C’mon, Mr. Shermer.

Michael Shermer, giornalista e scrittore noto per aver fondato la Skeptic Society, cade abbastanza nel ridicolo in un suo editoriale di due settimane fa: Life has never been so good for our species – Los Angeles Times.

It is fashionable among environmentalists today to paint a gloomy portrait of our future. Although there are many environmental issues yet to be solved, too many species endangered, more pollution than most of us would like and far too many people still going hungry each day, let’s not forget how far we’ve come, starting 10,000 years ago.

È molto di moda tra gli ambientalisti oggi dipingere un ritratto a tinte fosche del nostro futuro. Anche se ci sono ancora molti problemi ambientali da risolvere, troppe specie in pericolo, più inquinamento di quanto la maggior parte di noi vorrebbe e ancora troppe persone che soffrono la fame ogni giorno, non dimentichiamo quanto siamo andati lontano in 10.000 anni.

Tralasciando di entrare troppo nei dettagli (non credevo esistesse una minoranza che anela ad un maggiore inquinamento), c’è da rilevare che si tratta di un notevole non sequitur, da parte di una persona che dovrebbe ben conoscere le fallacie dialettiche. Tanto che basta una riedizione di un classico: immagino che anche sull’Isola di Pasqua qualcuno, facendo notare che le palme stavano estinguendosi, venisse apostrofato: “Ma guarda qui che po’ po’ di statue siamo riusciti a costruire!”.
Se il paragone sembra capzioso, lo è perché non si è letto il resto dell’articolo: Shermer conta i beni materiali in possesso di un indigeno Ya̧nomamö della foresta brasiliana e li confronta, convertendoli in dollari, con la ricchezza media attuale. Mi chiedo quale sia il tasso di cambio dollaro/conchiglia. Ci manca solo che calcoli il PIL di un villaggio amazzonico…

Poi, però, passa a fare un elenco dei traguardi della modernità, ma con confronti a spettro ben più ridotto: temporalmente e, spiace dirlo, mentalmente:

Since 1980, the percentage of people earning $100,000 or more per year, in today’s dollars, has doubled. What we can buy with that money has also grown significantly. A McDonald’s cheeseburger cost 30 minutes of work in the 1950s, three minutes of work today, and in 2002, Americans bought 50% more healthcare coverage per person than they did in 1982.

Dal 1980, la percentuale di persone che guadagnano $100.000 o più all’anno, in dollari attuali, è raddoppiata. Anche quello che possiamo comprare con questo denaro è aumentato significativamente. Un cheeseburger McDonald’s costava 30 minuti di lavoro nel 1950, tre minuti di lavoro oggi, e nel 2002, gli americani hanno comprato il 50% in più di copertura sanitaria di quanto facevano nel 1982.

Nel suo furor di monetizzare tutto, Shermer ignora tutte le condizioni al contorno e gli effetti collaterali, anche quelli misurabili numericamente (una a caso: gli americani hanno comprato più copertura sanitaria, ma l’aspettativa di vita nello steso periodo è scesa). Ma si capisce perché:

We also have more material goods — SUVs, DVDs, PCs, TVs, designer clothes, name-brand jewelry, home appliances and gadgets of all kinds.

Abbiamo anche più beni materiali — SUV, DVD, PC, TV, abiti e gioielleria firmati, elettrodomestici e gadget di ogni tipo.

Abiti e gioielleria. Firmati. Gadget. Di ogni tipo.
Le magnifiche sorti e progressive dell’umanità puntavano all’iPhone.

Americans also now enjoy a shorter workweek, with the total hours of life spent working steadily declining for the last 15 decades. In the mid-19th century, for example, the average person invested 50% of his waking hours in the year working, compared with a mere 20% before the current recession.

Inoltre, gli americani adesso godono di una settimana lavorativa più corta, con un totale di ore impiegate nel lavoro in declino costante per gli ultimi 15 decenni. A metà del XIX secolo, la persona media impiegava il 50% delle sue ore di veglia annuali in lavoro, a fronte del 20% prima dell’attuale recessione.

Facciamo un conto a spanne: 16 ore di veglia al giorno per 365 giorni fanno 5840 ore di veglia. Il cui 20% è 1168. Immaginiamo di lavorare 20 giorni al mese per 11 mesi all’anno: fa 5 ore e 20′ per giorno lavorativo: credibile? Ad esempio, Wikipedia, citando fonti OECD, dice che il lavoratore tedesco medio lavora 1480 ore… Insomma, il vantaggio si vedeva già senza esagerare, senza giocare coi numeri per un tonitruante 20%.
Wiki ci segnala anche le ore lavorative medie di un indiano nel 2008: tra 2817 e 3443. Guarda caso, circa quante ne lavorava un americano o un inglese a metà del XIX secolo:

1840 Average worker, UK 3105-3588 hours
1850 Average worker, U.S. 3150-3650 hours
1987 Average worker, U.S. 1949 hours
1988 Manufacturing workers, UK 1855 hours

A Shermer dovrebbe suonare un campanello… Esternalizzazione? Globalizzazione?
Ma, ehi, lui parlava proprio di 15 decenni, 150 anni. Come mai?

13th century Adult male peasant, UK 1620 hours
14th century Casual laborer, UK 1440 hours
Middle Ages English worker 2309 hours
1400-1600 Farmer-miner, adult male, UK 1980 hours

Si notano due cose: la prima, è che (a quanto pare) un indiano medio lavora il doppio di quanto si lavorava in Occidente nel Medioevo. Sta meglio? È da vedere, ma in ogni caso il suo benessere se lo sta sudando, pare.
La seconda è che nel medioevo si lavorava in genere meno che nel periodo industriale (fino a qualche decennio fa, addirittura). È forse l’industria, che ha aumentato il carico di lavoro?
Inoltre, Shermer inizialmente parlava di 10.000 anni. Guarda caso, diversi antropologi, da Marshall Sahlins a Jared Diamond, hanno fatto notare che la “settimana lavorativa” dei cacciatori-raccoglitori era (è) di 15-20 ore. Fanno 1040 ore all’anno.

Ma va bene, caro Shermer, siamo d’accordo, un sacco di vantaggi, l’iPad al posto delle perline e degli specchietti, ma non ammettevi anche tu che ci fossero diversi problemi collaterali? Dicci qualcosa in merito, dai.

And despite the environmental impact of our more prosperous lifestyle, on balance things really are getting better, as documented by Matt Ridley in his forthcoming book, “The Rational Optimist.”

E nonostante l’impatto ambientale del nostro stile di vita più prospero, tutto sommato le cose stanno davvero migliorando, come documentato da Matt Ridley nel suo libro in uscita, “L’ottimista razionale”.

Ehi, davvero? Ci aspettiamo delle anticipazioni di un certo peso, a questo punto. Spara.

For instance, over the last half a century, pollution is down in most cities, even in my own Los Angeles.

Per esempio, nell’ultimo mezzo secolo, l’inquinamento è diminuito nelle maggior parte delle città, anche nella mia stessa Los Angeles.

La maggior parte delle città?!? Dove sono finite le estinzioni delle specie di cui parlava all’inizio? E la perdita di petrolio nel Golfo del Messico? E il cambiamento climatico antropogenico? E le 146 zone morte anossiche negli oceani di tutto il pianeta? E il vortice di monnezza, grande almeno quanto il Texas, in mezzo all’Oceano Pacifico?
Che ci frega, Shermer adesso riesce a pedalare a pieni polmoni a Los Angeles come non gli succedeva vent’anni fa, fanculo la foresta amazzonica.

Con argomenti del genere, che senso ha cercare di imbastire una discussione seria sul bilancio tra vantaggi e svantaggi della civilizzazione, alla ricerca di un possibile compromesso?

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3 commenti »

  1. [...] This post was mentioned on Twitter by Lopo. Lopo said: C’mon, Mr. Shermer. – http://lopo.it/2010/05/18/cmon-mr-shermer/ [...]

  2. Weissbach scrive:

    Maria Antonietta era molto meno stronza.

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Riserve di energia solare

©Darrel Ronald - CC BY-NC-ND

After Carthage was defeated in the Second Punic War (ended 201 B.C.), Rome was the most powerful state in the Mediterranean basin. Soon she was at war with Macedonia and Syria, successfully in both cases. Now Rome’s wars started to become truly profitable. Increasingly the conquered peoples underwrote the costs of further expansion. These were societies powered entirely by subsistence agriculture, that is, by solar energy. There was not much ancient societies could do to store extra solar energy except to turn it into something durable. This they did by turning surplus energy into precious metals, works of art, and people. When the Romans conquered a new people, they would seize this stored solar energy by carrying off the same precious metals and works of art, as well as people who would be enslaved. Centuries of solar energy that had fallen on Mediterranean lands were seized and transported to Italy, making Rome the most magnificent city of the ancient world.
It its worthwhile to pause in our narrative and emphasize this point. The Romans’ strategy of growth was to capture and use stores of past solar energy, stores that they did not have to create themselves. This is the same as we do today with fossil fuels. Nature had stored the past solar energy for us, whereas for the Romans it had been stored by the peoples they conquered. Both we and the Romans financed our growth with a subsidy that we did not have to produce ourselves. [...]
One of the problems of being an empire is that eventually you run out of profitable conquests. Expand far enough and you will encounter people who are too poor to be worth conquering, or who are powerful enough that they are too costly to conquer. Diminishing returns set in.

Dopo la sconfitta di Cartagine nella Seconda Guerra Punica (terminata nel 201 a.C.), Roma era lo stato più potente nel bacino del Mediterraneo. Presto fu in guerra con la Macedonia e la Siria, in entrambi i casi con successo. Adesso le guerre di Roma cominciavano a essere davvero proficue. I popoli conquistati si accollavano sempre più i costi di un’ulteriore espansione. Queste società erano alimentate interamente da un’agricoltura di sussistenza, cioè dall’energia solare. Le società antiche non potevano fare molto altro per immagazzinare l’energia solare in eccesso che trasformarla in qualcosa di durevole. Lo fecero trasformano il surplus di energia in metalli preziosi, opere d’arte e persone. Quando i romani conquistavano un nuovo popolo, si impossessavano di questa energia solare immagazzinata portando via questi stessi metalli preziosi e opere d’arte, nonché le persone che avrebbero reso schiave. Secoli di energia solare piovuta sulle terre del Mediterraneo furono arraffati e trasportati in Italia, rendendo Roma la più splendida città del mondo antico.
Vale la pena di fare una pausa nel nostro racconto e sottolineare questo punto. La strategia di crescita dei Romani era quella di catturare e usare le riserve di energia solare del passato, riserve che non dovevano creare da soli. È la stessa cosa che facciamo noi oggi con i combustibili fossili. La Natura ha immagazzinato per noi l’energia solare del passato, mentre per i Romani era stata immagazzinata dai popoli che conquistavano. Sia noi che i Romani abbiamo finanziato la nostra crescita con un sussidio che non abbiamo dovuto produrre da soli. [...]
Uno dei problemi dell’essere un impero è che alla fine le conquiste redditizie finiscono. Se ti espandi abbastanza lontano, incontrerai popoli che sono troppo poveri per valere la conquista, o che sono così potenti da essere troppo costosi da conquistare. Entrano in gioco i ritorni decrescenti.

(Joseph A. Tainter & Tadeusz W. Patzek,  Drilling Down – The Gulf Oil Debacle and Our Energy Dilemma, 2011)

Una trattazione più completa qui (e qui in inglese).

Bollire una società

©DonkeyHotey - CC BY-SA

Here is how to boil a frog. Place the frog in a pan of tepid water. Raise the temperature so gradually that the frog does not realize it is being cooked. It may even fall into a stupor, as a person might in a hot bath. Eventually it will die. According to experiments done in the nineteenth century, you can indeed boil a frog this way. Biologists today claim that you can’t. Either way, please don’t try it.
Boiling a frog is a metaphor for the problem we all have perceiving changes that are gradual but cumulatively significant, that may creep up and have devastating consequences: a little increase here, a little there, then later some more. Nothing changes very much and things seem normal. Then one day the accumulation of changes causes the appearance of normality to disappear. Suddenly things have changed a great deal. The world is different, and it has been altered in a manner that may not be pleasant. [...]
We know how to boil a frog. Complexification is how to boil a society. Complexity grows by small steps, each seemingly reasonable, each a solution to a genuine problem. We can afford the cost of each increment. It is the cumulative costs that do the damage, for the costs of solving previous problems have not gone away and now we are adding to them. The temperature increases sensibly and we are lulled into complacency. Eventually these costs drive a society into insolvency. A few people always foresee the outcome, and always are ignored.
Complexity is not intrinsically good or bad. It is useful and affordable, or it is not. [C]omplexity can affect societies negatively, producing catastrophes [...] This is not, however, an inevitable outcome.

Ecco come bollire una rana. Ponete la rana in una pentola con acqua tiepida. Alzate la temperatura così gradualmente che la rana non capisca che sta cuocendo. Potrebbe persino cadere in un torpore, come può succedere ad una persona in un bagno caldo. Alla fine morirà. Secondo degli esperimenti eseguiti nel diciannovesimo secolo, è davvero possibile bollire una rana in questo modo. Oggi i biologi dicono che non è vero. In ogni caso, non provateci, per favore.
Bollire una rana è una metafora per il problema che noi tutti abbiamo nel percepire cambiamenti graduali ma cumulativamente significativi, che possono cogliere di sorpresa e avere consequenze devastanti: un piccolo aumento qui, un po’ di qua, un altro po’ più tardi. Niente cambia granché e le cose sembrano normali. Poi, un giorno, l’accumulo di cambiamenti fa sparire la sembianza di normalità. Improvvisamente le cose sono cambiate parecchio. Il mondo è diverso, ed è stato cambiato in un modo che può non essere piacevole. [...]
Sappiamo come bollire una rana. La complessificazione è il modo di bollire una società. La complessità cresce a piccoli passi, ciascuno apparentemente ragionevole, ciascuno una soluzione ad un problema reale. Possiamo permetterci il costo di ciascun aumento. Sono i costi complessivi a fare il danno, poiché il costo delle soluzioni ai problemi precedenti non è ancora estinto e ora ne stiamo aggiungendo altri. La temperatura aumenta in modo ragionevole e ci culliamo nella soddisfazione. Alla fine questi costi spingono la società verso l’insolvenza. Ci sono sempre alcuni che prevedono il risultato, e vengono sempre ignorati.
La complessità non è intrinsecamente buona o cattiva. È utile e ad un prezzo accessibile, o non lo è. [...] la complessità può colpire negativamente le società, producendo catastrofi [...] Questo però non è un esito inevitabile.

(Joseph A. Tainter & Tadeusz W. Patzek,  Drilling Down – The Gulf Oil Debacle and Our Energy Dilemma, 2011)

Controproducenti

Sadly, malaria is making a comeback in many parts of the Third World, due partly to insecticide-resistant mosquitoes and partly to complacency and political disintegration. Irrigation projects such as dams, reservoirs, and irrigation canals often work well in temperate climates. However, in tropical regions, they may backfire. They create large bodies of stationary water that are ideal breeding grounds for the mosquitoes that carry malaria, yellow fever, and other diseases. The slowly moving water of canals also provides a suitable habitat for water snails that carry the parasitic worms causing schistosomiasis (bilharzia). An example was the spread of schistosomiasis during the Senegal River Basin development in West Africa.

Purtroppo, la malaria sta ritornando in molte parti del Terzo Mondo, a causa in parte delle zanzare resistenti agli insetticidi, e in parte alla rassegnazione e alla disintegrazione politica. I progetti di irrigazione come dighe, bacini e canali irrigui spesso funzionano bene nei climi temperati. Tuttavia, nelle regioni tropicali possono essere controproducenti. Essi creano ampie masse d’acqua stagnante che sono terreno ideale di coltura per le zanzare che portano malaria, febbre gialla e altre malattie. L’acqua in lento movimento dei canali fornisce anche un habitat adatto alle lumache acquatiche che recano i vermi parassiti causa della schistosomiasi (bilharziosi). Un esempio fu la diffusione della schistosomiasi durante lo sviluppo del bacino del fiume Senegal in Africa occidentale.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Credenze

Bill of Mortality - ©Dial_m - licenza CC BY-NC-SA

Bill of Mortality - ©Dial_m - licenza CC BY-NC-SA

An intriguing aspect of historical beliefs about infectious disease is that the common folk were proved to be right in the long run, and the educated were mostly wrong. The priesthood pushed the idea that disease came from the gods. People were told to stop sinning and to pray for forgiveness, not waste time attempting to understand disease. Rationalist intellectuals put forward a range of theories based on factors such as diet, personality, climate, dirt, decay, and offensive odors of various sorts. Until the last century or two, most intellectuals rejected the idea that disease was contagious.
However, the behavior of the population-at-large suggests that ordinary people were aware that disease was often contagious. Avoiding contact with those infected by typhoid, plague, smallpox, and malaria was a sensible precaution. During the 1600s, the wealthier inhabitants of London kept an eye on the weekly “Bills of Mortality,” much as we tune in to the weather report nowadays. These “bills” were lists of recent deaths and their causes. When the number of cases of something especially nasty, like plague or smallpox, rose higher than normal, the wealthy fled London for their country estates and left the poor to take their chances.
Why did the scientific establishment take so long to realize that diseases are transmitted from one victim to another? I believe two factors are at work. First, many diseases are not directly contagious. Thus, although malaria is spread from person to person, it is carried by mosquitoes, and a person cannot catch it through direct contact with a human sufferer. Bubonic plague is even more confusing. It can be spread from person to person, but it is usually transmitted by fleas. From a practical viewpoint, avoiding those infected is still a good strategy—you would be less likely to be bitten by the same flea or mosquito. From an intellectual viewpoint, the observed lack of direct transmission favored the various environmental theories. Second, the technology to actually see microorganisms is of relatively recent origin. Speculation about tiny invisible germs goes back to the Roman author Varro (116–26 B.C.), but demonstrating their existence requires more than mere words: It requires a microscope.

Un aspetto interessante delle credenze storiche sulle malattie infettive è che sulla lunga distanza è stato dimostrato che il popolino aveva ragione, mentre le persone istruite per la maggior parte avevano torto. Il clero spingeva l’idea che le malattie provenivano dagli dèi. Alla gente si diceva di smettere di peccare e di pregare per il perdono, e di non perdere tempo nel cercare di comprendere le malattie. Gli intellettuali razionalisti avanzavano una serie di teorie basate su fattori come la dieta, la personalità, il clima, lo sporco, la decomposizione, e odori ripugnanti di varia natura. Fino agli ultimi uno o due secoli, la maggior parte degli intellettuali rifiutava l’idea che le malattie fossero contagiose.
Tuttavia, il comportamento della massa della popolazione indica che la gente comune era consapevole che le malattie erano spesso contagiose. Evitare il contatto con i malati di tifo, peste, vaiolo e malaria era una precauzione sensata. Nel 1600, gli abitanti più ricchi di Londra tenevano d’occhio i “Bills of Mortality” settimanali, più o meno come noi oggi ci sintonizziamo sulle previsioni del tempo. Queste affissioni erano liste di decessi recenti e delle loro cause. Quando il numero di casi di qualcosa di particolarmente orribile, come la peste o il vaiolo, aumentava oltre la norma, i ricchi lasciavano Londra per le loro proprietà in campagna, lasciando i poveri alla loro sorte.
Perché le istituzioni scientifiche impiegarono così tanto per rendersi conto che le malattie vengono trasmesse da una vittima all’altra? Credo che abbiano operato due fattori. Primo, molte malattie non sono direttamente contagiose. Per questo, anche se la malaria si diffonde da una persona all’altra, è portata dalle zanzare, e una persona non può contrarla per contatto diretto con un umano infetto. La peste bubbonica induce ancora più confusione. Può essere diffusa da persona a persona, ma di solito è trasmessa dalle pulci. Da un punto di vista pratico, evitare gli infetti è ancora una buona strategia — è più difficile essere punti dalla medesima pulce o zanzara. Da un punto di vista intellettuale, l’assenza di trasmissione diretta favorì le varie teorie ambientali. In secondo luogo, la tecnologia per osservare effettivamente i microorganismi è di origine relativamente recente. La speculazione riguardo minuscoli germi invisibili risale all’autore romano Varrone (116-26 a.C.), ma la dimostrazione della loro esistenza richiede qualcosa di più delle semplici parole: richiede un microscopio.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Fluttuazioni

We tend to think that the farther back we go in history, the dirtier and less hygienic people were, and so the higher the level of infectious disease. This is broadly true if we restrict ourselves to the last 1,000 years of Western civilization. However, if we consider the broader sweep of human history, the prevalence of infectious disease has fluctuated wildly. For example, only in the nineteenth century did Western civilization regain the level of hygiene that existed during the prime of the Roman Empire. Again, in very early times, before urbanization began, when humans were still few and far between, infectious disease was probably much less frequent.

Tendiamo a pensare che più indietro si va nella Storia, più le persone erano sporche, e quindi più alto fosse il tasso di malattie infettive. Ciò è vero in linea di massima se ci fermiamo agli ultimi 1000 anni di civiltà occidentale. Tuttavia, se consideriamo una più vasta estensione della Storia umana, la diffusione delle malattie infettive ha avuto ampie fluttuazioni. Per esempio, solo nel diciannovesimo secolo la civiltà occidentale ha riguadagnato il livello di igiene che esisteva all’apice dell’Impero Romano. Inoltre, in tempi molto antichi, prima dell’inizio dell’urbanizzazione, quando gli uomini erano ancora pochi e sparsi sul territorio, le malattie infettive erano probabilmente molto meno frequenti.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Estetica post-picco

© Ric Manning - licenza CC BY

But what will the human-made world look like a few decades beyond Peak Oil? Will we see a fulfillment of the Arts and Crafts ideal? It would be nice to think so. However, the world in which Morris and his colleagues lived and worked — including the cultural symbols, the skills, even in some cases the raw materials then readily available — has evaporated, replaced by one in which most people are loyal not to land and place, but to product and image.
One relatively recent iteration of style — the hippie aesthetic of macramé, tie-dye, beads, sandals, long hair, dulcimers, and herb gardens — may hold a few cues and clues for the post-carbon future. Hippie houses and ornaments were handmade, but often rather ineptly so. This in itself is perhaps a sign of what is to come, as we return by necessity to handcraft but without skill or cultural memory to guide us.
In its lucid moments, the hippie aesthetic (which was on the whole more musical than visual) articulated a coherent rejection of consumerism and an embrace of the “natural.” But while it attempted a profound critique of the industrial-corporate system, it showed only limited similarity to Arts and Crafts ideals. This was partly because of the changed infrastructural context: by this point in history, cars and electronic machines were so embedded in the lives of people in industrialized nations that few could imagine a realistic alternative. Moreover, the baby boomers’ rebellion was at least partly enabled by the very wealth that abundant energy produced: rents were cheap, transportation was cheap, and food was cheap; as a result, dropping out of the employment rat race for a few months in order to tune in and turn on carried little real personal risk. Thus their rejection and critique were inherently self-limiting.
The counterculture expressed itself through dreams of footloose, motored mobility (Easy Rider), and in music amped to the max with inexpensive electricity. The latter was hardly incidental: the voltage that made Harrison’s and Clapton’s guitars gently weep, and that wafted Grace Slick’s and Janis Joplin’s voices past the back rows in amphitheaters seating thousands — in short, the power of the music that united a generation — flowed ultimately from coal-fired generating plants. That same 110 volt, 60 cycle AC current energized stereo sets in dorm rooms and apartments across America, allowing ten million teenagers to memorize the lyrics to songs impressed on vinyl (i.e., petroleum) disks in the certain knowledge that these were revelatory words that would change the course of history.
If the hippie aesthetic was at least occasionally endearing, it was easily stereotyped and, when profitable, readily co-opted by cynical ad executives. It was also often naively uncritical of its own assumptions. If you want to appreciate for yourself the embedded contradictions of the movement, just rent and watch the movie Woodstock. The wide-eyed, self-congratulatory idealism of the “kids” — who arrived by automobile to liberate themselves through amateur psychopharmacology and to worship at the altar of electric amplification — is simultaneously touching and unbearable. It was no wonder the revolution failed: without an understanding of the energetic basis of industrialism and therefore of the modern corporate state, their rebellion could never have been more than symbolic.
Where the hippie aesthetic drew on deeper philosophical and political roots (such as the back-to-the-land philosophy of Scott and Helen nearing), it persisted, as it still does to this day. Perhaps the most durable and intelligent product of the era was the design philosophy known as Permaculture, developed in Australia by ecologists Bill Mollison and David Holmgren. A practical — rather than an aesthetic — design system for producing food, energy, and shelter, Permaculture was conceived in prescient expectation of the looming era of limits, and it is endlessly adaptable to differing climates and cultures. In the future, its principles may serve as the fundamental frame of reference for builders and craftspeople as they elaborate new aesthetic styles.

Ma come apparirà il mondo fatto dall’uomo qualche decina d’anni dopo il picco del petrolio? Vedremo una realizzazione dell’ideale del movimento Arts and Crafts? Sarebbe bello pensarlo. Tuttavia, il mondo in cui Morris e i suoi colleghi hanno vissuto e lavorato — inclusi i simboli culturali, le competenze, in alcuni casi anche i materiali grezzi allora a disposizione — è svanito, rimpiazzato da uno in cui la maggior parte delle persone non è leale alla terra e al luogo, ma al prodotto e all’immagine.
Un’incarnazione recente dello stile — l’estetica hippie del macramè, della tintura a riserva, delle ghirlande, dei sandali, dei capelli lunghi, dei salteri e dei giardini di cannabis — può contenere qualche indizio per il futuro del dopo-idrocarburi. Le case e gli ornamenti hippie erano fatti a mano, ma spesso in modo molto inetto. Ciò di per sé è forse un segno di quel che verrà, mentre ritorniamo per necessità all’artigianato ma senza competenze o memoria culturale a guidarci.
Nei suoi momenti lucidi, l’estetica hippie (che fu nel complesso più musicale che visiva) articolò un rifiuto coerente del consumismo e un’adozione del “naturale”. Ma mentre tentava una critica profonda del sistema industrial-aziendale, mostrava solo una limitata somiglianza con gli ideali del movimento Arts and Crafts. Ciò dipendeva in parte dal mutato contesto infrastrutturale: a questo punto nella Storia, le auto e le macchine elettroniche erano così integrate nelle vite delle persone nelle nazioni industrializzate che pochi riuscivano ad immaginare un’alternativa realistica. Per di più, la ribellione dei baby boomer era almeno in parte consentita dalla medesima ricchezza prodotta dall’abbondanza di energia: gli affitti erano bassi, i trasporti poco costosi e il cibo a buon mercato; come risultato, sganciarsi dalla corsa sfrenata all’impiego per alcuni mesi in modo da “sintonizzarsi e accendersi”
1 comportava solo un piccolo rischio personale. Dunque il loro rifiuto e la loro critica erano intrinsecamente limitate.
La controcultura si espresse attraverso sogni di mobilità libera e motorizzata (
Easy Rider) e in musica amplificata al massimo con elettricità a basso costo. Quest’ultimo aspetto non era marginale: il voltaggio che faceva piangere gentilmente le chitarre di Harrison e Clapton, e che trasportavano le voci di Grace Slick e Janis Joplin fino alle ultime file di spettatori — in breve, la potenza della musica che unì una generazione — dopotutto scorreva da centrali termoelettriche a carbone. Quella stessa corrente a 110 volt e 60 hertz alimentava gli stereo nei dormitori e appartamenti di tutta l’America, permettendo a dieci milioni di giovani di memorizzare i testi di canzoni stampate su dischi in vinile (vale a dire, petrolio) nella certezza che queste fossero parole rivelatrici che avrebbero cambiato il corso della Storia.
Se l’estetica hippie fu almeno occasionalmente accattivante, cadeva facilmente dello stereotipo e, se profittevole, veniva prontamente sfruttata da cinici pubblicitari. Spesso era anche ingenuamente acritica dei propri assunti. Se volete valutare da soli le intrinseche contraddizioni del movimento, basta noleggiare e guardare il film
Woodstock. L’idealismo autocompiaciuto dei “ragazzi” — che arrivavano in automobile per liberarsi attraverso una psicofarmacologia amatoriale e per adorare l’altare dell’amplificazione elettrica — è allo stesso tempo toccante e insopportabile. Non c’è da meravigliarsi che la rivoluzione sia fallita: senza una comprensione delle basi energetiche dell’industrialismo e quindi del moderno stato corporativo, la loro ribellione non poteva essere che unicamente simbolica.
Là dove l’estetica hippie traeva ispirazione da radici filosofiche e politiche più profonde (come nella filosofia del “ritorno alla terra” di Scott e Helen Nearing), riuscì a perdurare, fino ai nostri giorni. Il prodotto più duraturo e intelligente di quella stagione fu forse la filosofia di progetto nota come permacultura, sviluppata in Australia dagli ecologisti Bill Mollison e David Holmgren. Un sistema di progetto concreto — piuttosto che estetico — per produrre cibo, energia e riparo, che fu concepito in previsione dell’incombente era dei limiti, e che è adattabile all’infinito a differenti climi e culture. Nel futuro, i suoi principi potrebbero fungere da struttura fondamentale di riferimento per costruttori e artigiani nella loro elaborazione di nuovi stili estetici.

(Richard Heinberg, “(post-)Hydrocarbon Aesthetics”, in Peak Everything, 2007)

  1. il riferimento è allo slogan di Timothy Leary, “turn on, tune in, drop out”

Attrezzi

La cassetta degli attrezzi dell’economista è stata progettata proprio nella fase ascendente della disponibilità abbondante di energia fossile, caso unico nella storia dell’uomo, e oggi non si rivela più adeguata a gestire la fase di scarsità.

(Luca Mercalli, Prepariamoci, 2011)

Moralità

I said, “I can name for you something that is good, no matter what stories we tell ourselves.”
“And it is…”
I held up my glass. “Drinkable quantities of clean water.”
“I don’t understand.”
“Drinkable quantities of clean water are unqualifiedly a good thing, no matter the stories we tell ourselves.”
She got it. She smiled before saying, “And breathable clean air.”
We both nodded.
She continued, “Without them you die.”
“Exactly,” I said. “Without them, everyone dies.”
Now she was excited. “That’s the anchor,” she said. “We can build an entire morality from there.”
Dissi: “Posso citarti qualcosa che è bene, a prescindere dalle storie che raccontiamo a noi stessi.”
“E sarebbe…”
Alzai il mio bicchiere. “Quantità di acqua pulita sufficienti per essere bevute.”
“Non capisco.”
“Una quantità di acqua pulita sufficiente per essere bevuta è incondizionatamente una cosa buona, a prescindere dalle storie che raccontiamo a noi stessi.”
Aveva capito. Sorrise prima di dire: “E aria pulita e respirabile.”
Entrambi annuimmo.
Continuò, “Senza di esse uno muore.”
“Esattamente,” dissi. “Senza di esse, tutti muoiono.”
Adesso era euforica. “Ecco il punto fermo,” disse. “Possiamo costruire un’intera moralità a partire da lì.”
(Derrick Jensen, Endgame – Volume 1: The Problem of Civilization, 2006)

Effetti del clima sull’ingegnosità umana

Other, lesser social changes may trace their origins to the Year Without a Summer. A New Scientist article published in 2005 argues convincingly that the velocipede, the ancestor of the modern bicycle, was developed in the aftermath of 1816’s failed grain harvests as a means of transportation that didn’t need to be fed (unlike horses).

Dall’Anno Senza Estate potrebbero essere derivati altri cambiamenti sociali di minore entità. Un articolo del New Scientist pubblicato nel 2005 argomenta in modo convincente che il velocipede, antenato della moderna bicicletta, fu sviluppato in conseguenza dei mancati raccolti del 1816 come mezzo di trasporto che non avesse bisogno di essere nutrito (a differenza dei cavalli).

(Spencer Wells, Pandora’s Seed: The Unforeseen Cost of Civilization, 2010)

(Questo è un appunto che fa parte della mia personale ricerca sul perché la bicicletta — uno dei mezzi più efficienti della storia — sia stata inventata così tardi.)

Acacie, formiche e punti di leva dei sistemi

The researchers were testing different methods of preserving acacia trees on experimental plots in Kenya. Half of the plots were surrounded by fences that excluded herbivores such as elephants and giraffes, while the other half were left open. The thinking was that if herbivores were kept away, at least for a while, the acacia trees—which had become stressed by overgrazing—would have a chance to thrive. Quite the opposite happened, unfortunately; the trees protected from the herbivores became weaker and were actually more likely to die than those left open to the ravages of wandering leaf nibblers. It seems that the trees’ defense system, composed of tiny ants living in their hollow thorns and feeding on nectar produced by the plant, had started to abandon the plot when they were no longer needed and the plants reduced their nectar production. They were replaced by another species of ant that allowed other insects, including a nasty boring beetle, to attack the tree. This simple example illustrates the complex and unpredictable web of interactions among living organisms in a relatively well-understood ecosystem, and the dangers of trying to modify one component without taking into account the effect on others.

I ricercatori stavano provando diversi metodi per preservare gli alberi di acacia su appezzamenti di terreno in Kenya destinati a tali esperimenti. Metà delle zone furono circondate da palizzate che tenevano fuori erbivori come elefanti e giraffe, mentre l’altra metà fu lasciata aperta. L’idea era che se gli erbivori fossero stati mantenuti alla larga, almeno per un po’, gli alberi di acacia — che erano stati sottoposti ad eccessiva brucatura — avrebbero avuto la possibilità di ricrescere con vigore. Sfortunatamente, successe il contrario; gli alberi protetti dagli erbivori divennero più deboli e di fatto più soggetti a morte di quelli lasciati liberi di essere devastati dai mangiafoglie vagabondi. Pare che il sistema di difesa degli alberi, vale a dire le piccole formiche che vivono nelle loro spine cave e che si nutrono del nettare prodotto dalla pianta, abbiano iniziato ad abbandonare la zona una volta che erano diventate non più necessarie e che le piante avevano ridotto la loro produzione di nettare. Esse furono rimpiazzate da un’altra specie di formica che permetteva ad altri insetti, compreso un fastidioso coleottero, di attaccare l’albero. Questo semplice esempio illustra la complessa e imprevedibile rete di interazioni tra gli organismi viventi persino in un ecosistema abbastanza ben conosciuto, e i pericoli insiti nel provare a modificare un solo componente senza tenere conto gli effetti sugli altri.

(Spencer Wells, Pandora’s Seed: The Unforeseen Cost of Civilization, 2010)