La nascita del Primo Maggio

Era in agitazione anche un’altra grande fabbrica di Chicago, la McCormick dove si producevano le mietitrici meccaniche e dove la vecchia generazione, quella dei fondatori (il vecchio Cyrus e suo fratello Leander), aveva ceduto la mano nel 1884; ora governava il giovane Cyrus, ben più aggressivo, che cercò subito d’imporre un taglio dei salari del 10-15%, nonostante la fabbrica fosse in condizioni fiorenti: malgrado la crisi dell’inverno 1884-1885, la McCormick realizzava un profitto addirittura del 71% annuo sul capitale versato! Non solo: mentre la maggioranza degli operai cui veniva decurtato il salario era cattolica, la famiglia McCormick donava altri 100.000 dollari al Seminario teologico presbiteriano di Chicago. Dopo questa donazione, uno sciopero scoppiò nella fabbrica della compagnia nel quartiere Pilsen. Come Yerkes e come molti altri padroni statunitensi, il giovane McCormick ricorse non solo alla polizia, ma anche all’agenzia Pinkerton per proteggere i crumiri, fatti affluire allo scopo di far fallire lo sciopero. Nonostante Pinkerton, la proprietà non riuscì a battere gli scioperanti per la riluttanza di O’Donnell, capitano di polizia della zona di Pilsen, un irlandese, a schierarsi contro operai irlandesi (ancora l’intreccio lotta di classe/lotta di etnie). Ma dopo pochi mesi, il 16 febbraio 1886, appena O’Donnell fu trasferito e Bonfield fu promosso ispettore al Quartier generale centrale, McCormick serrò fuori della fabbrica 1.482 operai, molti dei quali erano iscritti ai Knights of Labor. Questa volta la polizia di Chicago aiutò la direzione e 300 uomini stazionarono ai cancelli. Il primo marzo i crumiri entrarono in fabbrica protetti dagli agenti. L’indomani la polizia caricò una pacifica riunione di “chiusi fuori” e ne arrestò molti. Nel frattempo la campagna per le otto ore e per il Primo Maggio s’intensificava in tutti gli Stati Uniti. La base dei Knights of Labor aderiva alle azioni, anche se la direzione andava cauta, come spiegò in una circolare del 13 marzo 1886 il Gran Maestro Lavoratore Terence Vincent Powderly: “Nessun’assemblea dei K of L deve scioperare per le otto ore il Primo Maggio dando l’impressione di obbedire a ordini dal quartier generale perché tali ordini non sono e non saranno dati”: appare qui un atteggiamento tipico dei sindacati americani, quello di pompiere, di ammortizzatore dei conflitti, di spegnitore degli incendi sociali. Dopo la dissoluzione del suo Sacro ordine dei cavalieri del lavoro, nel 1907 Powderly finirà funzionario dell’Ufficio immigrazione. Ma, per quanto la direzione dei K of L facesse da pompiere, la base si mobilitava spontaneamente: i lavoratori fumavano “Tabacco 8-ore”, compravano “Scarpe 8-ore” e cantavano “il canto delle 8-ore”. Il movimento si diffondeva a macchia d’olio. E i timori del padronato crescevano in proporzione: in un servizio da Chicago del 1° maggio 1886, il “New York Times” riferiva che alla vigilia i membri della Camera di commercio locale avevano offerto 2.000 dollari alla guardia nazionale dell’Illinois per comprare una mitragliatrice. Ovunque scoppiavano scioperi: il 9 aprile, a East St. Louis, la polizia aprì il fuoco sugli scioperanti e ne uccise nove. In risposta, gli operai incendiarono più di cento vagoni. E il Primo Maggio giunse. Quel giorno, in tutto il paese scioperarono 350.000 operai in 11.562 stabilimenti. Solo a Chicago gli scioperanti furono 40.000 e in 80.000 scesero in piazza sfilando per Michigan Avenue, sottobraccio, guidati da Albert e Lucy Parsons, insieme ai loro figli Albert Jr e Lulu. In 11.000 manifestarono a Detroit, in 25.000 a New York. La giornata si era svolta pacificamente, la partita sembrava vinta: in quel giorno a Chicago, una giornata lavorativa più corta fu concessa a 45.000 operai, senza bisogno che scioperassero. Si calcola che, negli Usa, 180.000 – sui 350.000 scioperanti – ottennero allora le otto ore. Ma alla McCormick… Il 2 maggio 1886 fu un giorno calmo: solo poche manifestazioni. Il 3, August Spies, direttore del giornale “Die Arbeiter Zeitung”, parlò a circa 6.000 legnaioli in sciopero dall’alto di un vagone merci vicino alla fabbrica McCormick: ma molti astanti erano boemi e polacchi e non capivano cosa stesse dicendo. Alle tre e mezza suonò la sirena alla McCormick e circa 200 ascoltatori andarono ai cancelli per aiutare gli operai a dare una strigliata ai crumiri. Subito arrivarono Bonfield e 200 poliziotti che caricarono. Il frastuono attirò ancora più ascoltatori, finché giunse lo stesso Spies, seguito da tutta la folla. Furono accolti dal fuoco della polizia. Almeno quattro manifestanti furono uccisi e parecchi i feriti. Subito fu indetta per l’indomani sera, 4 maggio, ad Haymarket, una manifestazione che fu autorizzata dal sindaco Harrison. Alle otto e mezza di sera del 4 maggio August Spies (che non aveva partecipato all’organizzazione), parlava in piedi su un carretto davanti a 3.000 persone e mandava messaggeri per chiamare Albert Parsons e Samuel Fielden (che non erano stati avvertiti del comizio) perché lo aiutassero a tenere discorsi. Era presente anche il sindaco. Spies e Parsons avevano già parlato e se ne erano andati, quando poco prima delle dieci scoppiò un temporale e la folla si ridusse a circa trecento astanti infradiciati. Allora il sindaco se ne andò e ordinò che i 176 agenti di polizia presenti fossero rimandati a casa o riassegnati all’ordinaria amministrazione. Ma alle dieci e mezza – il sindaco era appena arrivato a casa, Samuel Fielden stava finendo il discorso di chiusura – il capitano Bonfield ordinò ai suoi agenti di sciogliere la manifestazione con la forza e li dispiegò nel nuovo schieramento antiguerriglia. In quel momento una bomba lanciata da una traversa scoppiò tra i poliziotti, ne uccise sei e ne ferì più di cinquanta. La polizia aprì il fuoco. Si scatenò una battaglia. Nessuno ha mai saputo quanti manifestanti furono uccisi. Si sa solo che ne furono feriti 200. Ne si sa chi gettò la bomba. O perché il capitano Bonfield aspettasse che il sindaco fosse andato a letto per caricare. O perché uno degli organizzatori del comizio di Haymarket vivesse da allora in poi con i soldi della polizia e divenisse testimone contro gli anarchici. Fatto sta che era il primo attentato dinamitardo nella storia degli Stati Uniti e che esso avvenne mentre la lotta per le otto ore stava vincendo. La notizia dilagò negli States gonfiandosi a dismisura: a Cincinnati gli strilloni gridavano: “Le bombe degli anarchici nell’Haymarket di Chicago – cento poliziotti uccisi”. Il 5 maggio mattina il sindaco dichiarò “lo stato di guerra” a Chicago. Migliaia di abitazioni furono perquisite senza mandato, centinaia di anarchici arrestati. La polizia dichiarò di aver trovato arsenali di bombe e di armi. Era facile accusare di violenza gli anarchici. Soprattutto quando le polizie – pubblica e privata – non facevano altro che sparare sulla folla. Nel 1877, quando, riferendosi a Chicago, il “New York Times” titolava “La città in mano ai comunisti”, per reprimere lo sciopero, il governo federale aveva mandato in tutta fretta nella Windy City dal Dakota i reparti dell’esercito freschi reduci dalla guerra contro gli indiani che avevano ucciso il generale Custer: pellirossa o operai, sempre nemici. Non stupisce allora che, nella piattaforma anarchica approvata a Pittsburgh nell’ottobre 1883, Albert Parsons avesse declamato: “Con la forza i nostri padri si sono liberati dall’oppressione politica, con la forza i loro figli dovranno liberarsi dalla schiavitù economica. ‘È quindi vostro diritto,’ dice Jefferson, ‘e vostro dovere ricorrere alle armi’”, prima di concludere: “Tremate oppressori del mondo! Poco oltre il vostro sguardo miope già sorge la luce scarlatta del GIORNO DEL GIUDIZIO”. II sottotitolo del pamphlet di Johann Most, “Revolutionare Kriegswissenschaft” (La scienza della guerra rivoluzionaria), suonava: “Manuale d’istruzione per l’uso e la preparazione di nitroglicerina e dinamite, fulmicotone, bombe, miccia, veleni…” Gli anarchici non erano agnelli sacrificali e la stampa aveva buon gioco nello scatenarsi contro di loro. Già il 5 maggio, il “Chicago Tribune” si scagliava contro le “socialistic, atheistic, alchoolic European classes”. Il 15 maggio 1886 il rispettabile “Albany Law Journal” scriveva: “È preoccupante che le vite di uomini buoni e onesti, la sicurezza di donne e bambini innocenti, l’immunità della proprietà debbano essere, anche per una sola ora, in una grande città, alla mercé di pochi miserabili stranieri puzzolenti, capelloni, dagli occhi selvaggi, che mai hanno fatto un’ora di lavoro onesto in vita loro, ma che, resi folli da anni di oppressione e pazzi d’invidia verso i ricchi, pensano di livellare la società e le sue distinzioni con qualche bomba. [...] Ci dovrebbe essere una legge [...] che permetta alla società di schiacciare questi serpenti appena sporgono la testa, prima che mordano. [...] Lo stato delle cose quasi giustifica il ripristino di un comitato di vigilanza e della legge di Lynch [cioè il linciaggio].” Il fatto è che nel caso specifico di Haymarket i ritrovamenti veri di armi furono poca cosa: anni dopo, il capo della polizia di Chicago, il capitano Frederick Ebersold, ammise che la polizia aveva posto deliberatamente armi e bombe nelle sedi degli anarchici. Delle centinaia di arrestati, solo 31 furono accusati e, tra loro, solo undici furono incriminati: due divennero testimoni, uno non fu mai trovato; infine furono processati in otto: August Spies, Louis Lingg, Samuel Fielden, Adolph Fischer, George Engel, Oscar Neebe, Michael Schwab e Albert Parsons. La lista di questi accusati è notevole perché 1) comprende tutti i massimi dirigenti anarchici a Chicago: non erano persone qualunque, erano direttori di giornali, oratori famosi, leader; 2) sette su otto erano stranieri (solo Parsons era statunitense, Fielden era nato in Inghilterra e gli altri erano tutti tedeschi); 3) al momento del lancio della bomba nessuno di loro era presente ad Haymarket, tranne Fielden che stava parlando (e alcuni di loro non ci avevano nemmeno messo piede). La nazione era in preda alla più totale isteria. Le chiese erano scatenate contro questi atei. Il padronato chiedeva una punizione esemplare contro i sovversivi. I vignettisti non facevano che disegnare grandi spade che si abbattevano su mostriciattoli. “Libertà o Morte”, così la didascalia di disegni truculenti: “Libertà (di andartene se le istituzioni della nostra Repubblica non ti aggradano) o (commetti assassini e sarai punito con la) Morte”. L’indicazione più lapidaria venne dal “Chicago Herald” del 22-23 luglio 1886: “Hanno cercato di distruggere la società. La società deve distruggerli”. Nell’arringa finale, il procuratore Juhus Grinnell chiarì il problema in modo inequivocabile: “La legge è sotto processo. L’anarchia è sotto processo. Questi uomini sono stati scelti e incriminati dal Grand Jury perché loro sono i leader. Non sono più colpevoli delle migliaia che li seguono. Gentiluomini della giuria, condannateli, fatene un esempio, impiccateli e avrete salvato le nostre istituzioni, la nostra società”. Il 20 agosto la sentenza: colpevoli tutti gli imputati, sette furono condannati a morte. Oscar Neebe fu condannato a 15 anni. Un movimento di difesa si organizzò su scala mondiale. Manifestazioni si tennero in Francia, Olanda, Russia, Italia, Spagna. Oscar Wilde fece circolare una petizione. William Morris e il giovane Bernard Shaw parlarono in un comizio. Il cancelliere Bismarck proibì tutte le manifestazioni in favore degli accusati di Haymarket. Il parlamento francese telegrafò il 29 ottobre per protestare contro l’imminente esecuzione. Sotto queste pressioni, la condanna a morte di Fielden e Schwab fu commutata in ergastolo. Louis Lingg, che al processo aveva detto: “Vi disprezzo. Disprezzo il vostro ordine, le vostre leggi, la vostra autorità basata sulla forza. Impiccatemi per questo!”, si suicidò in circostanze mai chiarite facendosi saltare la testa con una capsula esplosiva in bocca, mentre era in cella. Gli altri quattro, August Spies, Albert Parsons, George Engel e Adolph Fischer furono impiccati l’11 novembre 1887. Il 13 novembre mezzo milione di persone assistette ai funerali su Milwaukee Avenue costellata di bandiere nere sulle case di polacchi, tedeschi, boemi. Non fu solo l’estremo addio ai “martiri di Haymarket”, come da allora furono chiamati i quattro impiccati, fu il funerale al movimento anarchico negli Stati Uniti. Da allora, la parola “anarchico” sarebbe stata un insulto in America, un termine impronunciabile. I padroni approfittarono dell’atmosfera di caccia alle streghe per licenziare gli operai sindacalizzati, per stilare una lista nera dei dipendenti che non dovevano mai più essere riassunti da nessuno (il blacklisting). Così i Cavalieri del Lavoro entrarono in una fase di declino irreversibile. Al loro posto si espanse l’American Federation of Labor (Afl) guidata dal conservatore e moderato Samuel Gompers. La battaglia per le otto ore subì una battuta d’arresto formidabile, nonostante alcune delle conquiste del Primo Maggio 1886 fossero preservate. La Afl mandò a Parigi un delegato al Congresso intemazionale del lavoro del 14 luglio 1889 (per celebrare il centenario della presa della Bastiglia) perché proponesse il Primo Maggio come festa mondiale del lavoro e in ricordo dei martiri di Haymarket. Da allora il Primo Maggio è festeggiato ovunque come festa del lavoro, tranne che negli Usa (e, dopo Margaret Thatcher, in Inghilterra): lo stesso Adolf Hitler, nel primo anno di potere, lasciò che fosse festeggiato in Germania, il giorno prima di mettere fuori legge tutti i sindacati (2 maggio 1933). Nel 1889 il “Chicago Times” pubblicò un’inchiesta sulla corruzione della polizia cittadina da cui risultava che i capofila dei corrotti erano i capitani Bonfield e Michael J. Schaak (che aveva condotto le perquisizioni delle case degli anarchici) che taglieggiavano bische, saloon e bordelli per assicurarne la protezione, mentre battevano cassa negli ambienti padronali per infiltrare la loro “Squadra rossa” nel movimento operaio (un secolo dopo, nel 1975, si sarebbe scoperto che la “Squadra rossa” di Chicago usava fondi federali per spiare e infiltrare i movimenti di sinistra). Bonfield cercò di far chiudere il “Chicago Times”. Ma lui e Schaak furono costretti alle dimissioni. I buoni borghesi di Chicago (guidati da Field, Armour, Swift e Pullman) elargirono un fondo di 100.000 dollari per i familiari dei poliziotti uccisi ad Haymarket e innalzarono un monumento ai caduti: varie volte deturpata (soprattutto negli anni sessanta), la statua del baffuto poliziotto è stata infine rimossa da Haymarket e posta al sicuro, nell’atrio dell’accademia di polizia, poco distante da lì. I borghesi di Chicago non pensavano solo alla gloria della loro polizia. Avevano preoccupazioni più prosaiche: Marshall Field propose che la Camera di commercio e l’Union League organizzassero una colletta per far sì che il presidio dell’esercito non fosse più tanto lontano da Chicago e che le truppe potessero intervenire subito. Il suo suggerimento fu accolto e le due associazioni comprarono 250 ettari di terra a Highiand, 50 km a nord di Chicago, che offrirono al governo degli Stati Uniti nell’ottobre 1887 perché vi costruisse un forte. Dopo la morte del generale Sheridan, amico intimo di Field e Pullman, in suo onore, il nome fu cambiato in Fort Sheridan, col motto “Essenziale alla libertà dal 1887″. Il forte fu poi connesso alla città da una strada militare, Sheridan Avenue, per permettere alle truppe d’intervenire con la massima celerità in caso di disordini e manifestazioni. Da allora, la quiete dei possidenti fu assicurata. Anzi, molti borghesi trasferirono le loro case lungo la Sheridan Avenue, sulla riva nord del Lago Michigan, quasi si sentissero più sicuri. Ma fu ancora una volta un tedesco a scompigliare questa favola con la sua morale: monumento per i poliziotti, obbrobrio per gli anarchici. Nato in Germania nel 1847, John Peter Altgeld fu portato da piccolo negli Usa. Qui studiò legge e diventò avvocato. Nel 1875 venne a Chicago per esercitare la professione. Con i risparmi si dette al mercato immobiliare fino ad accumulare una fortuna. Cominciò a farsi un nome con il pamphlet “La nostra macchina penale e le sue vittime” (1884), in cui mostrava come la prigione non solo non redimeva i criminali, ma li peggiorava: “La maggior parte degli arrestati [...] sono i poveri, gli sfortunati, i giovani, i trascurati” e le vittime dei rigori della legge sono reclutate “tra coloro che stanno combattendo una battaglia ineguale nella lotta per l’esistenza”. Nel 1892 si candidò a governatore dell’Illinois. Vinse e divenne (primo nato all’estero a ottenere questa carica) governatore dello stato in anni cruciali per Chicago: nel 1893 vi fu l’Esposizione universale e nel 1894 vi divampò uno dei più duri scontri sociali della storia degli Stati Uniti. Il 26 giugno 1893 il governatore Altgeld firmò l’atto del perdono per Samuel Fielden, Michael Schwab e Oscar Neebe e gli impiccati. Affermò che il processo era stato ingiusto, che i giurati erano prevenuti e scelti tra chi era già convinto della colpevolezza. Nel suo testo Altgeld scrisse che il giudice Joseph Gary aveva condotto il processo con “maliziosa ferocia”. Non fu tanto il perdono, quanto la motivazione (che riabilitava il ricordo dei “martiri”) a imbestialire l’opinione pubblica di allora. Sobriamente, il “New York Times” lo definì “demente”; altri lo chiamarono “il Nerone dell’ultimo decennio del secolo”. Il “Toledo Blade” disse che il governatore Altgeld “aveva incoraggiato l’anarchia, la rapina e la distruzione della civiltà”. Il “Chicago Tribune” rincarò: “II governatore Altgeld non ha nemmeno una goccia di puro sangue americano nelle sue vene”; gli abitanti della cittadina di Naperville sfilarono in corteo bruciando il suo ritratto. Si parlò perfino di impeachement. Se anche Altgeld non avesse di nuovo preso una posizione scomoda nel 1894 durante lo sciopero Pullman, si capisce perché l’establishment di Chicago ce l’avesse con lui e facesse di tutto per impedirne la rielezione. Altgeld morì a 55 anni di apoplessia cerebrale nel 1902. Una folla di 150,000 persone partecipò al suo funerale. La stessa stampa che lo aveva linciato rimpianse la grande perdita del lungimirante statista. (Marco D’Eramo, “Il maiale e il grattacielo”)

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Riserve di energia solare

©Darrel Ronald - CC BY-NC-ND

After Carthage was defeated in the Second Punic War (ended 201 B.C.), Rome was the most powerful state in the Mediterranean basin. Soon she was at war with Macedonia and Syria, successfully in both cases. Now Rome’s wars started to become truly profitable. Increasingly the conquered peoples underwrote the costs of further expansion. These were societies powered entirely by subsistence agriculture, that is, by solar energy. There was not much ancient societies could do to store extra solar energy except to turn it into something durable. This they did by turning surplus energy into precious metals, works of art, and people. When the Romans conquered a new people, they would seize this stored solar energy by carrying off the same precious metals and works of art, as well as people who would be enslaved. Centuries of solar energy that had fallen on Mediterranean lands were seized and transported to Italy, making Rome the most magnificent city of the ancient world.
It its worthwhile to pause in our narrative and emphasize this point. The Romans’ strategy of growth was to capture and use stores of past solar energy, stores that they did not have to create themselves. This is the same as we do today with fossil fuels. Nature had stored the past solar energy for us, whereas for the Romans it had been stored by the peoples they conquered. Both we and the Romans financed our growth with a subsidy that we did not have to produce ourselves. [...]
One of the problems of being an empire is that eventually you run out of profitable conquests. Expand far enough and you will encounter people who are too poor to be worth conquering, or who are powerful enough that they are too costly to conquer. Diminishing returns set in.

Dopo la sconfitta di Cartagine nella Seconda Guerra Punica (terminata nel 201 a.C.), Roma era lo stato più potente nel bacino del Mediterraneo. Presto fu in guerra con la Macedonia e la Siria, in entrambi i casi con successo. Adesso le guerre di Roma cominciavano a essere davvero proficue. I popoli conquistati si accollavano sempre più i costi di un’ulteriore espansione. Queste società erano alimentate interamente da un’agricoltura di sussistenza, cioè dall’energia solare. Le società antiche non potevano fare molto altro per immagazzinare l’energia solare in eccesso che trasformarla in qualcosa di durevole. Lo fecero trasformano il surplus di energia in metalli preziosi, opere d’arte e persone. Quando i romani conquistavano un nuovo popolo, si impossessavano di questa energia solare immagazzinata portando via questi stessi metalli preziosi e opere d’arte, nonché le persone che avrebbero reso schiave. Secoli di energia solare piovuta sulle terre del Mediterraneo furono arraffati e trasportati in Italia, rendendo Roma la più splendida città del mondo antico.
Vale la pena di fare una pausa nel nostro racconto e sottolineare questo punto. La strategia di crescita dei Romani era quella di catturare e usare le riserve di energia solare del passato, riserve che non dovevano creare da soli. È la stessa cosa che facciamo noi oggi con i combustibili fossili. La Natura ha immagazzinato per noi l’energia solare del passato, mentre per i Romani era stata immagazzinata dai popoli che conquistavano. Sia noi che i Romani abbiamo finanziato la nostra crescita con un sussidio che non abbiamo dovuto produrre da soli. [...]
Uno dei problemi dell’essere un impero è che alla fine le conquiste redditizie finiscono. Se ti espandi abbastanza lontano, incontrerai popoli che sono troppo poveri per valere la conquista, o che sono così potenti da essere troppo costosi da conquistare. Entrano in gioco i ritorni decrescenti.

(Joseph A. Tainter & Tadeusz W. Patzek,  Drilling Down – The Gulf Oil Debacle and Our Energy Dilemma, 2011)

Una trattazione più completa qui (e qui in inglese).

Bollire una società

©DonkeyHotey - CC BY-SA

Here is how to boil a frog. Place the frog in a pan of tepid water. Raise the temperature so gradually that the frog does not realize it is being cooked. It may even fall into a stupor, as a person might in a hot bath. Eventually it will die. According to experiments done in the nineteenth century, you can indeed boil a frog this way. Biologists today claim that you can’t. Either way, please don’t try it.
Boiling a frog is a metaphor for the problem we all have perceiving changes that are gradual but cumulatively significant, that may creep up and have devastating consequences: a little increase here, a little there, then later some more. Nothing changes very much and things seem normal. Then one day the accumulation of changes causes the appearance of normality to disappear. Suddenly things have changed a great deal. The world is different, and it has been altered in a manner that may not be pleasant. [...]
We know how to boil a frog. Complexification is how to boil a society. Complexity grows by small steps, each seemingly reasonable, each a solution to a genuine problem. We can afford the cost of each increment. It is the cumulative costs that do the damage, for the costs of solving previous problems have not gone away and now we are adding to them. The temperature increases sensibly and we are lulled into complacency. Eventually these costs drive a society into insolvency. A few people always foresee the outcome, and always are ignored.
Complexity is not intrinsically good or bad. It is useful and affordable, or it is not. [C]omplexity can affect societies negatively, producing catastrophes [...] This is not, however, an inevitable outcome.

Ecco come bollire una rana. Ponete la rana in una pentola con acqua tiepida. Alzate la temperatura così gradualmente che la rana non capisca che sta cuocendo. Potrebbe persino cadere in un torpore, come può succedere ad una persona in un bagno caldo. Alla fine morirà. Secondo degli esperimenti eseguiti nel diciannovesimo secolo, è davvero possibile bollire una rana in questo modo. Oggi i biologi dicono che non è vero. In ogni caso, non provateci, per favore.
Bollire una rana è una metafora per il problema che noi tutti abbiamo nel percepire cambiamenti graduali ma cumulativamente significativi, che possono cogliere di sorpresa e avere consequenze devastanti: un piccolo aumento qui, un po’ di qua, un altro po’ più tardi. Niente cambia granché e le cose sembrano normali. Poi, un giorno, l’accumulo di cambiamenti fa sparire la sembianza di normalità. Improvvisamente le cose sono cambiate parecchio. Il mondo è diverso, ed è stato cambiato in un modo che può non essere piacevole. [...]
Sappiamo come bollire una rana. La complessificazione è il modo di bollire una società. La complessità cresce a piccoli passi, ciascuno apparentemente ragionevole, ciascuno una soluzione ad un problema reale. Possiamo permetterci il costo di ciascun aumento. Sono i costi complessivi a fare il danno, poiché il costo delle soluzioni ai problemi precedenti non è ancora estinto e ora ne stiamo aggiungendo altri. La temperatura aumenta in modo ragionevole e ci culliamo nella soddisfazione. Alla fine questi costi spingono la società verso l’insolvenza. Ci sono sempre alcuni che prevedono il risultato, e vengono sempre ignorati.
La complessità non è intrinsecamente buona o cattiva. È utile e ad un prezzo accessibile, o non lo è. [...] la complessità può colpire negativamente le società, producendo catastrofi [...] Questo però non è un esito inevitabile.

(Joseph A. Tainter & Tadeusz W. Patzek,  Drilling Down – The Gulf Oil Debacle and Our Energy Dilemma, 2011)

Controproducenti

Sadly, malaria is making a comeback in many parts of the Third World, due partly to insecticide-resistant mosquitoes and partly to complacency and political disintegration. Irrigation projects such as dams, reservoirs, and irrigation canals often work well in temperate climates. However, in tropical regions, they may backfire. They create large bodies of stationary water that are ideal breeding grounds for the mosquitoes that carry malaria, yellow fever, and other diseases. The slowly moving water of canals also provides a suitable habitat for water snails that carry the parasitic worms causing schistosomiasis (bilharzia). An example was the spread of schistosomiasis during the Senegal River Basin development in West Africa.

Purtroppo, la malaria sta ritornando in molte parti del Terzo Mondo, a causa in parte delle zanzare resistenti agli insetticidi, e in parte alla rassegnazione e alla disintegrazione politica. I progetti di irrigazione come dighe, bacini e canali irrigui spesso funzionano bene nei climi temperati. Tuttavia, nelle regioni tropicali possono essere controproducenti. Essi creano ampie masse d’acqua stagnante che sono terreno ideale di coltura per le zanzare che portano malaria, febbre gialla e altre malattie. L’acqua in lento movimento dei canali fornisce anche un habitat adatto alle lumache acquatiche che recano i vermi parassiti causa della schistosomiasi (bilharziosi). Un esempio fu la diffusione della schistosomiasi durante lo sviluppo del bacino del fiume Senegal in Africa occidentale.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Credenze

Bill of Mortality - ©Dial_m - licenza CC BY-NC-SA

Bill of Mortality - ©Dial_m - licenza CC BY-NC-SA

An intriguing aspect of historical beliefs about infectious disease is that the common folk were proved to be right in the long run, and the educated were mostly wrong. The priesthood pushed the idea that disease came from the gods. People were told to stop sinning and to pray for forgiveness, not waste time attempting to understand disease. Rationalist intellectuals put forward a range of theories based on factors such as diet, personality, climate, dirt, decay, and offensive odors of various sorts. Until the last century or two, most intellectuals rejected the idea that disease was contagious.
However, the behavior of the population-at-large suggests that ordinary people were aware that disease was often contagious. Avoiding contact with those infected by typhoid, plague, smallpox, and malaria was a sensible precaution. During the 1600s, the wealthier inhabitants of London kept an eye on the weekly “Bills of Mortality,” much as we tune in to the weather report nowadays. These “bills” were lists of recent deaths and their causes. When the number of cases of something especially nasty, like plague or smallpox, rose higher than normal, the wealthy fled London for their country estates and left the poor to take their chances.
Why did the scientific establishment take so long to realize that diseases are transmitted from one victim to another? I believe two factors are at work. First, many diseases are not directly contagious. Thus, although malaria is spread from person to person, it is carried by mosquitoes, and a person cannot catch it through direct contact with a human sufferer. Bubonic plague is even more confusing. It can be spread from person to person, but it is usually transmitted by fleas. From a practical viewpoint, avoiding those infected is still a good strategy—you would be less likely to be bitten by the same flea or mosquito. From an intellectual viewpoint, the observed lack of direct transmission favored the various environmental theories. Second, the technology to actually see microorganisms is of relatively recent origin. Speculation about tiny invisible germs goes back to the Roman author Varro (116–26 B.C.), but demonstrating their existence requires more than mere words: It requires a microscope.

Un aspetto interessante delle credenze storiche sulle malattie infettive è che sulla lunga distanza è stato dimostrato che il popolino aveva ragione, mentre le persone istruite per la maggior parte avevano torto. Il clero spingeva l’idea che le malattie provenivano dagli dèi. Alla gente si diceva di smettere di peccare e di pregare per il perdono, e di non perdere tempo nel cercare di comprendere le malattie. Gli intellettuali razionalisti avanzavano una serie di teorie basate su fattori come la dieta, la personalità, il clima, lo sporco, la decomposizione, e odori ripugnanti di varia natura. Fino agli ultimi uno o due secoli, la maggior parte degli intellettuali rifiutava l’idea che le malattie fossero contagiose.
Tuttavia, il comportamento della massa della popolazione indica che la gente comune era consapevole che le malattie erano spesso contagiose. Evitare il contatto con i malati di tifo, peste, vaiolo e malaria era una precauzione sensata. Nel 1600, gli abitanti più ricchi di Londra tenevano d’occhio i “Bills of Mortality” settimanali, più o meno come noi oggi ci sintonizziamo sulle previsioni del tempo. Queste affissioni erano liste di decessi recenti e delle loro cause. Quando il numero di casi di qualcosa di particolarmente orribile, come la peste o il vaiolo, aumentava oltre la norma, i ricchi lasciavano Londra per le loro proprietà in campagna, lasciando i poveri alla loro sorte.
Perché le istituzioni scientifiche impiegarono così tanto per rendersi conto che le malattie vengono trasmesse da una vittima all’altra? Credo che abbiano operato due fattori. Primo, molte malattie non sono direttamente contagiose. Per questo, anche se la malaria si diffonde da una persona all’altra, è portata dalle zanzare, e una persona non può contrarla per contatto diretto con un umano infetto. La peste bubbonica induce ancora più confusione. Può essere diffusa da persona a persona, ma di solito è trasmessa dalle pulci. Da un punto di vista pratico, evitare gli infetti è ancora una buona strategia — è più difficile essere punti dalla medesima pulce o zanzara. Da un punto di vista intellettuale, l’assenza di trasmissione diretta favorì le varie teorie ambientali. In secondo luogo, la tecnologia per osservare effettivamente i microorganismi è di origine relativamente recente. La speculazione riguardo minuscoli germi invisibili risale all’autore romano Varrone (116-26 a.C.), ma la dimostrazione della loro esistenza richiede qualcosa di più delle semplici parole: richiede un microscopio.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Fluttuazioni

We tend to think that the farther back we go in history, the dirtier and less hygienic people were, and so the higher the level of infectious disease. This is broadly true if we restrict ourselves to the last 1,000 years of Western civilization. However, if we consider the broader sweep of human history, the prevalence of infectious disease has fluctuated wildly. For example, only in the nineteenth century did Western civilization regain the level of hygiene that existed during the prime of the Roman Empire. Again, in very early times, before urbanization began, when humans were still few and far between, infectious disease was probably much less frequent.

Tendiamo a pensare che più indietro si va nella Storia, più le persone erano sporche, e quindi più alto fosse il tasso di malattie infettive. Ciò è vero in linea di massima se ci fermiamo agli ultimi 1000 anni di civiltà occidentale. Tuttavia, se consideriamo una più vasta estensione della Storia umana, la diffusione delle malattie infettive ha avuto ampie fluttuazioni. Per esempio, solo nel diciannovesimo secolo la civiltà occidentale ha riguadagnato il livello di igiene che esisteva all’apice dell’Impero Romano. Inoltre, in tempi molto antichi, prima dell’inizio dell’urbanizzazione, quando gli uomini erano ancora pochi e sparsi sul territorio, le malattie infettive erano probabilmente molto meno frequenti.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Estetica post-picco

© Ric Manning - licenza CC BY

But what will the human-made world look like a few decades beyond Peak Oil? Will we see a fulfillment of the Arts and Crafts ideal? It would be nice to think so. However, the world in which Morris and his colleagues lived and worked — including the cultural symbols, the skills, even in some cases the raw materials then readily available — has evaporated, replaced by one in which most people are loyal not to land and place, but to product and image.
One relatively recent iteration of style — the hippie aesthetic of macramé, tie-dye, beads, sandals, long hair, dulcimers, and herb gardens — may hold a few cues and clues for the post-carbon future. Hippie houses and ornaments were handmade, but often rather ineptly so. This in itself is perhaps a sign of what is to come, as we return by necessity to handcraft but without skill or cultural memory to guide us.
In its lucid moments, the hippie aesthetic (which was on the whole more musical than visual) articulated a coherent rejection of consumerism and an embrace of the “natural.” But while it attempted a profound critique of the industrial-corporate system, it showed only limited similarity to Arts and Crafts ideals. This was partly because of the changed infrastructural context: by this point in history, cars and electronic machines were so embedded in the lives of people in industrialized nations that few could imagine a realistic alternative. Moreover, the baby boomers’ rebellion was at least partly enabled by the very wealth that abundant energy produced: rents were cheap, transportation was cheap, and food was cheap; as a result, dropping out of the employment rat race for a few months in order to tune in and turn on carried little real personal risk. Thus their rejection and critique were inherently self-limiting.
The counterculture expressed itself through dreams of footloose, motored mobility (Easy Rider), and in music amped to the max with inexpensive electricity. The latter was hardly incidental: the voltage that made Harrison’s and Clapton’s guitars gently weep, and that wafted Grace Slick’s and Janis Joplin’s voices past the back rows in amphitheaters seating thousands — in short, the power of the music that united a generation — flowed ultimately from coal-fired generating plants. That same 110 volt, 60 cycle AC current energized stereo sets in dorm rooms and apartments across America, allowing ten million teenagers to memorize the lyrics to songs impressed on vinyl (i.e., petroleum) disks in the certain knowledge that these were revelatory words that would change the course of history.
If the hippie aesthetic was at least occasionally endearing, it was easily stereotyped and, when profitable, readily co-opted by cynical ad executives. It was also often naively uncritical of its own assumptions. If you want to appreciate for yourself the embedded contradictions of the movement, just rent and watch the movie Woodstock. The wide-eyed, self-congratulatory idealism of the “kids” — who arrived by automobile to liberate themselves through amateur psychopharmacology and to worship at the altar of electric amplification — is simultaneously touching and unbearable. It was no wonder the revolution failed: without an understanding of the energetic basis of industrialism and therefore of the modern corporate state, their rebellion could never have been more than symbolic.
Where the hippie aesthetic drew on deeper philosophical and political roots (such as the back-to-the-land philosophy of Scott and Helen nearing), it persisted, as it still does to this day. Perhaps the most durable and intelligent product of the era was the design philosophy known as Permaculture, developed in Australia by ecologists Bill Mollison and David Holmgren. A practical — rather than an aesthetic — design system for producing food, energy, and shelter, Permaculture was conceived in prescient expectation of the looming era of limits, and it is endlessly adaptable to differing climates and cultures. In the future, its principles may serve as the fundamental frame of reference for builders and craftspeople as they elaborate new aesthetic styles.

Ma come apparirà il mondo fatto dall’uomo qualche decina d’anni dopo il picco del petrolio? Vedremo una realizzazione dell’ideale del movimento Arts and Crafts? Sarebbe bello pensarlo. Tuttavia, il mondo in cui Morris e i suoi colleghi hanno vissuto e lavorato — inclusi i simboli culturali, le competenze, in alcuni casi anche i materiali grezzi allora a disposizione — è svanito, rimpiazzato da uno in cui la maggior parte delle persone non è leale alla terra e al luogo, ma al prodotto e all’immagine.
Un’incarnazione recente dello stile — l’estetica hippie del macramè, della tintura a riserva, delle ghirlande, dei sandali, dei capelli lunghi, dei salteri e dei giardini di cannabis — può contenere qualche indizio per il futuro del dopo-idrocarburi. Le case e gli ornamenti hippie erano fatti a mano, ma spesso in modo molto inetto. Ciò di per sé è forse un segno di quel che verrà, mentre ritorniamo per necessità all’artigianato ma senza competenze o memoria culturale a guidarci.
Nei suoi momenti lucidi, l’estetica hippie (che fu nel complesso più musicale che visiva) articolò un rifiuto coerente del consumismo e un’adozione del “naturale”. Ma mentre tentava una critica profonda del sistema industrial-aziendale, mostrava solo una limitata somiglianza con gli ideali del movimento Arts and Crafts. Ciò dipendeva in parte dal mutato contesto infrastrutturale: a questo punto nella Storia, le auto e le macchine elettroniche erano così integrate nelle vite delle persone nelle nazioni industrializzate che pochi riuscivano ad immaginare un’alternativa realistica. Per di più, la ribellione dei baby boomer era almeno in parte consentita dalla medesima ricchezza prodotta dall’abbondanza di energia: gli affitti erano bassi, i trasporti poco costosi e il cibo a buon mercato; come risultato, sganciarsi dalla corsa sfrenata all’impiego per alcuni mesi in modo da “sintonizzarsi e accendersi”
1 comportava solo un piccolo rischio personale. Dunque il loro rifiuto e la loro critica erano intrinsecamente limitate.
La controcultura si espresse attraverso sogni di mobilità libera e motorizzata (
Easy Rider) e in musica amplificata al massimo con elettricità a basso costo. Quest’ultimo aspetto non era marginale: il voltaggio che faceva piangere gentilmente le chitarre di Harrison e Clapton, e che trasportavano le voci di Grace Slick e Janis Joplin fino alle ultime file di spettatori — in breve, la potenza della musica che unì una generazione — dopotutto scorreva da centrali termoelettriche a carbone. Quella stessa corrente a 110 volt e 60 hertz alimentava gli stereo nei dormitori e appartamenti di tutta l’America, permettendo a dieci milioni di giovani di memorizzare i testi di canzoni stampate su dischi in vinile (vale a dire, petrolio) nella certezza che queste fossero parole rivelatrici che avrebbero cambiato il corso della Storia.
Se l’estetica hippie fu almeno occasionalmente accattivante, cadeva facilmente dello stereotipo e, se profittevole, veniva prontamente sfruttata da cinici pubblicitari. Spesso era anche ingenuamente acritica dei propri assunti. Se volete valutare da soli le intrinseche contraddizioni del movimento, basta noleggiare e guardare il film
Woodstock. L’idealismo autocompiaciuto dei “ragazzi” — che arrivavano in automobile per liberarsi attraverso una psicofarmacologia amatoriale e per adorare l’altare dell’amplificazione elettrica — è allo stesso tempo toccante e insopportabile. Non c’è da meravigliarsi che la rivoluzione sia fallita: senza una comprensione delle basi energetiche dell’industrialismo e quindi del moderno stato corporativo, la loro ribellione non poteva essere che unicamente simbolica.
Là dove l’estetica hippie traeva ispirazione da radici filosofiche e politiche più profonde (come nella filosofia del “ritorno alla terra” di Scott e Helen Nearing), riuscì a perdurare, fino ai nostri giorni. Il prodotto più duraturo e intelligente di quella stagione fu forse la filosofia di progetto nota come permacultura, sviluppata in Australia dagli ecologisti Bill Mollison e David Holmgren. Un sistema di progetto concreto — piuttosto che estetico — per produrre cibo, energia e riparo, che fu concepito in previsione dell’incombente era dei limiti, e che è adattabile all’infinito a differenti climi e culture. Nel futuro, i suoi principi potrebbero fungere da struttura fondamentale di riferimento per costruttori e artigiani nella loro elaborazione di nuovi stili estetici.

(Richard Heinberg, “(post-)Hydrocarbon Aesthetics”, in Peak Everything, 2007)

  1. il riferimento è allo slogan di Timothy Leary, “turn on, tune in, drop out”

Attrezzi

La cassetta degli attrezzi dell’economista è stata progettata proprio nella fase ascendente della disponibilità abbondante di energia fossile, caso unico nella storia dell’uomo, e oggi non si rivela più adeguata a gestire la fase di scarsità.

(Luca Mercalli, Prepariamoci, 2011)

Moralità

I said, “I can name for you something that is good, no matter what stories we tell ourselves.”
“And it is…”
I held up my glass. “Drinkable quantities of clean water.”
“I don’t understand.”
“Drinkable quantities of clean water are unqualifiedly a good thing, no matter the stories we tell ourselves.”
She got it. She smiled before saying, “And breathable clean air.”
We both nodded.
She continued, “Without them you die.”
“Exactly,” I said. “Without them, everyone dies.”
Now she was excited. “That’s the anchor,” she said. “We can build an entire morality from there.”
Dissi: “Posso citarti qualcosa che è bene, a prescindere dalle storie che raccontiamo a noi stessi.”
“E sarebbe…”
Alzai il mio bicchiere. “Quantità di acqua pulita sufficienti per essere bevute.”
“Non capisco.”
“Una quantità di acqua pulita sufficiente per essere bevuta è incondizionatamente una cosa buona, a prescindere dalle storie che raccontiamo a noi stessi.”
Aveva capito. Sorrise prima di dire: “E aria pulita e respirabile.”
Entrambi annuimmo.
Continuò, “Senza di esse uno muore.”
“Esattamente,” dissi. “Senza di esse, tutti muoiono.”
Adesso era euforica. “Ecco il punto fermo,” disse. “Possiamo costruire un’intera moralità a partire da lì.”
(Derrick Jensen, Endgame – Volume 1: The Problem of Civilization, 2006)

Effetti del clima sull’ingegnosità umana

Other, lesser social changes may trace their origins to the Year Without a Summer. A New Scientist article published in 2005 argues convincingly that the velocipede, the ancestor of the modern bicycle, was developed in the aftermath of 1816’s failed grain harvests as a means of transportation that didn’t need to be fed (unlike horses).

Dall’Anno Senza Estate potrebbero essere derivati altri cambiamenti sociali di minore entità. Un articolo del New Scientist pubblicato nel 2005 argomenta in modo convincente che il velocipede, antenato della moderna bicicletta, fu sviluppato in conseguenza dei mancati raccolti del 1816 come mezzo di trasporto che non avesse bisogno di essere nutrito (a differenza dei cavalli).

(Spencer Wells, Pandora’s Seed: The Unforeseen Cost of Civilization, 2010)

(Questo è un appunto che fa parte della mia personale ricerca sul perché la bicicletta — uno dei mezzi più efficienti della storia — sia stata inventata così tardi.)

Acacie, formiche e punti di leva dei sistemi

The researchers were testing different methods of preserving acacia trees on experimental plots in Kenya. Half of the plots were surrounded by fences that excluded herbivores such as elephants and giraffes, while the other half were left open. The thinking was that if herbivores were kept away, at least for a while, the acacia trees—which had become stressed by overgrazing—would have a chance to thrive. Quite the opposite happened, unfortunately; the trees protected from the herbivores became weaker and were actually more likely to die than those left open to the ravages of wandering leaf nibblers. It seems that the trees’ defense system, composed of tiny ants living in their hollow thorns and feeding on nectar produced by the plant, had started to abandon the plot when they were no longer needed and the plants reduced their nectar production. They were replaced by another species of ant that allowed other insects, including a nasty boring beetle, to attack the tree. This simple example illustrates the complex and unpredictable web of interactions among living organisms in a relatively well-understood ecosystem, and the dangers of trying to modify one component without taking into account the effect on others.

I ricercatori stavano provando diversi metodi per preservare gli alberi di acacia su appezzamenti di terreno in Kenya destinati a tali esperimenti. Metà delle zone furono circondate da palizzate che tenevano fuori erbivori come elefanti e giraffe, mentre l’altra metà fu lasciata aperta. L’idea era che se gli erbivori fossero stati mantenuti alla larga, almeno per un po’, gli alberi di acacia — che erano stati sottoposti ad eccessiva brucatura — avrebbero avuto la possibilità di ricrescere con vigore. Sfortunatamente, successe il contrario; gli alberi protetti dagli erbivori divennero più deboli e di fatto più soggetti a morte di quelli lasciati liberi di essere devastati dai mangiafoglie vagabondi. Pare che il sistema di difesa degli alberi, vale a dire le piccole formiche che vivono nelle loro spine cave e che si nutrono del nettare prodotto dalla pianta, abbiano iniziato ad abbandonare la zona una volta che erano diventate non più necessarie e che le piante avevano ridotto la loro produzione di nettare. Esse furono rimpiazzate da un’altra specie di formica che permetteva ad altri insetti, compreso un fastidioso coleottero, di attaccare l’albero. Questo semplice esempio illustra la complessa e imprevedibile rete di interazioni tra gli organismi viventi persino in un ecosistema abbastanza ben conosciuto, e i pericoli insiti nel provare a modificare un solo componente senza tenere conto gli effetti sugli altri.

(Spencer Wells, Pandora’s Seed: The Unforeseen Cost of Civilization, 2010)