenta in modo convincente che il velocipede, antenato della moderna bicicletta, fu sviluppato in conseguenza dei mancati raccolti del 1816 come mezzo di trasporto che non avesse bisogno di essere nutrito (a differenza dei cavalli).

(Spencer Wells, Pandora’s Seed: The Unforeseen Cost of Civilization, 2010)

(Questo è un appunto che fa parte della mia personale ricerca sul perché la bicicletta — uno dei mezzi più efficienti della storia — sia stata inventata così tardi.)

Acacie, formiche e punti di leva dei sistemi

The researchers were testing different methods of preserving acacia trees on experimental plots in Kenya. Half of the plots were surrounded by fences that excluded herbivores such as elephants and giraffes, while the other half were left open. The thinking was that if herbivores were kept away, at least for a while, the acacia trees—which had become stressed by overgrazing—would have a chance to thrive. Quite the opposite happened, unfortunately; the trees protected from the herbivores became weaker and were actually more likely to die than those left open to the ravages of wandering leaf nibblers. It seems that the trees’ defense system, composed of tiny ants living in their hollow thorns and feeding on nectar produced by the plant, had started to abandon the plot when they were no longer needed and the plants reduced their nectar production. They were replaced by another species of ant that allowed other insects, including a nasty boring beetle, to attack the tree. This simple example illustrates the complex and unpredictable web of interactions among living organisms in a relatively well-understood ecosystem, and the dangers of trying to modify one component without taking into account the effect on others.

I ricercatori stavano provando diversi metodi per preservare gli alberi di acacia su appezzamenti di terreno in Kenya destinati a tali esperimenti. Metà delle zone furono circondate da palizzate che tenevano fuori erbivori come elefanti e giraffe, mentre l’altra metà fu lasciata aperta. L’idea era che se gli erbivori fossero stati mantenuti alla larga, almeno per un po’, gli alberi di acacia — che erano stati sottoposti ad eccessiva brucatura — avrebbero avuto la possibilità di ricrescere con vigore. Sfortunatamente, successe il contrario; gli alberi protetti dagli erbivori divennero più deboli e di fatto più soggetti a morte di quelli lasciati liberi di essere devastati dai mangiafoglie vagabondi. Pare che il sistema di difesa degli alberi, vale a dire le piccole formiche che vivono nelle loro spine cave e che si nutrono del nettare prodotto dalla pianta, abbiano iniziato ad abbandonare la zona una volta che erano diventate non più necessarie e che le piante avevano ridotto la loro produzione di nettare. Esse furono rimpiazzate da un’altra specie di formica che permetteva ad altri insetti, compreso un fastidioso coleottero, di attaccare l’albero. Questo semplice esempio illustra la complessa e imprevedibile rete di interazioni tra gli organismi viventi persino in un ecosistema abbastanza ben conosciuto, e i pericoli insiti nel provare a modificare un solo componente senza tenere conto gli effetti sugli altri.

(Spencer Wells, Pandora’s Seed: The Unforeseen Cost of Civilization, 2010)