Falsa competizione

Rodney Heitschmidt and Jerry Stuth point out that “[h]umankind has historically fostered and relied upon livestock grazing for a substantial portion of its livelihood because it is the only process capable of converting the energy in grassland vegetation into  an energy source directly consumable by humans.†Nineteen billion metric tons of vegetation are produced by plants in grasslands and savannas, and we can’t eat them. Humans and ruminants are not naturally in competition for the same meal: this is where the political vegetarians have gone wrong. Yes, industrial culture has been stuffing grain into as many animals as it can. But it’s the logic of industrial capitalism that’s dictating that diet, not nature.

Rodney Heitschmidt e Jerry Stuth fanno notare che “storicamente l’umanità ha fatto affidamento sul pascolo del bestiame per ottenere una parte sostanziale del proprio sostentamento perché esso è l’unico processo capace di convertire l’energia della vegetazione erbacea in una fonte di energia direttamente consumabile dagli umani”. Le piante delle praterie e delle savane producono diciannove miliardi di tonnellate di vegetazione, e noi non possiamo mangiarle. Umani e ruminanti non sono naturalmente in competizione per lo stesso cibo: ecco dove i vegetariani politici sbagliano. Sì, la cultura industriale ha stipato cereali in quanti più animali possibile. Ma è la logica del capitalismo industriale che sta dettando la dieta, non la natura.

(Lierre Keith, The Vegetarian Myth, 2009)

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Una catastrofe annuale artificiale

Agriculture is a recent human experiment. For most of human history, we lived by gathering or killing a broad variety of nature’s offerings. Why humans might have traded this approach for the complexities of agriculture is an interesting and long-debated question, especially because the skeletal evidence clearly indicates that early farmers were more poorly nourished, more disease-ridden and deformed, than their hunter-gatherer contemporaries. Farming did not improve most lives. The evidence that best points to the answer, I think, lies in the difference between early agricultural villages and their pre-agricultural counterparts—the presence not just of grain but of granaries and, more tellingly, of just a few houses significantly larger and more ornate than all the others attached to those granaries. Agriculture was not so much about food as it was about the accumulation of wealth. It benefited some humans, and those people have been in charge ever since.

Domestication was also a radical change in the distribution of wealth within the plant world. Plants can spend their solar income in several ways. The dominant and prudent strategy is to allocate most of it to building roots, stem, bark—a conservative portfolio of investments that allows the plant to better gather energy and survive the downturn years. Further, by living in diverse stands (a given chunk of native prairie contains maybe 200 species of plants), these perennials provide services for one another, such as retaining water, protecting one another from wind, and fixing free nitrogen from the air to use as fertilizer. Diversity allows a system to “sponsor its own fertility,†to use visionary agronomist Wes Jackson’s phrase. This is the plant world’s norm.

There is a very narrow group of annuals, however, that grow in patches of a single species and store almost all of their income as seed, a tight bundle of carbohydrates easily exploited by seed eaters such as ourselves. Under normal circumstances, this eggs-in-one-basket strategy is a dumb idea for a plant. But not during catastrophes such as floods, fires, and volcanic eruptions. Such catastrophes strip established plant communities and create opportunities for wind-scattered entrepreneurial seed bearers. It is no accident that no matter where agriculture sprouted on the globe, it always happened near rivers. You might assume, as many have, that this is because the plants needed the water or nutrients. Mostly this is not true. They needed the power of flooding, which scoured landscapes and stripped out competitors. Nor is it an accident, I think, that agriculture arose independently and simultaneously around the globe just as the last ice age ended, a time of enormous upheaval when glacial melt let loose sea-size lakes to create tidal waves of erosion. It was a time of catastrophe.

Corn, rice, and wheat are especially adapted to catastrophe. It is their niche. In the natural scheme of things, a catastrophe would create a blank slate, bare soil, that was good for them. Then, under normal circumstances, succession would quickly close that niche. The annuals would colonize. Their roots would stabilize the soil, accumulate organic matter, provide cover. Eventually the catastrophic niche would close. Farming is the process of ripping that niche open again and again. It is an annual artificial catastrophe, and it requires the equivalent of three or four tons of TNT per acre for a modern American farm. Iowa’s fields require the energy of 4,000 Nagasaki bombs every year.

L’agricoltura è un esperimento recente. Per la maggior parte della storia umana, abbiamo vissuto raccogliendo o uccidendo un’ampia varietà di ciò che offriva la natura. Per quale motivo gli uomini abbiano barattato questo approccio per le complessità dell’agricoltura, è una questione interessante e a lungo dibattuta, soprattutto perché l’evidenza dall’analisi degli scheletri indica chiaramente che i primi contadini erano peggio nutriti e più colpiti da malattie e deformità dei loro contemporanei cacciatori-raccoglitori. L’agricoltura non migliorò la vita della maggior parte delle persone. La prova che indica meglio la risposta, a mio parere, sta nella differenza tra i primi villaggi agricoli e le loro controparti pre-agricole – la presenza non solo di cereali ma di granai e, più eloquentemente, di alcune case decisamente più grandi e più decorate di tutte le altre adiacenti a quei granai. L’agricoltura non riguardava tanto il cibo quanto l’accumulo di ricchezza. Ha giovato ad alcuni umani, e quelle persone da allora sono al potere.

L’addomesticazione fu anche un cambiamento radicale nella distribuzione della ricchezza nel mondo vegetale. Le piante possono spendere il loro introito solare in molti modi. La strategia dominante e più prudente è quella di allocare la maggior parte dell’energia nella costruzione di radici, steli, corteccia – un portafoglio conservativo di investimenti che permette alla pianta di raccogliere meglio l’energia e sopravvivere agli anni negativi. In più, vivendo in situazioni ad elevata biodiversità (un dato pezzo di prateria nativa contiene forse 200 specie vegetali), queste piante perenni forniscono servizi l’una all’altra, come trattenere l’acqua, proteggersi a vicenda dal vento, e fissare l’azoto atmosferico per usarlo come fertilizzante. La varietà permette ad un sistema di “sponsorizzare la propria fertilità”, per usare l’espressione dell’agronomo visionario Wes Jackson. Questa è la norma, nel mondo delle piante.

C’è però un gruppo molto ridotto di piante annuali che cresce in chiazze monospecie e immagazzina quasi tutto il proprio introito nel seme, un pacchetto compatto di carboidrati facilmente sfruttati da mangiatori di semi come noi. In circostanze normali, questa strategia “tutte le uova in un solo paniere” è un’idea stupida per una pianta. Ma non durante catastrofi come inondazioni, incendi ed eruzioni vulcaniche. Questi disastri cancellano le comunità vegetali già stabilite e creano opportunità per le piante portatrici di semi da spargere al vento che siano dotate di iniziativa. Non è un caso che ovunque sia spuntata l’agricoltura nel globo, ciò è sempre accaduto nei pressi dei fiumi. Si può pensare, come molti fanno, che ciò sia capitato perché le piante avevano bisogno dell’acqua o dei nutrienti. In gran parte ciò non è vero. Avevano bisogno della potenza delle inondazioni, che ripuliva il paesaggio e levava di mezzo i concorrenti. Né è un caso, credo, che l’agricoltura sia comparsa indipendentemente e simultaneamente in varie parti di tutto il pianeta proprio alla fine dell’ultima era glaciale, un periodo di grande scompiglio, quando la fusione dei ghiacci lasciò dei laghi grandi come mari liberi di creare maree erosive. Era un tempo di catastrofi.

Sono adatti alle catastrofi, in particolar modo, il mais, il riso e il frumento. È la loro nicchia ecologica. Nello schema naturale delle cose, una catastrofe creerebbe una tabula rasa, del suolo denudato, che sarebbe per loro vantaggioso. Quindi, in circostanze normali, ci sarebbe una successione che chiuderebbe velocemente quella nicchia. Le piante annuali la colonizzerebbero. Le loro radici stabilizzerebbero il suolo, accumulerebbero materia organica, fornirebbero una copertura. Alla fine la nicchia ecologica dovuta alla catastrofe si chiuderebbe. La coltivazione è il processo che squarcia ripetutamente quella nicchia per riaprirla. È una catastrofe annuale artificiale, e richiede l’equivalente di tre o quattro tonnellate di tritolo per acro in una fattoria americana odierna. I campi dell’Iowa richiedono ogni anno l’energia di 4000 bombe di Nagasaki.

The oil we eat: Following the food chain back to Iraq—By Richard Manning (Harper’s Magazine)

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Usurai

Siamo gli usurai del nostro pianeta:

In a lecture to the Royal Academy of Engineering in May, Professor Rod Smith of Imperial College explained that a growth rate of 3% means economic activity doubles in 23 years. At 10% it takes just seven years. This we knew. But Smith takes it further. With a series of equations he shows that “each successive doubling period consumes as much resource as all the previous doubling periods combined”. In other words, if our economy grows at 3% between now and 2040, we will consume in that period economic resources equivalent to all those we have consumed since humans first stood on two legs. Then, between 2040 and 2063, we must double our total consumption again.

In una conferenza alla Royal Academy of Engineering nel maggio scorso, il professor Rod Smith dell’Imperial College ha spiegato che una crescita del 3% significa che l’attività economica raddoppia in 23 anni. Al 10%, impiega solo 7 anni. Questo lo sapevamo. Ma Smith non si ferma qui. Con una serie di equazioni mostra che “ogni successivo periodo di raddoppiamento consuma tante risorse quanto tutti i precedenti periodi di raddoppiamento combinati”. In altre parole, se la nostra economia cresce del 3% da adesso al 2040, in quel periodo consumeremo risorse economiche equivalenti a tutte quelle che abbiamo consumato da quando l’uomo per la prima volta si è alzato su due gambe. Poi, tra il 2040 e il 2063, dobbiamo raddoppiare di nuovo il nostro consumo totale.

George Monbiot: This crisis demands a reappraisal of who we are and what progress means | The Guardian, 4 dicembre 2007

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