Almeno ci avremo provato

Venerdì prossimo, a partire da alcune proiezioni (in Creative Commons *) cercherò di introdurre i problemi del picco energetico e dei cambiamenti climatici e di stimolare la discussione. Maggiori informazioni qui.

* Tra le altre cose, alcuni talk provenienti da TED e già pubblicati qui. Ma vederli o rivederli in compagnia fa un altro effetto, no?

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Abeti, tortricidi e feedback

Tree ring records show that the spruce budworm has been killing spruce and fir trees periodically in North America for at least 400 years. Until this century, no one much cared. The valuable tree for the lumber industry was the white pine. Spruce and fir were considered “weed species.” Eventually, however, the stands of virgin pine were gone, and the lumber industry turned to spruce and fir. Suddenly the budworm was seen as a serious pest.

So, beginning in the 1950s, northern forests were sprayed with DDT to control the spruce budworm. In spite of the spraying, every year there was a budworm resurgence. Annual sprays were continued through the 1950s, 1960s, and 1970s, until DDT was banned. Then the sprays were changed to fenitrothion, acephate, Sevin, and methoxychlor.
Insecticides were no longer thought to be the ultimate answer to the budworm problem, but they were still seen as essential. “Insecticides buy time,” said one forester, “That’s all the forest manager wants; to preserve the trees until the mill is ready for them.”

By 1980, spraying costs were getting unmanageable—the Canadian province of New Brunswick spent $12.5 million on budworm “control” that year. Concerned citizens were objecting to the drenching of the landscape with poisons. And, in spite of the sprays, the budworm was still killing as many as 20 million hectares (50 million acres) of trees per year.

C. S. Holling of the University of British Columbia and Gordon Baskerville of the University of New Brunswick put together a computer model to get a whole-system look at the budworm problem. They discovered that before the spraying began, the budworm had been barely detectable in most years. It was controlled by a number of predators, including birds, a spider, a parasitic wasp, and several diseases. Every few decades, however, there was a budworm outbreak, lasting from six to ten years. Then the budworm population would subside, eventually to explode again.

The budworm preferentially attacks balsam fir, secondarily spruce. Balsam fir is the most competitive tree in the northern forest. Left to its own devices, it would crowd out spruce and birch, and the forest would become a monoculture of nothing but fir. Each budworm outbreak cuts back the fir population, opening the forest for spruce and birch. Eventually fir moves back in.

As the fir population builds up, the probability of an outbreak increases— nonlinearly. The reproductive potential of the budworm increases more than proportionately to the availability of its favorite food supply. The final trigger is two or three warm, dry springs, perfect for the survival of budworm larvae. (If you’re doing event-level analysis, you will blame the outburst on the warm, dry springs.)

The budworm population grows too great for its natural enemies to hold in check—nonlinearly. Over a wide range of conditions, greater budworm populations result in more rapid multiplication of budworm predators. But beyond some point, the predators can multiply no faster. What was a reinforcing relationship—more budworms, faster predator multiplication—becomes a nonrelationship—more budworms, no faster predator multiplication—and the budworms take off, unimpeded.

Now only one thing can stop the outbreak: the insect reducing its own food supply by killing off fir trees. When that finally happens, the budworm population crashes—nonlinearly. The reinforcing loop of budworm reproduction yields dominance to the balancing loop of budworm starvation. Spruce and birch move into the spaces where the firs used to be, and the cycle begins again.

The budworm/spruce/fir system oscillates over decades, but it is ecologically stable within bounds. It can go on forever. The main effect of the budworm is to allow tree species other than fir to persist. But in this case what is ecologically stable is economically unstable. In eastern Canada, the economy is almost completely dependent on the logging industry, which is dependent on a steady supply of fir and spruce.

When industry sprays insecticides, it shifts the whole system to balance uneasily on different points within its nonlinear relationships. It kills off not only the pest, but the  natural enemies of the pest, thereby weakening the feedback loop that normally keeps the budworms in check. It keeps the density of fir high, moving the budworms up their nonlinear reproduction curve to the point at which they’re perpetually on the edge of population explosion.

I dati storici degli anelli degli alberi mostrano che la tortricide ha ucciso pecci e abeti periodicamente in Nord America per almeno 400 anni. Fino a questo secolo [il XX, NdT], nessuno se ne curava molto. L’albero considerato di valore per l’industria del legno era il pino bianco. Il peccio e l’abete venivano considerati “specie infestanti”. Alla fine, comunque, le zone  di pino vergine si esaurirono, e l’industria del legno si rivolse al peccio e all’abete. Improvvisamente la tortricide fu vista come una grave peste.

Così, a partire dagli anni ’50, le foreste settentrionali furono irrorate con DDT per controllare la tortricide. Nonostante ciò, ogni anno si verificava una ripresa degli insetti. Le irrorazioni annuali continuarono per tutti i ’50, i ’60 e i ’70, finché il DDT non fu bandito. Allora si passò al fenitrotione, all’acefato, al Sevin e al metossicloro.

Gli insetticidi non erano più ritenuti la risposta definitiva al problema delle tortricidi, ma venivano ancora visti come essenziali. “Gli insetticidi ci fanno guadagnare tempo,” diceva un guardaboschi, “è tutto quello che vuole chi gestisce una foresta: conservare gli alberi finché la segheria non è pronta.”

Intorno al 1980, i costi di irrorazione stavano diventando ingestibili – la provincia canadese del New Brunswick quell’anno spese 12,5 milioni di dollari per il “controllo” della tortricide. I cittadini preoccupati si opponevano all’inondare il paesaggio con dei veleni. E, nonostante le irrorazioni, la tortricide continuava a uccidere circa 20 milioni di ettari di alberi l’anno.

C. S. Holling dell’Università della Columbia Britannica e Gordon Baskerville dell’università del New Brunswick misero insieme un modello al computer per avere uno sguardo all’intero sistema coinvolto nel problema delle tortricidi. Scoprirono che prima dell’inizio delle irrorazioni, la tortricide era stata a malapena rilevabile per la maggior parte degli anni. Era controllata da una serie di predatori, compresi uccelli, un ragno, una vespa parassita, e diverse malattie. Ogni qualche decennio, comunque, c’era un’esplosione di tortricidi, di durata compresa tra i 6 e i 10 anni. Dopo di che, la popolazione di tortricidi diminuiva, per poi esplodere di nuovo successivamente.

La tortricide attacca preferibilmente l’abete del balsamo, e secondariamente il peccio. L’abete del balsamo è l’albero più competitivo delle foreste settentrionali. Lasciato a se stesso, si moltiplicherebbe tanto da scacciare il peccio e la betulla, e la foresta diventerebbe nient’altro che una monocultura di abeti. Ogni esplosione di tortricidi sfoltisce la popolazione di abeti, aprendo la foresta al peccio e alla betulla. Poi l’abete si ripresenta.

Man mano che la popolazione di abeti cresce, cresce anche la probabilità di un’esplosione delle tortricidi - in modo non lineare. Il potenziale riproduttivo della tortricide cresce più che proporzionalmente alla disponibilità di provviste del suo cibo preferito. L’innesco finale è una sequenza di due o tre primavere calde e asciutte, perfette per la sopravvivenza delle larve. (Limitandosi ad un’analisi al livello dei singoli eventi, si darebbe la colpa del focolaio alle primavere calde e asciutte.)

La popolazione della tortricide cresce troppo perché i suoi nemici naturali riescano a tenerla sotto controllo – in modo non lineare. In un’ampia gamma di condizioni, una popolazione più grande di tortricidi ha come risultato una moltiplicazione più rapida dei predatori delle tortricidi. Ma oltre un certo punto, i predatori non possono moltiplicarsi più velocemente.  Quella che era una relazione che si rafforzava – più tortricidi, più veloce la moltiplicazione dei predatori – diventa una non-relazione – più tortricidi, nessuna moltiplicazione più veloce – e le tortricidi prendono il sopravvento, libere da ostacoli.

A questo punto c’è solo una cosa che può fermare l’epidemia: che l’insetto riduca le proprie provviste di cibo facendo strage di abeti. Quando ciò infine succede, la popolazione di tortricidi collassa – in modo non lineare. Il feedback positivo della riproduzione della tortricide cede il controllo al feedback compensativo della mancanza di cibo. Il peccio e la betulla riempiono gli spazi lasciati dagli abeti, e il ciclo ricomincia.

Il sistema tortricide/peccio/abete oscilla su periodi di decenni, ma è ecologicamente stabile all’interno di certi limiti. Può andare avanti all’infinito. L’effetto principale della tortricide è quello di permettere ad altre specie di alberi oltre all’abete di persistere. Ma in questo caso ciò che è ecologicamente stabile è economicamente instabile. Nel Canada orientale, l’economia è quasi completamente dipendente dall’industria del legname, che dipende da una fornitura costante di abete e peccio.

Quando l’industria irrora dei pesticidi, essa sposta l’intero sistema su punti di equilibrio instabile all’interno delle sue relazioni non lineari. Non uccide solo l’animale infestante, ma anche i suoi nemici naturali, in modo tale da indebolire l’anello di feedback che di solito mantiene la tortricide sotto controllo. Mantiene alta la densità dell’abete, spostando la tortricide su per la sua curva non lineare di riproduzione fino al punto in cui è costantemente sul bordo di un’esplosione demografica.

(Donella H. Meadows, Thinking in Systems: A Primer, 2008)

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Tempismo

Nel novembre 2005 iniziai a seguire, fin dalla sua apertura, il blog Petrolio di Debora Billi. Fu il mio primo contatto in assoluto con il tema del picco delle risorse energetiche e minerali.

A partire dai suoi post, cominciai a documentarmi, fino a sfruttare l’occasione irripetibile di avere quasi sotto casa il V congresso mondiale dell’ASPO (Associazione per lo studio del picco del petrolio e del gas naturale), che si tenne a San Rossore nel luglio 2006.

Intanto, a dire il vero quasi per caso, lessi i libri di Jared Diamond, i ben noti Armi, acciaio e malattie e Collasso. Si andò formando in testa, forse per la prima volta in vita mia, un’idea chiara e onnicomprensiva del senso della Storia (suona pateticamente retorico e trombone, ma è vero). A partire da quel periodo, iniziai un’intensa attività di documentazione e, diciamolo pure, di autodidattica, attraverso una lunga serie di letture spesso apparentemente scollegate (biologia, economia, politica, storia e storiografia, antropologia). In realtà erano facce di un poliedro di analisi in cui ognuna trovava la propria collocazione, il proprio significato.

Nel settembre 2006 decisi di abbandonare l’auto e di convertirmi definitivamente alla bicicletta. Niente di che, ma col senno di poi è stata la decisione a cui sono rimasto più ligio.

Sempre quasi per caso, passai i primi 6 mesi del 2008 in Danimarca, a Odense, peraltro la capitale ciclistica di una delle nazioni più ciclistiche del pianeta. La sensazione fu quella di aver imparato molto non tanto dell’estero, quanto della città da cui ero partito, la Livorno tanto vituperata dai suoi abitanti, e cominciò a frullarmi in testa una certa idea.

Tornato a casa, come spesso accade, non feci niente di quello che mi ero prefissato. L’attività di documentazione continuava in modo incessante, la mia visione si tingeva di tinte più estreme, come testimonia il percorso degli spunti archiviati su questo blog. Tanti progetti a parole, ma niente di concreto.

Ieri sera ho visto il servizio di Report sull’inadeguatezza del PIL e sulla decrescita. Niente che non sapessi già, a dire il vero. Però, sta di fatto che, 5 anni dopo aver incontrato il picco del petrolio, oltre 4 anni dopo aver assistito al discorso di Rob Hopkins all’ASPO-5, 2 anni dopo aver avuto la prima intenzione e un anno dopo aver registrato il dominio, mi sono infine deciso.

Livorno Città di Transizione – http://transizionelivorno.org

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Derivati agricoli

The notion of progress is a creation of agriculture. I can’t prove it, because the idea of progress is too deeply burned into us to be extracted and examined. It is our secular religion. [...] The political system cannot be counted on to reform agriculture because the political system is a creation of agriculture, a co-evolved entity.

Il concetto di progresso è una creazione dell’agricoltura. Non posso dimostrarlo, perché l’idea di progresso è impressa troppo a fondo dentro di noi per essere estratta ed esaminata. È la nostra religione laica. [...] Non si può contare sul sistema politico per riformare l’agricoltura perché il sistema politico è una creazione dell’agricoltura, un’entità che si è coevoluta.

(Richard Manning, Against the Grain – How agriculture hijacked civilization, 2004)

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L’equivoco

The agricultural life, often referred to as “pastoral” or “rural”, seems a natural world to modern-day city dwellers and suburbanites. A weekend drive in the country is a time for relaxing and “going back to nature.” Yet farming is not na- ture, but rather the largest alteration of Earth’s surface from its natural state that humans have yet achieved. Cities and factories and even suburban mega-malls are still trivial dots on maps compared to the extent of farmland devoted to pastures and crops (more than a third of Earth’s land surface). So when those people in Mesopotamia 11,500 years ago created agriculture, they set humanity on a path that would transform nature.

La vita agricola, spesso definita “pastorale” o “rurale”, si presenta come un mondo naturale per gli abitanti delle moderne città e suburbi. Una gita in campagna nel weekend è vista come un momento di relax e di “ritorno alla natura”. Eppure l’agricoltura non è natura, ma piuttosto la maggiore alterazione della superficie della Terra dal suo stato naturale che gli umani abbiano mai realizzato. Le città e le fabbriche, e persino i giganteschi centri commerciali delle periferie sono ancora puntini insignificanti sulle mappe, in confronto all’estensione di terra arabile destinata al pascolo e alle coltivazioni (più di un terzo della superficie delle terre emerse). Quindi, quando quelle genti in Mesopotamia, 11500 anni fa, inventarono l’agricoltura, misero l’umanità su un cammino che avrebbe modificato la natura.

(William F. Ruddiman, Plows, Plagues and Petroleum – how humans took control of climate, 2005)

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I limiti dell’ingegno

Historical evidence would indicate that very few key inventions have been made by men who had to spend all their energy overcoming the immediate pressures of survival. Atomic energy was discovered in the laboratories of basic science by individuals unaware of any threat of fossil fuel depletion. The first genetic experiments, which led a hundred years later to high-yield agricultural crops, took place in the peace of a European monastery. Pressing human need may have forced the application of these basic discoveries to practical problems, but only freedom from need produced the knowledge necessary for the practical applications.

La testimonianza storica sembrerebbe indicare che sono state ben poche le invenzioni chiave fatte da uomini obbligati ad impiegare tutte le proprie energie per superare le pressioni immediate per la sopravvivenza. L’energia atomica fu scoperta nei laboratori di scienza pura da individui ignari di alcuna minaccia di esaurimento dei combustibili fossili. I primi esperimenti genetici, che cent’anni dopo condussero a colture agricole ad alte rese, ebbero luogo nella pace di un monastero europeo. La pressione delle necessità umane può aver portato ad applicare queste scoperte teoriche a dei problemi pratici, ma solo la libertà dalle necessità ha prodotto la conoscenza necessaria per le applicazioni pratiche.

(Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers, William W. Behrens III, The Limits to Growth, 1972)

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Falsa competizione

Rodney Heitschmidt and Jerry Stuth point out that “[h]umankind has historically fostered and relied upon livestock grazing for a substantial portion of its livelihood because it is the only process capable of converting the energy in grassland vegetation into  an energy source directly consumable by humans.” Nineteen billion metric tons of vegetation are produced by plants in grasslands and savannas, and we can’t eat them. Humans and ruminants are not naturally in competition for the same meal: this is where the political vegetarians have gone wrong. Yes, industrial culture has been stuffing grain into as many animals as it can. But it’s the logic of industrial capitalism that’s dictating that diet, not nature.

Rodney Heitschmidt e Jerry Stuth fanno notare che “storicamente l’umanità ha fatto affidamento sul pascolo del bestiame per ottenere una parte sostanziale del proprio sostentamento perché esso è l’unico processo capace di convertire l’energia della vegetazione erbacea in una fonte di energia direttamente consumabile dagli umani”. Le piante delle praterie e delle savane producono diciannove miliardi di tonnellate di vegetazione, e noi non possiamo mangiarle. Umani e ruminanti non sono naturalmente in competizione per lo stesso cibo: ecco dove i vegetariani politici sbagliano. Sì, la cultura industriale ha stipato cereali in quanti più animali possibile. Ma è la logica del capitalismo industriale che sta dettando la dieta, non la natura.

(Lierre Keith, The Vegetarian Myth, 2009)

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Una catastrofe annuale artificiale

Agriculture is a recent human experiment. For most of human history, we lived by gathering or killing a broad variety of nature’s offerings. Why humans might have traded this approach for the complexities of agriculture is an interesting and long-debated question, especially because the skeletal evidence clearly indicates that early farmers were more poorly nourished, more disease-ridden and deformed, than their hunter-gatherer contemporaries. Farming did not improve most lives. The evidence that best points to the answer, I think, lies in the difference between early agricultural villages and their pre-agricultural counterparts—the presence not just of grain but of granaries and, more tellingly, of just a few houses significantly larger and more ornate than all the others attached to those granaries. Agriculture was not so much about food as it was about the accumulation of wealth. It benefited some humans, and those people have been in charge ever since.

Domestication was also a radical change in the distribution of wealth within the plant world. Plants can spend their solar income in several ways. The dominant and prudent strategy is to allocate most of it to building roots, stem, bark—a conservative portfolio of investments that allows the plant to better gather energy and survive the downturn years. Further, by living in diverse stands (a given chunk of native prairie contains maybe 200 species of plants), these perennials provide services for one another, such as retaining water, protecting one another from wind, and fixing free nitrogen from the air to use as fertilizer. Diversity allows a system to “sponsor its own fertility,” to use visionary agronomist Wes Jackson’s phrase. This is the plant world’s norm.

There is a very narrow group of annuals, however, that grow in patches of a single species and store almost all of their income as seed, a tight bundle of carbohydrates easily exploited by seed eaters such as ourselves. Under normal circumstances, this eggs-in-one-basket strategy is a dumb idea for a plant. But not during catastrophes such as floods, fires, and volcanic eruptions. Such catastrophes strip established plant communities and create opportunities for wind-scattered entrepreneurial seed bearers. It is no accident that no matter where agriculture sprouted on the globe, it always happened near rivers. You might assume, as many have, that this is because the plants needed the water or nutrients. Mostly this is not true. They needed the power of flooding, which scoured landscapes and stripped out competitors. Nor is it an accident, I think, that agriculture arose independently and simultaneously around the globe just as the last ice age ended, a time of enormous upheaval when glacial melt let loose sea-size lakes to create tidal waves of erosion. It was a time of catastrophe.

Corn, rice, and wheat are especially adapted to catastrophe. It is their niche. In the natural scheme of things, a catastrophe would create a blank slate, bare soil, that was good for them. Then, under normal circumstances, succession would quickly close that niche. The annuals would colonize. Their roots would stabilize the soil, accumulate organic matter, provide cover. Eventually the catastrophic niche would close. Farming is the process of ripping that niche open again and again. It is an annual artificial catastrophe, and it requires the equivalent of three or four tons of TNT per acre for a modern American farm. Iowa’s fields require the energy of 4,000 Nagasaki bombs every year.

L’agricoltura è un esperimento recente. Per la maggior parte della storia umana, abbiamo vissuto raccogliendo o uccidendo un’ampia varietà di ciò che offriva la natura. Per quale motivo gli uomini abbiano barattato questo approccio per le complessità dell’agricoltura, è una questione interessante e a lungo dibattuta, soprattutto perché l’evidenza dall’analisi degli scheletri indica chiaramente che i primi contadini erano peggio nutriti e più colpiti da malattie e deformità dei loro contemporanei cacciatori-raccoglitori. L’agricoltura non migliorò la vita della maggior parte delle persone. La prova che indica meglio la risposta, a mio parere, sta nella differenza tra i primi villaggi agricoli e le loro controparti pre-agricole – la presenza non solo di cereali ma di granai e, più eloquentemente, di alcune case decisamente più grandi e più decorate di tutte le altre adiacenti a quei granai. L’agricoltura non riguardava tanto il cibo quanto l’accumulo di ricchezza. Ha giovato ad alcuni umani, e quelle persone da allora sono al potere.

L’addomesticazione fu anche un cambiamento radicale nella distribuzione della ricchezza nel mondo vegetale. Le piante possono spendere il loro introito solare in molti modi. La strategia dominante e più prudente è quella di allocare la maggior parte dell’energia nella costruzione di radici, steli, corteccia – un portafoglio conservativo di investimenti che permette alla pianta di raccogliere meglio l’energia e sopravvivere agli anni negativi. In più, vivendo in situazioni ad elevata biodiversità (un dato pezzo di prateria nativa contiene forse 200 specie vegetali), queste piante perenni forniscono servizi l’una all’altra, come trattenere l’acqua, proteggersi a vicenda dal vento, e fissare l’azoto atmosferico per usarlo come fertilizzante. La varietà permette ad un sistema di “sponsorizzare la propria fertilità”, per usare l’espressione dell’agronomo visionario Wes Jackson. Questa è la norma, nel mondo delle piante.

C’è però un gruppo molto ridotto di piante annuali che cresce in chiazze monospecie e immagazzina quasi tutto il proprio introito nel seme, un pacchetto compatto di carboidrati facilmente sfruttati da mangiatori di semi come noi. In circostanze normali, questa strategia “tutte le uova in un solo paniere” è un’idea stupida per una pianta. Ma non durante catastrofi come inondazioni, incendi ed eruzioni vulcaniche. Questi disastri cancellano le comunità vegetali già stabilite e creano opportunità per le piante portatrici di semi da spargere al vento che siano dotate di iniziativa. Non è un caso che ovunque sia spuntata l’agricoltura nel globo, ciò è sempre accaduto nei pressi dei fiumi. Si può pensare, come molti fanno, che ciò sia capitato perché le piante avevano bisogno dell’acqua o dei nutrienti. In gran parte ciò non è vero. Avevano bisogno della potenza delle inondazioni, che ripuliva il paesaggio e levava di mezzo i concorrenti. Né è un caso, credo, che l’agricoltura sia comparsa indipendentemente e simultaneamente in varie parti di tutto il pianeta proprio alla fine dell’ultima era glaciale, un periodo di grande scompiglio, quando la fusione dei ghiacci lasciò dei laghi grandi come mari liberi di creare maree erosive. Era un tempo di catastrofi.

Sono adatti alle catastrofi, in particolar modo, il mais, il riso e il frumento. È la loro nicchia ecologica. Nello schema naturale delle cose, una catastrofe creerebbe una tabula rasa, del suolo denudato, che sarebbe per loro vantaggioso. Quindi, in circostanze normali, ci sarebbe una successione che chiuderebbe velocemente quella nicchia. Le piante annuali la colonizzerebbero. Le loro radici stabilizzerebbero il suolo, accumulerebbero materia organica, fornirebbero una copertura. Alla fine la nicchia ecologica dovuta alla catastrofe si chiuderebbe. La coltivazione è il processo che squarcia ripetutamente quella nicchia per riaprirla. È una catastrofe annuale artificiale, e richiede l’equivalente di tre o quattro tonnellate di tritolo per acro in una fattoria americana odierna. I campi dell’Iowa richiedono ogni anno l’energia di 4000 bombe di Nagasaki.

The oil we eat: Following the food chain back to Iraq—By Richard Manning (Harper’s Magazine)

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Usurai

Siamo gli usurai del nostro pianeta:

In a lecture to the Royal Academy of Engineering in May, Professor Rod Smith of Imperial College explained that a growth rate of 3% means economic activity doubles in 23 years. At 10% it takes just seven years. This we knew. But Smith takes it further. With a series of equations he shows that “each successive doubling period consumes as much resource as all the previous doubling periods combined”. In other words, if our economy grows at 3% between now and 2040, we will consume in that period economic resources equivalent to all those we have consumed since humans first stood on two legs. Then, between 2040 and 2063, we must double our total consumption again.

In una conferenza alla Royal Academy of Engineering nel maggio scorso, il professor Rod Smith dell’Imperial College ha spiegato che una crescita del 3% significa che l’attività economica raddoppia in 23 anni. Al 10%, impiega solo 7 anni. Questo lo sapevamo. Ma Smith non si ferma qui. Con una serie di equazioni mostra che “ogni successivo periodo di raddoppiamento consuma tante risorse quanto tutti i precedenti periodi di raddoppiamento combinati”. In altre parole, se la nostra economia cresce del 3% da adesso al 2040, in quel periodo consumeremo risorse economiche equivalenti a tutte quelle che abbiamo consumato da quando l’uomo per la prima volta si è alzato su due gambe. Poi, tra il 2040 e il 2063, dobbiamo raddoppiare di nuovo il nostro consumo totale.

George Monbiot: This crisis demands a reappraisal of who we are and what progress means | The Guardian, 4 dicembre 2007

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Odio per l’orticoltura

Quando esponi nella principale mostra floreale del mondo, ci si attende che tu consideri il giardinaggio come uno dei più grandi piaceri della vita. I progettisti spendono anni a pianificare il loro giardino perfetto per il Chelsea Flower Show ed è tale la popolarità dell’evento che questo è uno dei rari anni in cui i 157000 biglietti non sono stati esauriti in anticipo.

Ma per un gruppo di Pigmei camerunesi che quest’anno partecipano alla mostra, il giardinaggio è un più un tormento che un piacere. Tanto che la loro esposizione è progettata per dimostrare proprio quanto odino il dover coltivare. Sono giunti in Gran Bretagna per aiutare a ricreare la loro foresta pluviale dell’Africa Occidentale per la mostra della Royal Horticultural Society. Il giardino è stato progettato per mostrare come essi siano stati obbligati a coltivare il proprio cibo dagli effetti della deforestazione e del bracconaggio.

Potendo scegliere, non avrebbero mai avuto la necessità di coltivare piante, né da mangiare né per usarle nelle medicine tradizionali, ma hanno dovuto cambiare il proprio stile di vita e convertirsi alla coltivazione semplicemente per sopravvivere. “In passato, non avevamo mai avuto bisogno di coltivare,” ha detto Margerite Akom, una della donne Pigmee che hanno aiutato a creare il giardino a Chelsea. “Ricavavamo tutto ciò che ci serviva dalla foresta. Potevamo cacciare animali da mangiare, e raccogliere piante commestibili. Potevamo anche trovare piante con cui poter ottenere medicine. Ma ora dobbiamo coltivare il cibo da soli.”

I Pigmei delle comunità Baka e Bagyeli in Camerun sono cacciatori-raccoglitori che vagano per le foreste pluviali raccogliendo ciò di cui hanno bisogno per vivere. La distruzione delle foreste da parte di taglialegna, minatori e altri interessi commerciali ha, però, ridotto drasticamente le aree abitate dai Pigmei. In più, molti sono stati fatti traslocare dalle compagnie minerarie. Allo stesso tempo, la diffusa caccia di frodo ha svuotato le foreste degli animali che i componenti delle tribù un tempo catturavano per sfamarsi.

È crollato anche il numero di pesci nei torrenti e nei fiumi che scorrono attraverso le foreste. Là dove prima potevano temporaneamente bloccare un torrente con una diga, e catturare centinaia o anche migliaia di pesci in una mattinata, i Pigmei adesso riescono a prendere una manciata di pesciolini.
I cambiamenti apportati alle foreste pluviali hanno spinto i popoli Pigmei a dedicarsi a molte più colture che nelle precedenti generazioni, invece di raccogliere ciò che serviva dagli alberi e dal suolo delle foreste. [...]

Janne Noah, un’altra delle donne Pigmee, ha detto: “Le compagnie minerarie hanno fatto sloggiare molti di noi dalle nostre dimore nelle foreste. Siamo stati spostati a vivere lungo le strade e in aree così piccole che è difficile coltivare abbastanza cibo per sopravvivere. Ci erano stati promessi molti vantaggi come scuole e ospedali ma non li abbiamo avuti. Abbiamo perso la foresta. Stiamo perdendo la nostra cultura e le nostre tradizioni.”
Mathilde Zang ha aggiunto: “Siamo costretti a coltivare piante per sopravvivere, ma quello che davvero vogliamo è tornare al nostro stile di vita tradizionale.”

Chelsea exhibit ‘reveals a hatred of horticulture’ – Gardening, House & Home – The Independent.

(E questo articolo non verrà mai linkato troppo.)

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