Falsa competizione

Rodney Heitschmidt and Jerry Stuth point out that “[h]umankind has historically fostered and relied upon livestock grazing for a substantial portion of its livelihood because it is the only process capable of converting the energy in grassland vegetation into  an energy source directly consumable by humans.” Nineteen billion metric tons of vegetation are produced by plants in grasslands and savannas, and we can’t eat them. Humans and ruminants are not naturally in competition for the same meal: this is where the political vegetarians have gone wrong. Yes, industrial culture has been stuffing grain into as many animals as it can. But it’s the logic of industrial capitalism that’s dictating that diet, not nature.

Rodney Heitschmidt e Jerry Stuth fanno notare che “storicamente l’umanità ha fatto affidamento sul pascolo del bestiame per ottenere una parte sostanziale del proprio sostentamento perché esso è l’unico processo capace di convertire l’energia della vegetazione erbacea in una fonte di energia direttamente consumabile dagli umani”. Le piante delle praterie e delle savane producono diciannove miliardi di tonnellate di vegetazione, e noi non possiamo mangiarle. Umani e ruminanti non sono naturalmente in competizione per lo stesso cibo: ecco dove i vegetariani politici sbagliano. Sì, la cultura industriale ha stipato cereali in quanti più animali possibile. Ma è la logica del capitalismo industriale che sta dettando la dieta, non la natura.

(Lierre Keith, The Vegetarian Myth, 2009)

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23 commenti »

  1. Mattia scrive:

    Che assurdità :)

    “Le piante delle praterie e delle savane producono diciannove miliardi di tonnellate di vegetazione, e noi non possiamo mangiarle.” e la soluzione è andare a prendere una inefficientissima macchina di proteine al contrario (dai 10 ai 15 kg di vegetali per produrre un kg di carne), che consuma litri e litri di acqua, che inquina le falde con le deiezioni. :neutral:

    Togliere erba che non possiamo mangiare e metterci roba che possiamo mangiare potrebbe essere invece una buona soluzione? Ma non vorrei introdurre concetti troppo progressisti. :oops:

    Ricordo un altro fatto: un ettaro di terra a cereali per il bestiame dà 66 chili di proteine, che diventano 1.848 (28 volte di più!) se lo stesso terreno viene coltivato a soia. :!:

    • Lopo scrive:

      Puoi spiegarmi come fai a concimare il terreno per produrre la soia? Per curiosità.
      Cosa usi?

      Poi magari parliamo del resto, ma prima vorrei una risposta a questa domanda fondamentale.

      • Mattia scrive:

        Con del concime chimico.

        La soia, se normalmente nodulata, è in pratica autosufficiente per l’azoto. La concimazione quindi deve essere basata sul fosforo (80-100 kg/ha) e potassio nel caso di terreni carenti. La concimazione azotata può essere limitata a 20-30 kg/ha di azoto alla semina. Se la coltura risultasse non nodulata, risulta necessario apportare circa 150-200 kg/ha di N.

        A fronte di una macchina di proteine al contario, mi sembra un buon compromesso. Quelle quantità, a ettaro, sono ridicole e non sono un pericolo nè per l’ambiente nè per la salute, a differenza degli antibiotici somministrari agli animali d’allevamento.

        • Lopo scrive:

          “Con del concime chimico.”

          Appunto, e da dove lo ricavi? Da fonti non rinnovabili, esauribili, anzi, già in esaurimento.
          I fosfati prima venivano presi dal guano degli uccelli nelle isole del Pacifico: oggi nazioni come Nauru hanno *finito* il guano, mentre i fosfati in altre nazioni sono in declino. Anche il fosforo, come ogni risorsa finita, ha un picco, ed è possibile che sia già passato:
          http://ecoalfabeta.blogosfere.it/2007/09/il-picco-del-fosforo.html
          E ricordati che vanno usati anche i diserbanti.
          E ancora non si è parlato di erosione del suolo.

          In un complesso di produzione alimentare che invece imita i cicli naturali, i pascoli sono lì senza che nessuno debba usare concimi chimici, il bestiame processa l’erba (erba, non cereali) per fornire concime e cibo ad alto valore nutritivo. Il cerchio è chiuso.

          “A fronte di una macchina di proteine al contario, mi sembra un buon compromesso. Quelle quantità, a ettaro, sono ridicole e non sono un pericolo nè per l’ambiente nè per la salute,”

          Anche dando per buono il copia-incolla da agraria.org, no, non è un buon compromesso, e no, non sono ridicole e sono un pericolo.
          Conosci la “zona morta” alle foci del Mississippi? È un settore del Golfo del Messico grande quanto la Toscana in cui non c’è più attività biologica, perché eutrofizzata dai prodotti delle coltivazioni del Midwest. Quella zona ci sarebbe anche se i cereali coltivati non fossero destinati ai bovini, ma all’uomo.

          ” a differenza degli antibiotici somministrari agli animali d’allevamento.”

          Senti, prima pensavo di essermi spiegato male io, ma adesso mi sa tanto che non stai capendo te.
          Io non sto difendendo gli allevamenti industriali intensivi attuali, anzi. La citazione del post sintetizza, se vogliamo, in modo efficace quello che voglio dire: ma siccome continui a premere su questo tasto, ho il dubbio che tu non abbia chiaro che una cosa è far pascolare del bestiame in modo che si nutrano di ciò per cui sono stati “progettati” dall’evoluzione (vegetazione erbacea ad alto contenuto di cellulosa), un’altra è la pratica idiota degli allevamenti industriali in cui i bovini vengono nutriti con cereali per ingrassarli innaturalmente, causando anche sbilanci nell’acidità del rumine a cui si deve ovviare con degli antibiotici.

          È inutile che tu ribadisca che la seconda pratica è cretina e inefficiente, perché siamo d’accordo. Ma ciò non smentisce che, prima ancora dei CAFO e dei feedlot, sia l’agricoltura a causare disastri e devastazioni, impoverimento del suolo e persino malnutrizione.

          Nei commenti all’altro post, ad esempio, non hai mai risposto alla mia annotazione riguardo l’aumento delle rese nel sud dell’Asia, dove NON si danno cereali al bestiame d’allevamento e dove il consumo di carne è trascurabile. In pratica accade già quello che tu auspichi. Perché allora laggiù c’è malnutrizione? Sentiamo.

  2. Mattia scrive:

    Per ora il concime chimico lo ricavi da fonti non infinite, sì :) Prima di trovare qualcosa di più efficiente.

    Ti rendi conto delle alternative che difendi? Invece dell’agricoltura (che inquina e va migliorata, nessuno lo nega) proponi di mettere in piedi un qualcosa che impiega la morte e la tortura di milioni di animali al giorno. Esseri che sono negativi dal punto di vista dell’efficienza (ingurgitano 10, danno 1), che consumano tantissima acqua (sì, meno dei vegetali), che contribuiscono al disboscamento (sì, più dei vegetali, visto il rendimento/ettaro). Il cerchio è chiuso sì, ma a che prezzo? E perché lo abbiamo aperto, questo cerchio?

    Perchè parli del bestiame (milioni di capi) come un qualcosa che c’è già in natura (e che quindi va mantenuto e copiato) e non come qualcosa di spaventosamente grande che abbiamo artificialmente creato noi umani (gli animali d’allevamento sono specie “artificiali”, in natura non esisterebbero/sopravviverebbero)?

    “Perché allora laggiù c’è malnutrizione?”? Non ne ho la più pallida idea, anche perchè non posso verificare quello che dici.

    Puoi dire chiaramente quale sia per te il modo di nutristi in modo sostenibile, visto che ce l’hai sia con l’agricoltura che con gli allevamenti intensivi?

    • Lopo scrive:

      “Per ora il concime chimico lo ricavi da fonti non infinite, sì :) Prima di trovare qualcosa di più efficiente.”

      L’efficienza non c’entra nulla. I fertilizzanti chimici sono molto efficienti, non è quello il loro problema: è la loro finitezza, e il fatto che si tratta di metodi che, lo ripeto fino alla nausea, non “chiudono il cerchio”.

      “Ti rendi conto delle alternative che difendi? Invece dell’agricoltura (che inquina e va migliorata, nessuno lo nega) proponi di mettere in piedi un qualcosa che impiega la morte e la tortura di milioni di animali al giorno.”

      Non te lo ripeto più: non sto difendendo gli allevamenti industriali. Stai mancando completamente il punto.
      Per di più, dei bovini allevati al pascolo NON vengono torturati, delle galline lasciate libere NON vengono torturate. Basta con gli slogan.

      “Esseri che sono negativi dal punto di vista dell’efficienza (ingurgitano 10, danno 1), che consumano tantissima acqua (sì, meno dei vegetali),”

      Sentiamo le tue fonti.
      Occhio però che non accetterò un confronto tra l’acqua spesa per coltivare cereali e l’acqua spesa per allevare bestiame a cereali. Mi devi tirare fuori un confronto con del bestiame allevato al pascolo.

      ” che contribuiscono al disboscamento (sì, più dei vegetali, visto il rendimento/ettaro).”

      Manco per sogno, visto che non sto dicendo di disboscare e piantare al pascolo. Continui ad attribuirmi una posizione che non è la mia.

      “Il cerchio è chiuso sì, ma a che prezzo?”

      Quella che riassumi è una caricatura della mia posizione, che non chiude nessun cerchio.
      L’idea dell’ispirarsi ai cicli naturali per chiudere il cerchio ha il prezzo di avere una popolazione molto minore di quella attuale, cosa che invece nella tua prospettiva non verrebbe intaccata, anzi: la popolazione probabilmente aumenterebbe.

      “E perché lo abbiamo aperto, questo cerchio?”

      Perché l’uomo ha adottato l’agricoltura.

      “Perchè parli del bestiame (milioni di capi) come un qualcosa che c’è già in natura (e che quindi va mantenuto e copiato) e non come qualcosa di spaventosamente grande che abbiamo artificialmente creato noi umani (gli animali d’allevamento sono specie “artificiali”, in natura non esisterebbero/sopravviverebbero)?”

      Perché, la soia in natura esiste? Il mais? Il frumento come lo conosciamo? Manco per sogno, sono piante opportunistiche e inedibili, che insorgono solo là dove si libera una nicchia causa catastrofe (vedi l’altro articolo che commentavi) e ben presto soppiantate da specie perenni.

      Quanto agli animali d’allevamento, vuoi negare che esistano bovini e ovini allo stato naturale?

      Ignoro l’annotazione riguardo al numero “milioni”, ti ho già risposto più volte. Non esiste una soluzione sostenibile che mantenga 7 miliardi di persone su un pianeta come il nostro.

      ““Perché allora laggiù c’è malnutrizione?”? Non ne ho la più pallida idea, anche perchè non posso verificare quello che dici.”

      Sì che puoi farlo: hai un accesso a Internet, per esempio, cerca dei dati o dei riscontri. Altrimenti mi viene il dubbio che tu non li abbia cercati neppure per le cose che affermi.
      Ti ho persino indicato un paio di letture consigliate.

      “Puoi dire chiaramente quale sia per te il modo di nutristi in modo sostenibile, visto che ce l’hai sia con l’agricoltura che con gli allevamenti intensivi?”

      Domanda superflua, te ne ho già parlato, per saperne di più leggi il libro di Pollan che ti ho consigliato, è stato un best seller e si trova in qualsiasi libreria.

      • Mattia scrive:

        “Mi devi tirare fuori un confronto con del bestiame allevato al pascolo.”
        E perchè mai dovrei confrontare l’acqua spesa per i cereali con una cosa che fa comodo a te, che non è la realtà industriale, non rappresenta e non rappresenterà mai una fonte sostenibile di cibo?

        Tu puoi non avere questa posizione, puoi essere contro gli allevamenti intensivi, ma quello che proponi (in sostanza gli allevamenti bio) non è sufficiente per la domanda, quindi è un’opzione da non prendere neanche in considerazione.

        “Sì che puoi farlo: hai un accesso a Internet, per esempio, cerca dei dati o dei riscontri. Altrimenti mi viene il dubbio che tu non li abbia cercati neppure per le cose che affermi.”
        Se permetti io cerco e mi documenti su quello che mi interessa e che generalmente non comporta l’uccisione di milioni di animali, che poi mi sembra l’unica soluzione più sostenibile (la soluzione perfetta non esiste, esiste solo la soluzione migliore).

        • Lopo scrive:

          “E perchè mai dovrei confrontare l’acqua spesa per i cereali con una cosa che fa comodo a te, che non è la realtà industriale, non rappresenta e non rappresenterà mai una fonte sostenibile di cibo?”

          Punto primo, perché non è quello che io propongo.
          Punto secondo, perché non me ne frega niente di sentirmi ripetere (per l’ennesima volta) cose che già so e che non ho contestato.
          Punto terzo, perché *è l’unica sostenibile*. Stai confondendo i termini.

          “Tu puoi non avere questa posizione, puoi essere contro gli allevamenti intensivi, ma quello che proponi (in sostanza gli allevamenti bio) non è sufficiente per la domanda, quindi è un’opzione da non prendere neanche in considerazione.”

          Intanto non sono semplicemente allevamenti bio, e già qui stai semplificando.
          E poi, se non è sufficiente per la domanda è un segnale che *la domanda* non è sostenibile, non il contrario. Non puoi definire la sostenibilità come ti fa comodo.

          “Se permetti io cerco e mi documenti su quello che mi interessa”

          Non avevi detto “non ho voglia”, avevi detto che non potevi, e questo è falso.
          In più, dimostri un’apertura notevole, complimenti.
          Per te sono degne di attenzione solo le “soluzioni” che ti interessano.
          Mi pare un criterio scientificamente ineccepibile, come no.

          “e che generalmente non comporta l’uccisione di milioni di animali, che poi mi sembra l’unica soluzione più sostenibile”

          Appunto, ti *sembra*, senza neppure controllare le alternative. Non mi pare un atteggiamento che possa giungere a conclusioni affidabili. Francamente ci trovo un po’ di ideologia.

          “(la soluzione perfetta non esiste, esiste solo la soluzione migliore)”

          E questa non è il vegetarianesimo globale.
          Passare al vegetarianesimo globale da monocultura probabilmente non ridurrebbe la malnutrizione, e perpetuerebbe l’insostenibilità dell’attuale sovrappopolazione.

          Senza contare che neppure in Asia vivono di sola soia (*), e secondo te sarebbe realistico convertire il pianeta intero, anche tralasciando le devastazioni collegate (che non diminuirebbero).

          (*) “The results indicate that older Japanese adults consume approximately 6-11 g of soy protein and 25-50 mg of isoflavones (expressed as aglycone equivalents) per day. Intake in Hong Kong and Singapore is lower than in Japan, whereas significant regional intake differences exist for China. Evidence suggests that < or =10% of the Asian population consumes as much as 25 g of soy protein or 100 mg of isoflavones per day.” (“Estimated Asian adult soy protein and isoflavone intakes.” – Messina M, Nagata C, Wu AH.)
          Vale a dire che, considerando un 40% di proteine, gli adulti giapponesi consumano 15-27 grammi di soia al giorno, mentre gli asiatici che ne consumano più di 60 grammi sono non più del 10% della popolazione.

  3. Mattia scrive:

    La dieta vegetariana non comprende mangiare solo soia e non ho mai scritto che sarebbe realistico che il pianeta intero mangiasse solo soia, ho solo scritto il rendimento ad ettaro della soia per spiegare che è migliore di una bistecca.

    Questo è quello che mangia un vegetariano:
    http://www.hennep.nl/images/vegan-voedsel-piramide.jpg

    Io non ci vedo nulla di ideologico nelle mie posizioni: ho spiegato il perchè mi sembrano sostenibili (efficienza/ettera) e ho spiegato perchè le tue non mi sembrano sostenibili.

    Ideologia è quando si assuomono posizioni senza giustificarle, e non mi sembra di essere così. Forse confondi avere un’opinione col fatto di averne una giusta.

  4. Lopo scrive:

    “La dieta vegetariana non comprende mangiare solo soia e non ho mai scritto che sarebbe realistico che il pianeta intero mangiasse solo soia, ho solo scritto il rendimento ad ettaro della soia per spiegare che è migliore di una bistecca.”

    Già, l’hai ripetuto fino alla nausea anche quando non veniva contestato e non c’entrava niente (salvo poi rifiutarti di portare il confronto con la mia proposta).

    “Questo è quello che mangia un vegetariano:
    http://www.hennep.nl/images/vegan-voedsel-piramide.jpg

    Intanto quello non è un vegetariano ma un vegano, cosa diversa. In secondo luogo la soia è indicata “con moderazione”, quindi in quantità troppo ridotte perché la maggiore efficienza della sua coltivazione a scopo alimentare diretto abbia effetti tangibili.
    In terzo luogo, continua ad essere una dieta basata su monoculture annuali, una pratica distruttiva, devastante e insostenibile anche se “ad alta efficienza”.

    “Io non ci vedo nulla di ideologico nelle mie posizioni: ho spiegato il perchè mi sembrano sostenibili (efficienza/ettera) e ho spiegato perchè le tue non mi sembrano sostenibili.”

    E io ti ho detto più volte che l’efficienza non c’entra nulla con la sostenibilità, e che la sostenibilità è una cosa ben precisa che non riguarda il mantenimento di un livello *insostenibile* di sovrappopolazione usando fonti fossili. Questo è un dato di fatto, non ci sono dei “mi sembra”, dei “secondo me”.
    Se tu riconoscessi che il vegetarianesimo non c’entra nulla con la sostenibilità, e lo proponi solo per risolvere il problema della malnutrizione, potremmo discutere di questo, ma ti sei rifiutato anche di indagare sul perché le popolazioni forse più vegetariane della Terra sono anche le più malnutrite.

    “Ideologia è quando si assuomono posizioni senza giustificarle, e non mi sembra di essere così.”

    È anche quando, di fronte ad una richiesta di certi dati, ti rifiuti di portarli perché hai già deciso (per conto tuo) che “non sono sostenibili”, oppure quando decidi che vuoi documentarti solo su quello che ti interessa. È confirmation bias dichiarato: più ideologia di così…

    Comunque fai come ti pare, io almeno due riferimenti che ti sarebbero molto utili anche per *testare* le tue posizioni, non necessariamente per cambiarle. Sicuramente per saperne di più, cosa mai disdicevole.
    Se invece preferisci leggere solo cose che ti danno ragione, fai pure, però quando te ne vanti non ti offendere se ci trovo dell’ideologia.

  5. Mattia scrive:

    “In secondo luogo la soia è indicata “con moderazione”, quindi in quantità troppo ridotte perché la maggiore efficienza della sua coltivazione a scopo alimentare diretto abbia effetti tangibili”
    Come se gli altri alimenti vegani/vegetariani avessero un’efficienza minore, o vicina alla bistecca :D

    Qual è il vantaggio di mantenere le fonti fossili (per concimare) MA nel contempo di disboscare, inquinare e consumare quantità enormi di acqua (per gli allevamenti, intensivi e non)?

    Non ho mai detto che il vegetarianesimo dovrebbe essere adottato per risolvere il problema della malnutrizione, per questo ritengo inutile rispondere alla tua domanda sulla malnutrizione nei paesi simil-vegetariani. I motivi sono anche altri (empatia verso gli animali, salutistici, ambientali).

    Come mai le Nazioni Unite hanno recentemente invitato a passare ad un’alimentazione vegan, invece?
    http://www.guardian.co.uk/environment/2010/jun/02/un-report-meat-free-diet

  6. Lopo scrive:

    “Come se gli altri alimenti vegani/vegetariani avessero un’efficienza minore, o vicina alla bistecca :D

    Rispetto alla soia sì. E soprattutto *non forniscono proteine in quantità rilevante*: non è una cosa secondaria.

    “Qual è il vantaggio di mantenere le fonti fossili (per concimare) MA nel contempo di disboscare, inquinare e consumare quantità enormi di acqua (per gli allevamenti, intensivi e non)?”

    Nessuno, infatti non sto proponendo questo.
    Continui a mancare il punto.

    “Non ho mai detto che il vegetarianesimo dovrebbe essere adottato per risolvere il problema della malnutrizione,”

    Ti cito:
    ——————
    Ricordiamoci che i 2/3 delle terre coltivate sono destinati all’alimentazione degli animali. Se l’agricoltura fosse destinata *direttamente* agli umani, dal punto di vista teorico le terre agricole attualmente in uso basterebbero a sfamare il triplo dell’attuale popolazione mondiale.
    ——————-

    “per questo ritengo inutile rispondere alla tua domanda sulla malnutrizione nei paesi simil-vegetariani.”

    Troppo comodo.
    Ti faccio notare che allora stai portando avanti una proposta senza essere certo che questa causi un *aumento della malnutrizione*, visto che non te ne frega di indagare sugli esempi storici precedenti.

    E così facendo, ad esempio, ti dimentichi completamente che esiste (purtroppo) una cosa chiamata mercato, e che un aumento dell’efficienza produttiva porterebbe ad un crollo del prezzo dei cereali, risultato che spingerebbe le “major” del cereale, tipo Monsanto e Cargill, ad *aumentare* il numero di ettari coltivati e la resa per ettaro. La deforestazione, lo spreco e la devastazione aumenterebbero, non diminuirebbero, come è già successo in passato.
    L’idea di dare cereali ai bovini è nata perché di cereali ce n’erano troppi, non il contrario.

    “I motivi sono anche altri (empatia verso gli animali, salutistici, ambientali).”

    I motivi ambientali ultimi sono quelli della sostenibilità, e mi dispiace per te, ma finché si tratta di monocoltura di cereali non c’è verso di renderle accettabili.
    Di quelli salutistici non hai parlato affatto, finora.

    “Come mai le Nazioni Unite hanno recentemente invitato a passare ad un’alimentazione vegan, invece?”

    Perché le Nazioni Unite si pongono il tuo stesso obiettivo, sfamare a tutti i costi una popolazione mondiale insostenibile. Per di più perpetuando l’attuale sistema economico-produttivo, che anche senza le mucche rimane devastante.
    Te l’ho detto dall’inizio: “Il vegetarianesimo diffuso può essere una sorta di boicottaggio dello status quo, utile solo nella pars destruens, ma non può avere un ruolo quando si cerca il modo di sostentare l’uomo in modo sostenibile.”

  7. Mattia scrive:

    Ma non scherziamo, le proteine ci sono anche nei vegetali, e sono sufficienti e in alcuni in quantità rilevante:
    http://www.scienzavegetariana.it/nutrizione/vrg/proteine.html

    C’è un grande equivoco… io ho solo detto che *a livello teorico*, e cioè senza gli ormai noti problemi nella distribuzione, un ettaro coltivato a vegetali sfama più persone che se lo destiniamo alle vacche. Questo è un dato incontrovertibile, e non intacca la parte teorica. Poi nella pratica è diverso ma non so spiegarti il perchè (e neanche Google mi aiuta, è una ricerca troppo generica), posso solo ipotizzare che c’è uno squilibrio da qualche parte, che è il motivo perchè tutta la mia parte teorica se na va un po’ a puttane.

    Ma allora, superficialmente parlando, la mia idea di fondo è buona e sostenibilissima, i noti problemi di questo mondo (cartelli vari delle multinazioni, e squilibri nella distribuzione, etc.) la renderebbero impraticabile.

    “Il vegetarianesimo diffuso può essere una sorta di boicottaggio dello status quo, utile solo nella pars destruens, ma non può avere un ruolo quando si cerca il modo di sostentare l’uomo in modo sostenibile”
    Scappellamento a destra?

    • Lopo scrive:

      “Ma non scherziamo, le proteine ci sono anche nei vegetali, e sono sufficienti e in alcuni in quantità rilevante:
      http://www.scienzavegetariana.it/nutrizione/vrg/proteine.html

      Solo in alcuni vegetali, non tutti.
      Hai citato la soia, e non altro, proprio perché è stata sponsorizzata come fonte ad elevato contenuto proteico, cosa che mais e frumento non sono.
      Bada bene, non sto dicendo che la dieta vegana non va bene, perché non mi interessa questo punto. Sto dicendo che i confronti numerici vanno fatti “ceteris paribus”, non basta il conto a spanne sulla resa della soia per caratterizzare appieno l’opzione vegetariana.
      E comunque non ho mai discusso il fatto che gli allevamenti intensivi avessero un’efficienza ridotta.

      “C’è un grande equivoco… io ho solo detto che *a livello teorico*, e cioè senza gli ormai noti problemi nella distribuzione,”

      Non è un problema di distribuzione: è un comportamento normale del mercato. Non puoi dire “c’è una distorsione” e scrollare le spalle.

      “un ettaro coltivato a vegetali sfama più persone che se lo destiniamo alle vacche. Questo è un dato incontrovertibile, e non intacca la parte teorica.”

      A me di sfamare più persone non importa, se non è sostenibile.
      È proprio perché si sono sfamate più persone, che ci sono i problemi attuali.

      “Poi nella pratica è diverso ma non so spiegarti il perchè (e neanche Google mi aiuta, è una ricerca troppo generica)”,

      Forse leggere qualche libro, invece di usare Google, può aiutare. I miei due consigli te li ho dati.
      È una posizione sensata, quella che si ritiene essere buona in via di principio, ma non si sa come mai non è applicabile? Puoi dirti in grado di commentare i blog altrui propagandandola, se non sai neppure difenderla? Non rendi un buon servizio alla tua causa, scusa se te lo dico.

      “posso solo ipotizzare che c’è uno squilibrio da qualche parte, che è il motivo perchè tutta la mia parte teorica se na va un po’ a puttane.”

      Te lo sto dicendo da N commenti.
      Lo squilibrio è intrinseco nella monocoltura annuale dei cereali. Rimane anche se tali monocolture non sono dirottate verso la trasformazione a bassa efficienza da parte del bestiame.

      “Ma allora, superficialmente parlando, la mia idea di fondo è buona e sostenibilissima, i noti problemi di questo mondo (cartelli vari delle multinazioni, e squilibri nella distribuzione, etc.) la renderebbero impraticabile.”

      No, non è sostenibile: mi dispiace per te ma non c’è modo perché sia sostenibile. Fatti un favore, leggiti le cose che ti ho consigliato, invece di affannarti su Google a cercare il modo per rispondermi.
      E a gloriarti del fatto di avere una posizione ganzissima ma impossibile.
      Mi interessa parlare di cose serie, di dati di fatto, non di seghe mentali che sarebbero bellissime in un mondo che non esiste.

      “Scappellamento a destra?”

      E questa cafoneria? Potresti risparmiartela, ricordati che sei un ospite, qui.

  8. Mattia scrive:

    “Non è un problema di distribuzione: è un comportamento normale del mercato. Non puoi dire “c’è una distorsione” e scrollare le spalle.”
    E infatti non scrollo le spalle, ma dico che c’è un mercato da regolamentare, nel caso cambi.

    “A me di sfamare più persone non importa, se non è sostenibile.”
    E nel frattempo critichi l’agricoltura, che è molto più sostenibile degli allevamenti, capisco.

    “È proprio perché si sono sfamate più persone, che ci sono i problemi attuali.”
    No, è perchè poche persone si vogliono sfamare con cibi, dal punto di vista ecologico, costosissimi, che ci sono i problemi attuali.

    “Forse leggere qualche libro…”
    Mi fido della comunità scientifica, della FAO e dell’ONU, grazie :)
    Come non mi serve leggere nessun libro per sapere che l’uomo è responsabile del GW, ad esempio. E così via.

    “Rimane anche se tali monocolture non sono dirottate verso la trasformazione a bassa efficienza da parte del bestiame.”
    Immagino però che cambi la misura , in peggio, (in cui questo squilibrio c’è), visto che gli animali sono macchine di proteine al contrario.

    “E questa cafoneria? Potresti risparmiartela, ricordati che sei un ospite, qui.”
    Suvvia, era un modo per dire “boicottaggio dello status quo, utile solo nella pars destruens” mi ha fatto parecchio ridere :lol:

    • Lopo scrive:

      “E infatti non scrollo le spalle, ma dico che c’è un mercato da regolamentare, nel caso cambi.”

      Lo dici senza saperne nulla, ricordiamolo. Dichiaratamente.

      “E nel frattempo critichi l’agricoltura, che è molto più sostenibile degli allevamenti, capisco.”

      No, l’agricoltura è *ugualmente* insostenibile. Gli allevamenti industriali sono un prodotto delle monocolture, non sono in competizione con essa.

      “Mi fido della comunità scientifica, della FAO e dell’ONU, grazie :)
      Come non mi serve leggere nessun libro per sapere che l’uomo è responsabile del GW, ad esempio. E così via.”

      Non sia mai, leggere può farti malissimo. E imparare è ancora peggio!

      Ma se non leggi, chi ti informa su cosa dice la comunità scientifica? I giornali? Ti fidi ciecamente anche di loro?
      O vieni informato telepaticamente dalla redazione di “Nature”?

      “Immagino però che cambi la misura , in peggio, (in cui questo squilibrio c’è), visto che gli animali sono macchine di proteine al contrario.”

      No.

  9. Mattia scrive:

    “Lo dici senza saperne nulla, ricordiamolo. Dichiaratamente.”
    Cosa c’entra? C’è un problema, lo si può correggere legiferando correttamente.

    “No, l’agricoltura è *ugualmente* insostenibile. Gli allevamenti industriali sono un prodotto delle monocolture, non sono in competizione con essa.”
    Sbaglio o non hai ancora spiegato il perchè?

    “Ma se non leggi, chi ti informa su cosa dice la comunità scientifica? I giornali? Ti fidi ciecamente anche di loro? O vieni informato telepaticamente dalla redazione di “Nature”?”
    Vengo informato da fonti che non hanno interessi nel distorcere certi tipi di notizie in favore di vecchie abitudini o luoghi comuni, grazie di essertene preoccupato. Tu invece?

    “No.”
    Vabè, se l’argomentazione è questa, rispondo: sì.

    • Lopo scrive:

      “Cosa c’entra? C’è un problema, lo si può correggere legiferando correttamente.”

      Per legiferare (o capire SE si può legiferare) bisogna conoscere.

      “Sbaglio o non hai ancora spiegato il perchè?”

      Sbagli.

      “Vengo informato da fonti che non hanno interessi nel distorcere certi tipi di notizie in favore di vecchie abitudini o luoghi comuni, grazie di essertene preoccupato.”

      Messa così pare tutta fuffa.
      Tangibilmente? I giornali? Gli amici? Qualche parente?
      Google?

      “Tu invece?”

      Io leggo, confronto, critico, senza fidarmi della buona fede delle fonti, se non sono di prima mano. La scienza non si fa sulla supposta buona fede.
      Non faccio niente di particolare, solo il minimo sindacale per poter dire di avere un’opinione e portarla avanti con cognizione di causa. Altrimenti non si fa certo un buon servizio alla propria posizione.

      Scorri il blog e trovi un’ampia bibliografia. Se mai cambi idea, hai almeno un paio d’anni di letture interessanti.

      “Vabè, se l’argomentazione è questa, rispondo: sì.”

      L’argomentazione te la sto portando da una decina di commenti, ma la ignori; ti ho citato dei libri che non vuoi leggere, e ci sono svariati post sul blog. Più di così non posso farci nulla, è un problema tuo.
      Apprezza piuttosto che ti ho dato retta per giorni senza aver avuto alcun vantaggio nel sentirti ripetere argomentazioni che conoscevo già da fonti più qualificate di te (senza offesa).

  10. Simone scrive:

    “Umani e ruminanti non sono naturalmente in competizione per lo stesso cibo” là dove i terreni hanno una scarsa produttività…

  11. Simone scrive:

    Ma non sarebbe più corretto dire che ‘Umani e ruminanti non sono naturalmente in competizione per lo stesso cibo’ là dove i terreni non sono adatti alla coltivazione o non sono abbastanza produttivi?

  12. Simone scrive:

    Bè, dipende da quale agricoltura…
    Se io coltivo biologico, se faccio ricorso alla trazione animale, se un pezzo di terra lo tengo per piantarci qualche albero, qualche cespuglio, etc… e uso la mia mxxxx per concimare, allora, è naturale, eccome.

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Riserve di energia solare

©Darrel Ronald - CC BY-NC-ND

After Carthage was defeated in the Second Punic War (ended 201 B.C.), Rome was the most powerful state in the Mediterranean basin. Soon she was at war with Macedonia and Syria, successfully in both cases. Now Rome’s wars started to become truly profitable. Increasingly the conquered peoples underwrote the costs of further expansion. These were societies powered entirely by subsistence agriculture, that is, by solar energy. There was not much ancient societies could do to store extra solar energy except to turn it into something durable. This they did by turning surplus energy into precious metals, works of art, and people. When the Romans conquered a new people, they would seize this stored solar energy by carrying off the same precious metals and works of art, as well as people who would be enslaved. Centuries of solar energy that had fallen on Mediterranean lands were seized and transported to Italy, making Rome the most magnificent city of the ancient world.
It its worthwhile to pause in our narrative and emphasize this point. The Romans’ strategy of growth was to capture and use stores of past solar energy, stores that they did not have to create themselves. This is the same as we do today with fossil fuels. Nature had stored the past solar energy for us, whereas for the Romans it had been stored by the peoples they conquered. Both we and the Romans financed our growth with a subsidy that we did not have to produce ourselves. [...]
One of the problems of being an empire is that eventually you run out of profitable conquests. Expand far enough and you will encounter people who are too poor to be worth conquering, or who are powerful enough that they are too costly to conquer. Diminishing returns set in.

Dopo la sconfitta di Cartagine nella Seconda Guerra Punica (terminata nel 201 a.C.), Roma era lo stato più potente nel bacino del Mediterraneo. Presto fu in guerra con la Macedonia e la Siria, in entrambi i casi con successo. Adesso le guerre di Roma cominciavano a essere davvero proficue. I popoli conquistati si accollavano sempre più i costi di un’ulteriore espansione. Queste società erano alimentate interamente da un’agricoltura di sussistenza, cioè dall’energia solare. Le società antiche non potevano fare molto altro per immagazzinare l’energia solare in eccesso che trasformarla in qualcosa di durevole. Lo fecero trasformano il surplus di energia in metalli preziosi, opere d’arte e persone. Quando i romani conquistavano un nuovo popolo, si impossessavano di questa energia solare immagazzinata portando via questi stessi metalli preziosi e opere d’arte, nonché le persone che avrebbero reso schiave. Secoli di energia solare piovuta sulle terre del Mediterraneo furono arraffati e trasportati in Italia, rendendo Roma la più splendida città del mondo antico.
Vale la pena di fare una pausa nel nostro racconto e sottolineare questo punto. La strategia di crescita dei Romani era quella di catturare e usare le riserve di energia solare del passato, riserve che non dovevano creare da soli. È la stessa cosa che facciamo noi oggi con i combustibili fossili. La Natura ha immagazzinato per noi l’energia solare del passato, mentre per i Romani era stata immagazzinata dai popoli che conquistavano. Sia noi che i Romani abbiamo finanziato la nostra crescita con un sussidio che non abbiamo dovuto produrre da soli. [...]
Uno dei problemi dell’essere un impero è che alla fine le conquiste redditizie finiscono. Se ti espandi abbastanza lontano, incontrerai popoli che sono troppo poveri per valere la conquista, o che sono così potenti da essere troppo costosi da conquistare. Entrano in gioco i ritorni decrescenti.

(Joseph A. Tainter & Tadeusz W. Patzek,  Drilling Down – The Gulf Oil Debacle and Our Energy Dilemma, 2011)

Una trattazione più completa qui (e qui in inglese).

Bollire una società

©DonkeyHotey - CC BY-SA

Here is how to boil a frog. Place the frog in a pan of tepid water. Raise the temperature so gradually that the frog does not realize it is being cooked. It may even fall into a stupor, as a person might in a hot bath. Eventually it will die. According to experiments done in the nineteenth century, you can indeed boil a frog this way. Biologists today claim that you can’t. Either way, please don’t try it.
Boiling a frog is a metaphor for the problem we all have perceiving changes that are gradual but cumulatively significant, that may creep up and have devastating consequences: a little increase here, a little there, then later some more. Nothing changes very much and things seem normal. Then one day the accumulation of changes causes the appearance of normality to disappear. Suddenly things have changed a great deal. The world is different, and it has been altered in a manner that may not be pleasant. [...]
We know how to boil a frog. Complexification is how to boil a society. Complexity grows by small steps, each seemingly reasonable, each a solution to a genuine problem. We can afford the cost of each increment. It is the cumulative costs that do the damage, for the costs of solving previous problems have not gone away and now we are adding to them. The temperature increases sensibly and we are lulled into complacency. Eventually these costs drive a society into insolvency. A few people always foresee the outcome, and always are ignored.
Complexity is not intrinsically good or bad. It is useful and affordable, or it is not. [C]omplexity can affect societies negatively, producing catastrophes [...] This is not, however, an inevitable outcome.

Ecco come bollire una rana. Ponete la rana in una pentola con acqua tiepida. Alzate la temperatura così gradualmente che la rana non capisca che sta cuocendo. Potrebbe persino cadere in un torpore, come può succedere ad una persona in un bagno caldo. Alla fine morirà. Secondo degli esperimenti eseguiti nel diciannovesimo secolo, è davvero possibile bollire una rana in questo modo. Oggi i biologi dicono che non è vero. In ogni caso, non provateci, per favore.
Bollire una rana è una metafora per il problema che noi tutti abbiamo nel percepire cambiamenti graduali ma cumulativamente significativi, che possono cogliere di sorpresa e avere consequenze devastanti: un piccolo aumento qui, un po’ di qua, un altro po’ più tardi. Niente cambia granché e le cose sembrano normali. Poi, un giorno, l’accumulo di cambiamenti fa sparire la sembianza di normalità. Improvvisamente le cose sono cambiate parecchio. Il mondo è diverso, ed è stato cambiato in un modo che può non essere piacevole. [...]
Sappiamo come bollire una rana. La complessificazione è il modo di bollire una società. La complessità cresce a piccoli passi, ciascuno apparentemente ragionevole, ciascuno una soluzione ad un problema reale. Possiamo permetterci il costo di ciascun aumento. Sono i costi complessivi a fare il danno, poiché il costo delle soluzioni ai problemi precedenti non è ancora estinto e ora ne stiamo aggiungendo altri. La temperatura aumenta in modo ragionevole e ci culliamo nella soddisfazione. Alla fine questi costi spingono la società verso l’insolvenza. Ci sono sempre alcuni che prevedono il risultato, e vengono sempre ignorati.
La complessità non è intrinsecamente buona o cattiva. È utile e ad un prezzo accessibile, o non lo è. [...] la complessità può colpire negativamente le società, producendo catastrofi [...] Questo però non è un esito inevitabile.

(Joseph A. Tainter & Tadeusz W. Patzek,  Drilling Down – The Gulf Oil Debacle and Our Energy Dilemma, 2011)

Controproducenti

Sadly, malaria is making a comeback in many parts of the Third World, due partly to insecticide-resistant mosquitoes and partly to complacency and political disintegration. Irrigation projects such as dams, reservoirs, and irrigation canals often work well in temperate climates. However, in tropical regions, they may backfire. They create large bodies of stationary water that are ideal breeding grounds for the mosquitoes that carry malaria, yellow fever, and other diseases. The slowly moving water of canals also provides a suitable habitat for water snails that carry the parasitic worms causing schistosomiasis (bilharzia). An example was the spread of schistosomiasis during the Senegal River Basin development in West Africa.

Purtroppo, la malaria sta ritornando in molte parti del Terzo Mondo, a causa in parte delle zanzare resistenti agli insetticidi, e in parte alla rassegnazione e alla disintegrazione politica. I progetti di irrigazione come dighe, bacini e canali irrigui spesso funzionano bene nei climi temperati. Tuttavia, nelle regioni tropicali possono essere controproducenti. Essi creano ampie masse d’acqua stagnante che sono terreno ideale di coltura per le zanzare che portano malaria, febbre gialla e altre malattie. L’acqua in lento movimento dei canali fornisce anche un habitat adatto alle lumache acquatiche che recano i vermi parassiti causa della schistosomiasi (bilharziosi). Un esempio fu la diffusione della schistosomiasi durante lo sviluppo del bacino del fiume Senegal in Africa occidentale.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Credenze

Bill of Mortality - ©Dial_m - licenza CC BY-NC-SA

Bill of Mortality - ©Dial_m - licenza CC BY-NC-SA

An intriguing aspect of historical beliefs about infectious disease is that the common folk were proved to be right in the long run, and the educated were mostly wrong. The priesthood pushed the idea that disease came from the gods. People were told to stop sinning and to pray for forgiveness, not waste time attempting to understand disease. Rationalist intellectuals put forward a range of theories based on factors such as diet, personality, climate, dirt, decay, and offensive odors of various sorts. Until the last century or two, most intellectuals rejected the idea that disease was contagious.
However, the behavior of the population-at-large suggests that ordinary people were aware that disease was often contagious. Avoiding contact with those infected by typhoid, plague, smallpox, and malaria was a sensible precaution. During the 1600s, the wealthier inhabitants of London kept an eye on the weekly “Bills of Mortality,” much as we tune in to the weather report nowadays. These “bills” were lists of recent deaths and their causes. When the number of cases of something especially nasty, like plague or smallpox, rose higher than normal, the wealthy fled London for their country estates and left the poor to take their chances.
Why did the scientific establishment take so long to realize that diseases are transmitted from one victim to another? I believe two factors are at work. First, many diseases are not directly contagious. Thus, although malaria is spread from person to person, it is carried by mosquitoes, and a person cannot catch it through direct contact with a human sufferer. Bubonic plague is even more confusing. It can be spread from person to person, but it is usually transmitted by fleas. From a practical viewpoint, avoiding those infected is still a good strategy—you would be less likely to be bitten by the same flea or mosquito. From an intellectual viewpoint, the observed lack of direct transmission favored the various environmental theories. Second, the technology to actually see microorganisms is of relatively recent origin. Speculation about tiny invisible germs goes back to the Roman author Varro (116–26 B.C.), but demonstrating their existence requires more than mere words: It requires a microscope.

Un aspetto interessante delle credenze storiche sulle malattie infettive è che sulla lunga distanza è stato dimostrato che il popolino aveva ragione, mentre le persone istruite per la maggior parte avevano torto. Il clero spingeva l’idea che le malattie provenivano dagli dèi. Alla gente si diceva di smettere di peccare e di pregare per il perdono, e di non perdere tempo nel cercare di comprendere le malattie. Gli intellettuali razionalisti avanzavano una serie di teorie basate su fattori come la dieta, la personalità, il clima, lo sporco, la decomposizione, e odori ripugnanti di varia natura. Fino agli ultimi uno o due secoli, la maggior parte degli intellettuali rifiutava l’idea che le malattie fossero contagiose.
Tuttavia, il comportamento della massa della popolazione indica che la gente comune era consapevole che le malattie erano spesso contagiose. Evitare il contatto con i malati di tifo, peste, vaiolo e malaria era una precauzione sensata. Nel 1600, gli abitanti più ricchi di Londra tenevano d’occhio i “Bills of Mortality” settimanali, più o meno come noi oggi ci sintonizziamo sulle previsioni del tempo. Queste affissioni erano liste di decessi recenti e delle loro cause. Quando il numero di casi di qualcosa di particolarmente orribile, come la peste o il vaiolo, aumentava oltre la norma, i ricchi lasciavano Londra per le loro proprietà in campagna, lasciando i poveri alla loro sorte.
Perché le istituzioni scientifiche impiegarono così tanto per rendersi conto che le malattie vengono trasmesse da una vittima all’altra? Credo che abbiano operato due fattori. Primo, molte malattie non sono direttamente contagiose. Per questo, anche se la malaria si diffonde da una persona all’altra, è portata dalle zanzare, e una persona non può contrarla per contatto diretto con un umano infetto. La peste bubbonica induce ancora più confusione. Può essere diffusa da persona a persona, ma di solito è trasmessa dalle pulci. Da un punto di vista pratico, evitare gli infetti è ancora una buona strategia — è più difficile essere punti dalla medesima pulce o zanzara. Da un punto di vista intellettuale, l’assenza di trasmissione diretta favorì le varie teorie ambientali. In secondo luogo, la tecnologia per osservare effettivamente i microorganismi è di origine relativamente recente. La speculazione riguardo minuscoli germi invisibili risale all’autore romano Varrone (116-26 a.C.), ma la dimostrazione della loro esistenza richiede qualcosa di più delle semplici parole: richiede un microscopio.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Fluttuazioni

We tend to think that the farther back we go in history, the dirtier and less hygienic people were, and so the higher the level of infectious disease. This is broadly true if we restrict ourselves to the last 1,000 years of Western civilization. However, if we consider the broader sweep of human history, the prevalence of infectious disease has fluctuated wildly. For example, only in the nineteenth century did Western civilization regain the level of hygiene that existed during the prime of the Roman Empire. Again, in very early times, before urbanization began, when humans were still few and far between, infectious disease was probably much less frequent.

Tendiamo a pensare che più indietro si va nella Storia, più le persone erano sporche, e quindi più alto fosse il tasso di malattie infettive. Ciò è vero in linea di massima se ci fermiamo agli ultimi 1000 anni di civiltà occidentale. Tuttavia, se consideriamo una più vasta estensione della Storia umana, la diffusione delle malattie infettive ha avuto ampie fluttuazioni. Per esempio, solo nel diciannovesimo secolo la civiltà occidentale ha riguadagnato il livello di igiene che esisteva all’apice dell’Impero Romano. Inoltre, in tempi molto antichi, prima dell’inizio dell’urbanizzazione, quando gli uomini erano ancora pochi e sparsi sul territorio, le malattie infettive erano probabilmente molto meno frequenti.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Estetica post-picco

© Ric Manning - licenza CC BY

But what will the human-made world look like a few decades beyond Peak Oil? Will we see a fulfillment of the Arts and Crafts ideal? It would be nice to think so. However, the world in which Morris and his colleagues lived and worked — including the cultural symbols, the skills, even in some cases the raw materials then readily available — has evaporated, replaced by one in which most people are loyal not to land and place, but to product and image.
One relatively recent iteration of style — the hippie aesthetic of macramé, tie-dye, beads, sandals, long hair, dulcimers, and herb gardens — may hold a few cues and clues for the post-carbon future. Hippie houses and ornaments were handmade, but often rather ineptly so. This in itself is perhaps a sign of what is to come, as we return by necessity to handcraft but without skill or cultural memory to guide us.
In its lucid moments, the hippie aesthetic (which was on the whole more musical than visual) articulated a coherent rejection of consumerism and an embrace of the “natural.” But while it attempted a profound critique of the industrial-corporate system, it showed only limited similarity to Arts and Crafts ideals. This was partly because of the changed infrastructural context: by this point in history, cars and electronic machines were so embedded in the lives of people in industrialized nations that few could imagine a realistic alternative. Moreover, the baby boomers’ rebellion was at least partly enabled by the very wealth that abundant energy produced: rents were cheap, transportation was cheap, and food was cheap; as a result, dropping out of the employment rat race for a few months in order to tune in and turn on carried little real personal risk. Thus their rejection and critique were inherently self-limiting.
The counterculture expressed itself through dreams of footloose, motored mobility (Easy Rider), and in music amped to the max with inexpensive electricity. The latter was hardly incidental: the voltage that made Harrison’s and Clapton’s guitars gently weep, and that wafted Grace Slick’s and Janis Joplin’s voices past the back rows in amphitheaters seating thousands — in short, the power of the music that united a generation — flowed ultimately from coal-fired generating plants. That same 110 volt, 60 cycle AC current energized stereo sets in dorm rooms and apartments across America, allowing ten million teenagers to memorize the lyrics to songs impressed on vinyl (i.e., petroleum) disks in the certain knowledge that these were revelatory words that would change the course of history.
If the hippie aesthetic was at least occasionally endearing, it was easily stereotyped and, when profitable, readily co-opted by cynical ad executives. It was also often naively uncritical of its own assumptions. If you want to appreciate for yourself the embedded contradictions of the movement, just rent and watch the movie Woodstock. The wide-eyed, self-congratulatory idealism of the “kids” — who arrived by automobile to liberate themselves through amateur psychopharmacology and to worship at the altar of electric amplification — is simultaneously touching and unbearable. It was no wonder the revolution failed: without an understanding of the energetic basis of industrialism and therefore of the modern corporate state, their rebellion could never have been more than symbolic.
Where the hippie aesthetic drew on deeper philosophical and political roots (such as the back-to-the-land philosophy of Scott and Helen nearing), it persisted, as it still does to this day. Perhaps the most durable and intelligent product of the era was the design philosophy known as Permaculture, developed in Australia by ecologists Bill Mollison and David Holmgren. A practical — rather than an aesthetic — design system for producing food, energy, and shelter, Permaculture was conceived in prescient expectation of the looming era of limits, and it is endlessly adaptable to differing climates and cultures. In the future, its principles may serve as the fundamental frame of reference for builders and craftspeople as they elaborate new aesthetic styles.

Ma come apparirà il mondo fatto dall’uomo qualche decina d’anni dopo il picco del petrolio? Vedremo una realizzazione dell’ideale del movimento Arts and Crafts? Sarebbe bello pensarlo. Tuttavia, il mondo in cui Morris e i suoi colleghi hanno vissuto e lavorato — inclusi i simboli culturali, le competenze, in alcuni casi anche i materiali grezzi allora a disposizione — è svanito, rimpiazzato da uno in cui la maggior parte delle persone non è leale alla terra e al luogo, ma al prodotto e all’immagine.
Un’incarnazione recente dello stile — l’estetica hippie del macramè, della tintura a riserva, delle ghirlande, dei sandali, dei capelli lunghi, dei salteri e dei giardini di cannabis — può contenere qualche indizio per il futuro del dopo-idrocarburi. Le case e gli ornamenti hippie erano fatti a mano, ma spesso in modo molto inetto. Ciò di per sé è forse un segno di quel che verrà, mentre ritorniamo per necessità all’artigianato ma senza competenze o memoria culturale a guidarci.
Nei suoi momenti lucidi, l’estetica hippie (che fu nel complesso più musicale che visiva) articolò un rifiuto coerente del consumismo e un’adozione del “naturale”. Ma mentre tentava una critica profonda del sistema industrial-aziendale, mostrava solo una limitata somiglianza con gli ideali del movimento Arts and Crafts. Ciò dipendeva in parte dal mutato contesto infrastrutturale: a questo punto nella Storia, le auto e le macchine elettroniche erano così integrate nelle vite delle persone nelle nazioni industrializzate che pochi riuscivano ad immaginare un’alternativa realistica. Per di più, la ribellione dei baby boomer era almeno in parte consentita dalla medesima ricchezza prodotta dall’abbondanza di energia: gli affitti erano bassi, i trasporti poco costosi e il cibo a buon mercato; come risultato, sganciarsi dalla corsa sfrenata all’impiego per alcuni mesi in modo da “sintonizzarsi e accendersi”
1 comportava solo un piccolo rischio personale. Dunque il loro rifiuto e la loro critica erano intrinsecamente limitate.
La controcultura si espresse attraverso sogni di mobilità libera e motorizzata (
Easy Rider) e in musica amplificata al massimo con elettricità a basso costo. Quest’ultimo aspetto non era marginale: il voltaggio che faceva piangere gentilmente le chitarre di Harrison e Clapton, e che trasportavano le voci di Grace Slick e Janis Joplin fino alle ultime file di spettatori — in breve, la potenza della musica che unì una generazione — dopotutto scorreva da centrali termoelettriche a carbone. Quella stessa corrente a 110 volt e 60 hertz alimentava gli stereo nei dormitori e appartamenti di tutta l’America, permettendo a dieci milioni di giovani di memorizzare i testi di canzoni stampate su dischi in vinile (vale a dire, petrolio) nella certezza che queste fossero parole rivelatrici che avrebbero cambiato il corso della Storia.
Se l’estetica hippie fu almeno occasionalmente accattivante, cadeva facilmente dello stereotipo e, se profittevole, veniva prontamente sfruttata da cinici pubblicitari. Spesso era anche ingenuamente acritica dei propri assunti. Se volete valutare da soli le intrinseche contraddizioni del movimento, basta noleggiare e guardare il film
Woodstock. L’idealismo autocompiaciuto dei “ragazzi” — che arrivavano in automobile per liberarsi attraverso una psicofarmacologia amatoriale e per adorare l’altare dell’amplificazione elettrica — è allo stesso tempo toccante e insopportabile. Non c’è da meravigliarsi che la rivoluzione sia fallita: senza una comprensione delle basi energetiche dell’industrialismo e quindi del moderno stato corporativo, la loro ribellione non poteva essere che unicamente simbolica.
Là dove l’estetica hippie traeva ispirazione da radici filosofiche e politiche più profonde (come nella filosofia del “ritorno alla terra” di Scott e Helen Nearing), riuscì a perdurare, fino ai nostri giorni. Il prodotto più duraturo e intelligente di quella stagione fu forse la filosofia di progetto nota come permacultura, sviluppata in Australia dagli ecologisti Bill Mollison e David Holmgren. Un sistema di progetto concreto — piuttosto che estetico — per produrre cibo, energia e riparo, che fu concepito in previsione dell’incombente era dei limiti, e che è adattabile all’infinito a differenti climi e culture. Nel futuro, i suoi principi potrebbero fungere da struttura fondamentale di riferimento per costruttori e artigiani nella loro elaborazione di nuovi stili estetici.

(Richard Heinberg, “(post-)Hydrocarbon Aesthetics”, in Peak Everything, 2007)

  1. il riferimento è allo slogan di Timothy Leary, “turn on, tune in, drop out”

Attrezzi

La cassetta degli attrezzi dell’economista è stata progettata proprio nella fase ascendente della disponibilità abbondante di energia fossile, caso unico nella storia dell’uomo, e oggi non si rivela più adeguata a gestire la fase di scarsità.

(Luca Mercalli, Prepariamoci, 2011)

Moralità

I said, “I can name for you something that is good, no matter what stories we tell ourselves.”
“And it is…”
I held up my glass. “Drinkable quantities of clean water.”
“I don’t understand.”
“Drinkable quantities of clean water are unqualifiedly a good thing, no matter the stories we tell ourselves.”
She got it. She smiled before saying, “And breathable clean air.”
We both nodded.
She continued, “Without them you die.”
“Exactly,” I said. “Without them, everyone dies.”
Now she was excited. “That’s the anchor,” she said. “We can build an entire morality from there.”
Dissi: “Posso citarti qualcosa che è bene, a prescindere dalle storie che raccontiamo a noi stessi.”
“E sarebbe…”
Alzai il mio bicchiere. “Quantità di acqua pulita sufficienti per essere bevute.”
“Non capisco.”
“Una quantità di acqua pulita sufficiente per essere bevuta è incondizionatamente una cosa buona, a prescindere dalle storie che raccontiamo a noi stessi.”
Aveva capito. Sorrise prima di dire: “E aria pulita e respirabile.”
Entrambi annuimmo.
Continuò, “Senza di esse uno muore.”
“Esattamente,” dissi. “Senza di esse, tutti muoiono.”
Adesso era euforica. “Ecco il punto fermo,” disse. “Possiamo costruire un’intera moralità a partire da lì.”
(Derrick Jensen, Endgame – Volume 1: The Problem of Civilization, 2006)

Effetti del clima sull’ingegnosità umana

Other, lesser social changes may trace their origins to the Year Without a Summer. A New Scientist article published in 2005 argues convincingly that the velocipede, the ancestor of the modern bicycle, was developed in the aftermath of 1816’s failed grain harvests as a means of transportation that didn’t need to be fed (unlike horses).

Dall’Anno Senza Estate potrebbero essere derivati altri cambiamenti sociali di minore entità. Un articolo del New Scientist pubblicato nel 2005 argomenta in modo convincente che il velocipede, antenato della moderna bicicletta, fu sviluppato in conseguenza dei mancati raccolti del 1816 come mezzo di trasporto che non avesse bisogno di essere nutrito (a differenza dei cavalli).

(Spencer Wells, Pandora’s Seed: The Unforeseen Cost of Civilization, 2010)

(Questo è un appunto che fa parte della mia personale ricerca sul perché la bicicletta — uno dei mezzi più efficienti della storia — sia stata inventata così tardi.)

Acacie, formiche e punti di leva dei sistemi

The researchers were testing different methods of preserving acacia trees on experimental plots in Kenya. Half of the plots were surrounded by fences that excluded herbivores such as elephants and giraffes, while the other half were left open. The thinking was that if herbivores were kept away, at least for a while, the acacia trees—which had become stressed by overgrazing—would have a chance to thrive. Quite the opposite happened, unfortunately; the trees protected from the herbivores became weaker and were actually more likely to die than those left open to the ravages of wandering leaf nibblers. It seems that the trees’ defense system, composed of tiny ants living in their hollow thorns and feeding on nectar produced by the plant, had started to abandon the plot when they were no longer needed and the plants reduced their nectar production. They were replaced by another species of ant that allowed other insects, including a nasty boring beetle, to attack the tree. This simple example illustrates the complex and unpredictable web of interactions among living organisms in a relatively well-understood ecosystem, and the dangers of trying to modify one component without taking into account the effect on others.

I ricercatori stavano provando diversi metodi per preservare gli alberi di acacia su appezzamenti di terreno in Kenya destinati a tali esperimenti. Metà delle zone furono circondate da palizzate che tenevano fuori erbivori come elefanti e giraffe, mentre l’altra metà fu lasciata aperta. L’idea era che se gli erbivori fossero stati mantenuti alla larga, almeno per un po’, gli alberi di acacia — che erano stati sottoposti ad eccessiva brucatura — avrebbero avuto la possibilità di ricrescere con vigore. Sfortunatamente, successe il contrario; gli alberi protetti dagli erbivori divennero più deboli e di fatto più soggetti a morte di quelli lasciati liberi di essere devastati dai mangiafoglie vagabondi. Pare che il sistema di difesa degli alberi, vale a dire le piccole formiche che vivono nelle loro spine cave e che si nutrono del nettare prodotto dalla pianta, abbiano iniziato ad abbandonare la zona una volta che erano diventate non più necessarie e che le piante avevano ridotto la loro produzione di nettare. Esse furono rimpiazzate da un’altra specie di formica che permetteva ad altri insetti, compreso un fastidioso coleottero, di attaccare l’albero. Questo semplice esempio illustra la complessa e imprevedibile rete di interazioni tra gli organismi viventi persino in un ecosistema abbastanza ben conosciuto, e i pericoli insiti nel provare a modificare un solo componente senza tenere conto gli effetti sugli altri.

(Spencer Wells, Pandora’s Seed: The Unforeseen Cost of Civilization, 2010)