Cargo warfare

An anthropologist once told me about two Eipo-Papuan village heads in New Guinea who were taking their first trip on a little airplane. They were not afraid to board the plane, but made a puzzling request: they wanted the side door to remain open. They were warned that it was cold up in the sky and that, since they wore nothing but their traditional penis sheaths, they would freeze. The men didn’t care. They wanted to bring along some heavy rocks, which, if the pilot would be so kind as to circle over the next village, they could shove through the open door and drop onto their enemies.

In the evening, the anthropologist wrote in his diary that he had witnessed the invention of the bomb by neolithic man.

Un antropologo una volta mi raccontò di due capivillaggio Eipo-Papua, in Nuova Guinea, che stavano per viaggiare per la prima volta su un piccolo aereoplano. Non avevano paura di salire a bordo, ma fecero una richiesta enigmatica: volevano che il portello laterale rimanesse aperto. Furono messi in guardia sul fatto che in altitudine fa freddo e che, non indossando nient’altro che i loro tradizionali astucci penici, si sarebbero congelati. Non se ne curarono. Vollero portare con sé delle pesanti pietre, così che, se il pilota fosse stato così gentile da volare intorno al villaggio vicino, avrebbero potuto spingerle attraverso il portello aperto e lasciarle cadere sui loro nemici.

Quella sera, l’antropologo scrisse sul suo diario che era stato testimone dell’invenzione della bomba da parte dell’uomo neolitico.

(Frans De Waal, Our Inner Ape, 2005)

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Egualitarismo

There was a time when anthropologists saw egalitarianism as a passive, peace-loving arrangement in which people were at their best, loving and valuing each other.  It was a utopian state where lion and lamb were said to sleep side by side. I’m not saying that such states are out of the question – in fact, a lioness on the Kenyan plains was recently reported to have been observed showering maternal affection on an antelope calf – but from a biological perspective, they’re unsustainable. At some point, self-interest will rear its ugly head: predators will feel their empty stomachs and people will clash over resources. Egalitarianism is not based on mutual love and even less on passivity. It’s an actively maintained condition that recognizes the universal human desire to control and dominate. Instead of denying the will to power, egalitarians know it all too well. They deal with it every day.

C’è stato un tempo in cui gli antropologi vedevano l’egualitarismo come un accordo passivo e pacifico in cui le persone erano al loro meglio, con amore e stima reciproci. Era uno stato utopico dove si diceva che il leone e l’agnello dormissero fianco a fianco. Non voglio dire che queste situazioni sono fuori questione – in effetti,  di recente è stato riportato che una leonessa delle pianure keniote era stata osservata mentre copriva di cure materne un piccolo di antilope – ma da un punto di vista biologico, sono insostenibili. Ad un certo punto, l’interesse personale mostrerà il suo lato negativo: i predatori sentiranno i loro stomaci vuoti e i popoli si scontreranno per le risorse. L’egualitarismo non è basato sull’amore reciproco e men che meno sulla passività. È una condizione preservata attivamente che riconosce il desiderio umano universale di controllare e di dominare. Invece di negare la voglia di potere, gli egualitari la conoscono fin troppo bene. Ci fanno i conti tutti i giorni.

(Frans De Waal, Our Inner Ape, 2005)

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I Garamanti

L’articolo seguente è comparso originariamente sul blog di ASPO-Italia.

Quella dei Garamanti fu una popolazione berbera che sarebbe stata relegata ad una nota a piè di pagina, o ad un posto di non particolare rilievo negli elenchi di popoli delle versioni di latino, se non ci fossero state sorprendenti scoperte nelle campagne archeologiche condotte nel Fezzan della Libia sudoccidentale. Il loro nome, legato alla capitale Garama (l’attuale Germa), era noto fin dai racconti un po’ fantasiosi di Erodoto, che li descriveva come degli eremiti sprovvisti di armi e ciononostante cacciatori di “Etiopi trogloditi”, che inseguivano a bordo di carri trainati da quattro cavalli; le fonti romane, più tardi, li citano con tono quasi sprezzante, per segnalare i trionfi dell’Urbe contro genti rozze, primitive, dedite alla razzia. Dai ritrovamenti più recenti si sono rivelati invece una vera e propria civiltà, con almeno una decina di centri urbani, dotata di scrittura (un antenato diretto dell’attuale alfabeto Tuareg) e di un’organizzazione statale accentrata, di tipo monarchico, che gli archeologi talvolta si spingono a definire impero.

Il Fezzan, pur essendo in pieno Sahara, non è solo erg, ovvero deserto pianeggiante popolato da enormi dune sabbiose in movimento continuo, come quello che ci è familiare da tanti film. È invece una zona con montagne e altipiani, solcata da numerose valli (wadi) di fiumi scomparsi o torrenti stagionali. I berberi che sarebbero diventati Garamanti, probabilmente, si trovavano già in quei luoghi quando il Sahara era ancora umido e rigoglioso: ma quel periodo stava terminando a favore dell’attuale fase arida. Gli abitanti del Fezzan, da nomadi cacciatori-raccoglitori che erano, risposero ai mutamenti climatici in maniera apparentemente controintuitiva: adottando cioè la pastorizia e l’agricoltura. Può in effetti suonare strano, abituati come siamo a considerare questi modi di produzione come “più avanzati” rispetto a quello “primitivo” delle popolazioni nomadi, che i berberi non avessero sfruttato la fortuna di trovarsi in un Sahara fertile, fintanto che durò, usandolo come terreno agricolo. Il passaggio all’agricoltura come risposta a condizioni (in questo caso climatiche) mutate verso il peggio ricorda invece la posizione espressa da un vecchio articolo di Jared Diamond.
Secondo Diamond il confronto con la situazione degli ultimi cacciatori-raccoglitori rimasti, e i dati che si possono evincere dall’analisi paleopatologica delle sepolture risalenti al periodo di transizione tra vita nomade e modo di produzione agricolo-pastorale, mostra che tale passaggio fu drammatico: l’alimentazione peggiorò in qualità, le epidemie infettive si diffusero col loro tributo di sangue, l’organizzazione sociale virò verso strutture piramidali basate sulla forza e sul furto. Insomma, tanti e tali erano i “contro” dell’agricoltura che essa fu adottata solo come risposta ad una situazione di difficoltà, in cui il modo di vita dei cacciatori-raccoglitori non era più possibile.
La teoria di Diamond può apparire antimoderna e provocatoria, ma in questo caso spiega piuttosto bene la concomitanza temporale tra peggioramento delle condizioni climatiche e l’avvicendamento dei modi di produzione nel caso dei berberi del Fezzan, anche alla luce di una ulteriore difficoltà: nel Sahara che si desertificava, non solo stavano scomparendo la flora e la fauna selvatiche che avevano sostenuto per lungo tempo la sparuta popolazione locale, ma stava venendo meno la base stessa della vita, l’acqua. Le tribù si concentrarono quindi nei pochi luoghi in cui restavano delle sorgenti attive, che ebbero però breve durata, e a quanto pare si esaurirono prima del 1000 a.C.
Il modo di produzione agricolo, pur richiedendo anche maggiori quantità di acqua rispetto allo stile di vita dei nomadi, aveva tuttavia un atout. Permetteva infatti l’elevato grado di complessità sociale necessario perché i berberi potessero recuperare l’acqua dall’unico posto in cui la si può trovare in mezzo ad un deserto: le falde sotterranee. Costruirono quindi una gigantesca rete di foggara, ovvero dei tunnel “quasi orizzontali” che intercettavano le falde sulle alture e sfruttavano la pendenza per convogliare l’acqua verso valle. Pur essendo una tecnica che non richiede grandi quantità di energia per il funzionamento – a differenza dei pozzi verticali in cui bisogna fare lavoro per portare l’acqua al livello del suolo – la costruzione e il mantenimento in attività erano questioni decisamente complicate, soprattutto considerando le proporzioni di cui parliamo: decine di gallerie lunghe anche centinaia di chilometri. Serviva quindi una civiltà di tipo urbano (si calcola che le città fossero almeno una decina) e con un’organizzazione statale e accentrata, quindi sotto il comando di un sovrano: innovazioni che, sempre seguendo Diamond, non sono affatto aliene, ma anzi sempre conseguenti, all’adozione dell’agricoltura.
La tecnica dei foggara fu importata in Nord Africa dalla Persia, dove furono inventati col nome di qanat. Nell'immagine da Wikipedia, uno schema di un tipico qanat, che ne mostra il principio di funzionamento.

La tecnica dei foggara fu importata in Nord Africa dalla Persia, dove furono inventati col nome di qanat. Nell'immagine da Wikipedia, uno schema di un tipico qanat, che ne mostra il principio di funzionamento.

Serviva soprattutto una fonte energetica sufficientemente potente e versatile. Questa, all’epoca, era rappresentata dal lavoro degli schiavi, di cui i Garamanti divennero mercanti, sfruttando con spirito d’intraprendenza molto mediterraneo la vicinanza con Roma e il vantaggio territoriale in un luogo facile da difendere ma difficile da attaccare. I Romani infatti non riuscirono mai a conquistarli, nonostante alcune campagne nel I sec. a.C. e nel I d.C., in cui si ipotizza – le fonti non sono troppo esplicite al riguardo – che il massimo risultato fu quello di ridurre i Garamanti a stato cliente: una sorta di formalizzazione di un rapporto di interdipendenza che sussisteva già da tempo.

In effetti, anzi, i Garamanti durarono più a lungo di Roma: dai ritrovamenti possiamo dedurre che fossero già una potenza in ascesa intorno al 500, quando i Romani erano ancora dominati dagli Etruschi; sopravvissero inoltre all’Impero d’Occidente, tanto da stringere, nel 569 d.C., una tregua con Giustino II di Bisanzio, convertendosi al Cristianesimo. Furono infine conquistati dagli Arabi solo nel 668.
In realtà gli ultimi secoli della loro storia videro un sostanziale declino. È vero che i Garamanti poterono attingere alle falde acquifere per più di 1000 anni, ma alla fine l’acqua finì, o meglio, divenne troppo scarsa e difficile da estrarre. Possiamo immaginare che in questo millennio di storia le tecniche usate venissero affinate, ma ciò non impedì che la risorsa si esaurisse, probabilmente con una curva come quella di Hubbert, e con ritorni decrescenti, in cui ad un certo punto gran parte dell’acqua faticosamente estratta serviva solo a mantenere le strutture sociali e materiali impiegate per recuperarla. Mano a mano che si esaurivano le falde più ricche e “facili”, dovevano essere scavati nuovi foggara, sempre più dispendiosi in termini di lavoro e meno fruttuosi in termini di resa (insomma, l’EROEI nel tempo andò a decrescere). Nel frattempo, il Sahara continuava a desertificarsi e le condizioni ambientali peggioravano. Completava il quadro il declino del principale partner commerciale, l’Impero Romano.
E nonostante 1000 anni di acqua dove non ve ne era, di forza lavoro sotto forma di schiavi, e di “civilizzazione” capace di uno sviluppo agricolo rilevante, i Garamanti non riuscirono a sfuggire alla condanna del mutamento climatico e ai limiti fisiologici della loro situazione. Il cambiamento che avevano apportato al deserto era fragile, basato su una fonte – benché non energetica in senso stretto – non rinnovabile: possiamo definirlo epidermico, troppo effimero e superficiale per essere duraturo. Per analogia con altre curve di crescita e declino, è anche possibile ipotizzare che il “picco” dell’acqua di falda di cui si servivano sia sopraggiunto circa a metà della loro storia, magari proprio intorno al 70 d.C., quando Valerio Festo, a capo di una spedizione punitiva, impose loro lo status di clientes, assoggettandoli quindi ad un tributo. In quell’occasione, i Romani usarono per la prima volta i cammelli in una campagna militare e, secondo Plinio, scoprirono una via più diretta per il Fezzan, quella che ai berberi era ben nota e che usavano per i propri traffici: un segno del fatto che stava venendo meno il vantaggio grazie al quale i Garamanti avevano tenuto testa al più potente impero dell’epoca. Forse si salvarono dalla conquista effettiva perché anche i Romani cominciavano a trovarsi in affanno a gestire l’elevato livello di complessità raggiunto: in altre parole, non era possibile controllare direttamente un territorio così inospitale, e un equilibrio così fragile, senza la spinta dinamica che Roma stava ormai perdendo.
Le dimensioni dell’opera dei Garamanti, intuite solo in tempi recenti, non erano ancora note quando il governo libico di Gheddafi lanciò il progetto del Grande Fiume Artificiale. Questa titanica impresa permette di attingere ad una riserva d’acqua sotterranea, di estensione tanto grande da poter sulla carta durare migliaia d’anni al tasso attuale di sfruttamento. Ma le cose non sono così lineari, come impararono a proprie spese i Garamanti: l’acqua non sarà interamente recuperabile, perché è difficile che si trovi in forma libera, e di solito è contenuta in rocce porose impregnate come spugne. Inoltre, l’estrazione è molto energivora, e se oggi può contare sul petrolio abbondante e a buon mercato, le circostanze non saranno sempre così favorevoli. Infine, prima o poi l’estrazione passerà un picco, e quello che sembrava facile diventerà ogni giorno più difficile.
C’è un epilogo, che se creato per la narrativa o il cinema sarebbe probabilmente didascalico, ma – in quanto reale – non può essere taciuto per amore della forma, anche astenendosi dal volerlo inquadrare in un apologo.Secoli dopo il declino dei Garamanti, in quegli stessi luoghi fu scoperto il petrolio. Il principale giacimento, di oltre mezzo miliardo di barili, è chiamato “Elefante”: non per le sue dimensioni, tutto sommato non eccezionali per gli standard libici, ma per la vicinanza con un petroglifo raffigurante un pachiderma. Uno dei lasciti dei Garamanti del Fezzan, oltre alle centinaia di chilometri di gallerie scavate nelle montagne e ai circa 100.000 condotti verticali usati per la loro costruzione, è infatti una ricca serie di graffiti rupestri risalenti al loro periodo preagricolo: si tratta della collezione più importante dell’Africa e forse tra le più estese al mondo. Il petrolio che viene estratto, insieme con l’acqua del Grande Fiume Artificiale, sta facendo tornare l’agricoltura nel deserto, sotto la curiosa forma di campi circolari giustapposti come se fossero fiches di un megapoker. Ma, nell’imitare i Garamanti, l’estrazione petrolifera sta mettendo a serio rischio il patrimonio artistico dell’antico popolo. Secondo gli esperti i danni causati sono già paragonabili alla perdita dei Buddha di Bamyan, fatti esplodere dai talebani nel 2001.

Le fonti usate per la redazione di questo articolo, oltre ai link segnalati nel testo:
· http://www.cru.uea.ac.uk/~e118/Fezzan/fezzan_home.html
· Louis Werner. Libya’s Forgotten Desert Kingdom. Saudi Aramco World May/June 2004 , pp.8-13
· Gabriel Camps. Les Garamantes, conducteurs de chars et bâtisseurs dans le Fezzan antique. Clio.fr (2002).
· http://www.livinghistoryengineer.com/roman/north_africa.htm

Una postilla: in Home, il film appena reso disponibile gratis su YouTube, c’è una parte con splendide immagini sui campi irrigati ad acqua fossile nel deserto dell’Arabia Saudita. Stando alla descrizione, sono campi adesso abbandonati, perché le falde acquifere sono esaurite.
Il video è qui, la parte a cui mi riferisco è da 39:16 in poi.

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La nascita del Primo Maggio

Era in agitazione anche un’altra grande fabbrica di Chicago, la McCormick dove si producevano le mietitrici meccaniche e dove la vecchia generazione, quella dei fondatori (il vecchio Cyrus e suo fratello Leander), aveva ceduto la mano nel 1884; ora governava il giovane Cyrus, ben più aggressivo, che cercò subito d’imporre un taglio dei salari del 10-15%, nonostante la fabbrica fosse in condizioni fiorenti: malgrado la crisi dell’inverno 1884-1885, la McCormick realizzava un profitto addirittura del 71% annuo sul capitale versato! Non solo: mentre la maggioranza degli operai cui veniva decurtato il salario era cattolica, la famiglia McCormick donava altri 100.000 dollari al Seminario teologico presbiteriano di Chicago. Dopo questa donazione, uno sciopero scoppiò nella fabbrica della compagnia nel quartiere Pilsen. Come Yerkes e come molti altri padroni statunitensi, il giovane McCormick ricorse non solo alla polizia, ma anche all’agenzia Pinkerton per proteggere i crumiri, fatti affluire allo scopo di far fallire lo sciopero. Nonostante Pinkerton, la proprietà non riuscì a battere gli scioperanti per la riluttanza di O’Donnell, capitano di polizia della zona di Pilsen, un irlandese, a schierarsi contro operai irlandesi (ancora l’intreccio lotta di classe/lotta di etnie). Ma dopo pochi mesi, il 16 febbraio 1886, appena O’Donnell fu trasferito e Bonfield fu promosso ispettore al Quartier generale centrale, McCormick serrò fuori della fabbrica 1.482 operai, molti dei quali erano iscritti ai Knights of Labor. Questa volta la polizia di Chicago aiutò la direzione e 300 uomini stazionarono ai cancelli. Il primo marzo i crumiri entrarono in fabbrica protetti dagli agenti. L’indomani la polizia caricò una pacifica riunione di “chiusi fuori” e ne arrestò molti. Nel frattempo la campagna per le otto ore e per il Primo Maggio s’intensificava in tutti gli Stati Uniti. La base dei Knights of Labor aderiva alle azioni, anche se la direzione andava cauta, come spiegò in una circolare del 13 marzo 1886 il Gran Maestro Lavoratore Terence Vincent Powderly: “Nessun’assemblea dei K of L deve scioperare per le otto ore il Primo Maggio dando l’impressione di obbedire a ordini dal quartier generale perché tali ordini non sono e non saranno dati”: appare qui un atteggiamento tipico dei sindacati americani, quello di pompiere, di ammortizzatore dei conflitti, di spegnitore degli incendi sociali. Dopo la dissoluzione del suo Sacro ordine dei cavalieri del lavoro, nel 1907 Powderly finirà funzionario dell’Ufficio immigrazione. Ma, per quanto la direzione dei K of L facesse da pompiere, la base si mobilitava spontaneamente: i lavoratori fumavano “Tabacco 8-ore”, compravano “Scarpe 8-ore” e cantavano “il canto delle 8-ore”. Il movimento si diffondeva a macchia d’olio. E i timori del padronato crescevano in proporzione: in un servizio da Chicago del 1° maggio 1886, il “New York Times” riferiva che alla vigilia i membri della Camera di commercio locale avevano offerto 2.000 dollari alla guardia nazionale dell’Illinois per comprare una mitragliatrice. Ovunque scoppiavano scioperi: il 9 aprile, a East St. Louis, la polizia aprì il fuoco sugli scioperanti e ne uccise nove. In risposta, gli operai incendiarono più di cento vagoni.

Illustrazione dal libro "Anarchy and Anarchists" di Michael J. Schaak, 1889

Illustrazione dal libro “Anarchy and Anarchists” di Michael J. Schaak, 1889

E il Primo Maggio giunse. Quel giorno, in tutto il paese scioperarono 350.000 operai in 11.562 stabilimenti. Solo a Chicago gli scioperanti furono 40.000 e in 80.000 scesero in piazza sfilando per Michigan Avenue, sottobraccio, guidati da Albert e Lucy Parsons, insieme ai loro figli Albert Jr e Lulu. In 11.000 manifestarono a Detroit, in 25.000 a New York. La giornata si era svolta pacificamente, la partita sembrava vinta: in quel giorno a Chicago, una giornata lavorativa più corta fu concessa a 45.000 operai, senza bisogno che scioperassero. Si calcola che, negli Usa, 180.000 – sui 350.000 scioperanti – ottennero allora le otto ore. Ma alla McCormick… Il 2 maggio 1886 fu un giorno calmo: solo poche manifestazioni. Il 3, August Spies, direttore del giornale “Die Arbeiter Zeitung”, parlò a circa 6.000 legnaioli in sciopero dall’alto di un vagone merci vicino alla fabbrica McCormick: ma molti astanti erano boemi e polacchi e non capivano cosa stesse dicendo. Alle tre e mezza suonò la sirena alla McCormick e circa 200 ascoltatori andarono ai cancelli per aiutare gli operai a dare una strigliata ai crumiri. Subito arrivarono Bonfield e 200 poliziotti che caricarono. Il frastuono attirò ancora più ascoltatori, finché giunse lo stesso Spies, seguito da tutta la folla. Furono accolti dal fuoco della polizia. Almeno quattro manifestanti furono uccisi e parecchi i feriti. Subito fu indetta per l’indomani sera, 4 maggio, ad Haymarket, una manifestazione che fu autorizzata dal sindaco Harrison. Alle otto e mezza di sera del 4 maggio August Spies (che non aveva partecipato all’organizzazione), parlava in piedi su un carretto davanti a 3.000 persone e mandava messaggeri per chiamare Albert Parsons e Samuel Fielden (che non erano stati avvertiti del comizio) perché lo aiutassero a tenere discorsi. Era presente anche il sindaco. Spies e Parsons avevano già parlato e se ne erano andati, quando poco prima delle dieci scoppiò un temporale e la folla si ridusse a circa trecento astanti infradiciati. Allora il sindaco se ne andò e ordinò che i 176 agenti di polizia presenti fossero rimandati a casa o riassegnati all’ordinaria amministrazione. Ma alle dieci e mezza – il sindaco era appena arrivato a casa, Samuel Fielden stava finendo il discorso di chiusura – il capitano Bonfield ordinò ai suoi agenti di sciogliere la manifestazione con la forza e li dispiegò nel nuovo schieramento antiguerriglia. In quel momento una bomba lanciata da una traversa scoppiò tra i poliziotti, ne uccise sei e ne ferì più di cinquanta. La polizia aprì il fuoco. Si scatenò una battaglia. Nessuno ha mai saputo quanti manifestanti furono uccisi. Si sa solo che ne furono feriti 200. Ne si sa chi gettò la bomba. O perché il capitano Bonfield aspettasse che il sindaco fosse andato a letto per caricare. O perché uno degli organizzatori del comizio di Haymarket vivesse da allora in poi con i soldi della polizia e divenisse testimone contro gli anarchici. Fatto sta che era il primo attentato dinamitardo nella storia degli Stati Uniti e che esso avvenne mentre la lotta per le otto ore stava vincendo. La notizia dilagò negli States gonfiandosi a dismisura: a Cincinnati gli strilloni gridavano: “Le bombe degli anarchici nell’Haymarket di Chicago – cento poliziotti uccisi”. Il 5 maggio mattina il sindaco dichiarò “lo stato di guerra” a Chicago. Migliaia di abitazioni furono perquisite senza mandato, centinaia di anarchici arrestati. La polizia dichiarò di aver trovato arsenali di bombe e di armi. Era facile accusare di violenza gli anarchici. Soprattutto quando le polizie – pubblica e privata – non facevano altro che sparare sulla folla. Nel 1877, quando, riferendosi a Chicago, il “New York Times” titolava “La città in mano ai comunisti”, per reprimere lo sciopero, il governo federale aveva mandato in tutta fretta nella Windy City dal Dakota i reparti dell’esercito freschi reduci dalla guerra contro gli indiani che avevano ucciso il generale Custer: pellirossa o operai, sempre nemici. Non stupisce allora che, nella piattaforma anarchica approvata a Pittsburgh nell’ottobre 1883, Albert Parsons avesse declamato: “Con la forza i nostri padri si sono liberati dall’oppressione politica, con la forza i loro figli dovranno liberarsi dalla schiavitù economica. ‘È quindi vostro diritto,’ dice Jefferson, ‘e vostro dovere ricorrere alle armi’”, prima di concludere: “Tremate oppressori del mondo! Poco oltre il vostro sguardo miope già sorge la luce scarlatta del GIORNO DEL GIUDIZIO”. II sottotitolo del pamphlet di Johann Most, “Revolutionare Kriegswissenschaft” (La scienza della guerra rivoluzionaria), suonava: “Manuale d’istruzione per l’uso e la preparazione di nitroglicerina e dinamite, fulmicotone, bombe, miccia, veleni…” Gli anarchici non erano agnelli sacrificali e la stampa aveva buon gioco nello scatenarsi contro di loro. Già il 5 maggio, il “Chicago Tribune” si scagliava contro le “socialistic, atheistic, alchoolic European classes”. Il 15 maggio 1886 il rispettabile “Albany Law Journal” scriveva: “È preoccupante che le vite di uomini buoni e onesti, la sicurezza di donne e bambini innocenti, l’immunità della proprietà debbano essere, anche per una sola ora, in una grande città, alla mercé di pochi miserabili stranieri puzzolenti, capelloni, dagli occhi selvaggi, che mai hanno fatto un’ora di lavoro onesto in vita loro, ma che, resi folli da anni di oppressione e pazzi d’invidia verso i ricchi, pensano di livellare la società e le sue distinzioni con qualche bomba. [...] Ci dovrebbe essere una legge [...] che permetta alla società di schiacciare questi serpenti appena sporgono la testa, prima che mordano. [...] Lo stato delle cose quasi giustifica il ripristino di un comitato di vigilanza e della legge di Lynch [cioè il linciaggio].” Il fatto è che nel caso specifico di Haymarket i ritrovamenti veri di armi furono poca cosa: anni dopo, il capo della polizia di Chicago, il capitano Frederick Ebersold, ammise che la polizia aveva posto deliberatamente armi e bombe nelle sedi degli anarchici. Delle centinaia di arrestati, solo 31 furono accusati e, tra loro, solo undici furono incriminati: due divennero testimoni, uno non fu mai trovato; infine furono processati in otto: August Spies, Louis Lingg, Samuel Fielden, Adolph Fischer, George Engel, Oscar Neebe, Michael Schwab e Albert Parsons. La lista di questi accusati è notevole perché 1) comprende tutti i massimi dirigenti anarchici a Chicago: non erano persone qualunque, erano direttori di giornali, oratori famosi, leader; 2) sette su otto erano stranieri (solo Parsons era statunitense, Fielden era nato in Inghilterra e gli altri erano tutti tedeschi); 3) al momento del lancio della bomba nessuno di loro era presente ad Haymarket, tranne Fielden che stava parlando (e alcuni di loro non ci avevano nemmeno messo piede). La nazione era in preda alla più totale isteria. Le chiese erano scatenate contro questi atei. Il padronato chiedeva una punizione esemplare contro i sovversivi. I vignettisti non facevano che disegnare grandi spade che si abbattevano su mostriciattoli. “Libertà o Morte”, così la didascalia di disegni truculenti: “Libertà (di andartene se le istituzioni della nostra Repubblica non ti aggradano) o (commetti assassini e sarai punito con la) Morte”. L’indicazione più lapidaria venne dal “Chicago Herald” del 22-23 luglio 1886: “Hanno cercato di distruggere la società. La società deve distruggerli”. Nell’arringa finale, il procuratore Juhus Grinnell chiarì il problema in modo inequivocabile: “La legge è sotto processo. L’anarchia è sotto processo. Questi uomini sono stati scelti e incriminati dal Grand Jury perché loro sono i leader. Non sono più colpevoli delle migliaia che li seguono. Gentiluomini della giuria, condannateli, fatene un esempio, impiccateli e avrete salvato le nostre istituzioni, la nostra società”. Il 20 agosto la sentenza: colpevoli tutti gli imputati, sette furono condannati a morte. Oscar Neebe fu condannato a 15 anni. Un movimento di difesa si organizzò su scala mondiale. Manifestazioni si tennero in Francia, Olanda, Russia, Italia, Spagna. Oscar Wilde fece circolare una petizione. William Morris e il giovane Bernard Shaw parlarono in un comizio. Il cancelliere Bismarck proibì tutte le manifestazioni in favore degli accusati di Haymarket. Il parlamento francese telegrafò il 29 ottobre per protestare contro l’imminente esecuzione. Sotto queste pressioni, la condanna a morte di Fielden e Schwab fu commutata in ergastolo. Louis Lingg, che al processo aveva detto: “Vi disprezzo. Disprezzo il vostro ordine, le vostre leggi, la vostra autorità basata sulla forza. Impiccatemi per questo!”, si suicidò in circostanze mai chiarite facendosi saltare la testa con una capsula esplosiva in bocca, mentre era in cella. Gli altri quattro, August Spies, Albert Parsons, George Engel e Adolph Fischer furono impiccati l’11 novembre 1887. Il 13 novembre mezzo milione di persone assistette ai funerali su Milwaukee Avenue costellata di bandiere nere sulle case di polacchi, tedeschi, boemi. Non fu solo l’estremo addio ai “martiri di Haymarket”, come da allora furono chiamati i quattro impiccati, fu il funerale al movimento anarchico negli Stati Uniti. Da allora, la parola “anarchico” sarebbe stata un insulto in America, un termine impronunciabile. I padroni approfittarono dell’atmosfera di caccia alle streghe per licenziare gli operai sindacalizzati, per stilare una lista nera dei dipendenti che non dovevano mai più essere riassunti da nessuno (il blacklisting). Così i Cavalieri del Lavoro entrarono in una fase di declino irreversibile. Al loro posto si espanse l’American Federation of Labor (Afl) guidata dal conservatore e moderato Samuel Gompers. La battaglia per le otto ore subì una battuta d’arresto formidabile, nonostante alcune delle conquiste del Primo Maggio 1886 fossero preservate. La Afl mandò a Parigi un delegato al Congresso intemazionale del lavoro del 14 luglio 1889 (per celebrare il centenario della presa della Bastiglia) perché proponesse il Primo Maggio come festa mondiale del lavoro e in ricordo dei martiri di Haymarket. Da allora il Primo Maggio è festeggiato ovunque come festa del lavoro, tranne che negli Usa (e, dopo Margaret Thatcher, in Inghilterra): lo stesso Adolf Hitler, nel primo anno di potere, lasciò che fosse festeggiato in Germania, il giorno prima di mettere fuori legge tutti i sindacati (2 maggio 1933). Nel 1889 il “Chicago Times” pubblicò un’inchiesta sulla corruzione della polizia cittadina da cui risultava che i capofila dei corrotti erano i capitani Bonfield e Michael J. Schaak (che aveva condotto le perquisizioni delle case degli anarchici) che taglieggiavano bische, saloon e bordelli per assicurarne la protezione, mentre battevano cassa negli ambienti padronali per infiltrare la loro “Squadra rossa” nel movimento operaio (un secolo dopo, nel 1975, si sarebbe scoperto che la “Squadra rossa” di Chicago usava fondi federali per spiare e infiltrare i movimenti di sinistra). Bonfield cercò di far chiudere il “Chicago Times”. Ma lui e Schaak furono costretti alle dimissioni. I buoni borghesi di Chicago (guidati da Field, Armour, Swift e Pullman) elargirono un fondo di 100.000 dollari per i familiari dei poliziotti uccisi ad Haymarket e innalzarono un monumento ai caduti: varie volte deturpata (soprattutto negli anni sessanta), la statua del baffuto poliziotto è stata infine rimossa da Haymarket e posta al sicuro, nell’atrio dell’accademia di polizia, poco distante da lì. I borghesi di Chicago non pensavano solo alla gloria della loro polizia. Avevano preoccupazioni più prosaiche: Marshall Field propose che la Camera di commercio e l’Union League organizzassero una colletta per far sì che il presidio dell’esercito non fosse più tanto lontano da Chicago e che le truppe potessero intervenire subito. Il suo suggerimento fu accolto e le due associazioni comprarono 250 ettari di terra a Highiand, 50 km a nord di Chicago, che offrirono al governo degli Stati Uniti nell’ottobre 1887 perché vi costruisse un forte. Dopo la morte del generale Sheridan, amico intimo di Field e Pullman, in suo onore, il nome fu cambiato in Fort Sheridan, col motto “Essenziale alla libertà dal 1887″. Il forte fu poi connesso alla città da una strada militare, Sheridan Avenue, per permettere alle truppe d’intervenire con la massima celerità in caso di disordini e manifestazioni. Da allora, la quiete dei possidenti fu assicurata. Anzi, molti borghesi trasferirono le loro case lungo la Sheridan Avenue, sulla riva nord del Lago Michigan, quasi si sentissero più sicuri. Ma fu ancora una volta un tedesco a scompigliare questa favola con la sua morale: monumento per i poliziotti, obbrobrio per gli anarchici. Nato in Germania nel 1847, John Peter Altgeld fu portato da piccolo negli Usa. Qui studiò legge e diventò avvocato. Nel 1875 venne a Chicago per esercitare la professione. Con i risparmi si dette al mercato immobiliare fino ad accumulare una fortuna. Cominciò a farsi un nome con il pamphlet “La nostra macchina penale e le sue vittime” (1884), in cui mostrava come la prigione non solo non redimeva i criminali, ma li peggiorava: “La maggior parte degli arrestati [...] sono i poveri, gli sfortunati, i giovani, i trascurati” e le vittime dei rigori della legge sono reclutate “tra coloro che stanno combattendo una battaglia ineguale nella lotta per l’esistenza”. Nel 1892 si candidò a governatore dell’Illinois. Vinse e divenne (primo nato all’estero a ottenere questa carica) governatore dello stato in anni cruciali per Chicago: nel 1893 vi fu l’Esposizione universale e nel 1894 vi divampò uno dei più duri scontri sociali della storia degli Stati Uniti. Il 26 giugno 1893 il governatore Altgeld firmò l’atto del perdono per Samuel Fielden, Michael Schwab e Oscar Neebe e gli impiccati. Affermò che il processo era stato ingiusto, che i giurati erano prevenuti e scelti tra chi era già convinto della colpevolezza. Nel suo testo Altgeld scrisse che il giudice Joseph Gary aveva condotto il processo con “maliziosa ferocia”. Non fu tanto il perdono, quanto la motivazione (che riabilitava il ricordo dei “martiri”) a imbestialire l’opinione pubblica di allora. Sobriamente, il “New York Times” lo definì “demente”; altri lo chiamarono “il Nerone dell’ultimo decennio del secolo”. Il “Toledo Blade” disse che il governatore Altgeld “aveva incoraggiato l’anarchia, la rapina e la distruzione della civiltà”. Il “Chicago Tribune” rincarò: “II governatore Altgeld non ha nemmeno una goccia di puro sangue americano nelle sue vene”; gli abitanti della cittadina di Naperville sfilarono in corteo bruciando il suo ritratto. Si parlò perfino di impeachement. Se anche Altgeld non avesse di nuovo preso una posizione scomoda nel 1894 durante lo sciopero Pullman, si capisce perché l’establishment di Chicago ce l’avesse con lui e facesse di tutto per impedirne la rielezione. Altgeld morì a 55 anni di apoplessia cerebrale nel 1902. Una folla di 150,000 persone partecipò al suo funerale. La stessa stampa che lo aveva linciato rimpianse la grande perdita del lungimirante statista. (Marco D’Eramo, “Il maiale e il grattacielo”)

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Il peggior sbaglio nella storia della razza umana

Anche se ormai risalente a più di vent’anni fa, l’articolo “The worst mistake in the history of the human race”, pubblicato nel maggio 1987 su Discover, rimane molto interessante, e col senno di poi propedeutico alle opere principali dell’autore Jared Diamond, ovvero “Armi, acciaio e malattie” e “Collasso”. Dato che in Rete, a quanto pare, non si trova tradotto in italiano, ho pensato che fosse buona cosa azzardare un tentativo e renderlo disponibile qui.

Dobbiamo alla scienza alcuni cambiamenti radicali nel modo compiaciuto in cui ci vediamo. L’astronomia ci ha insegnato che la nostra Terra non è il centro dell’universo ma solo uno dei miliardi di corpi celesti. Dalla biologia abbiamo imparato che non siamo stati espressamente creati da Dio ma ci siamo evoluti insieme a milioni di specie. Ora l’archeologia sta demolendo un’altra credenza incrollabile: che la storia umana dell’ultimo milione di anni sia stata una lunga storia di progresso. In particolare, alcune scoperte recenti suggeriscono che l’adozione dell’agricoltura, ritenuta il nostro passo più decisivo verso una vita migliore, fu in molti sensi una catastrofe da cui non ci siamo mai più risollevati. Con l’agricoltura giunsero le gravi disuguaglianze sociali e sessuali, le malattie e il dispotismo, che dannano la nostra esistenza.

Sulle prime, le prove contro quest’interpretazione revisionista sembreranno irrefutabili agli americani del ventesimo secolo. Stiamo molto meglio, in quasi ogni aspetto, degli uomini del Medioevo, che a loro volta stavano meglio dei trogloditi, che a loro volta stavano meglio delle scimmie. Basta contare i vantaggi di cui disponiamo. Godiamo dei cibi più vari e abbondanti, dei migliori strumenti e beni materiali, di vite tra le più lunghe e sane della Storia. La maggior parte di noi sono al sicuro dalla carestia e dai predatori. Otteniamo energia dal petrolio e dalle macchine, non dal nostro sudore. Chi è il neo-luddista tra  noi che cambierebbe la propria vita per quella di un contadino medievale, di un uomo delle caverne, o di una scimmia?

Per la maggior parte della nostra Storia il sostentamento ci è giunto dalla caccia e dalla raccolta: cacciavamo animali selvaggi e andavamo in cerca di piante selvatiche. È una vita che i filosofi tradizionalmente hanno considerato brutta, bestiale e breve. Non coltivando cibo e immagazzinandone poco, non c’è (in questa visione) alcuna pausa dalla lotta che ricomincia ogni giorno per cercare cibo selvatico e evitare la fame. La nostra fuga da questa sofferenza fu favorita solo 10.000 anni fa, quando in diverse parti del mondo la gente cominciò ad addomesticare piante e animali. La rivoluzione agricola si diffuse tanto che oggi è universale e sopravvivono solo poche tribù di cacciatori-raccoglitori.

Dalla prospettiva progressivista in cui sono stato cresciuto, chiedere “perché quasi tutti i nostri antenati, cacciatori-raccoglitori, hanno adottato l’agricoltura?” è stupido. Ovviamente l’hanno adottata perché l’agricoltura è un modo efficiente di ottenere più cibo con meno lavoro. Le colture producono molte più tonnellate per ettaro delle radici e delle bacche. Immaginate solo una banda di selvaggi, esausti dalla ricerca di noci o dalla caccia di animali, che improvvisamente si sfamano per la prima volta da un ricco frutteto o da un pascolo pieno di pecore. Quanti millisecondi pensate che ci metterebbero per apprezzare i vantaggi dell’agricoltura?

La fazione progressivista talvolta si spinge tanto avanti da attribuire all’agricoltura il merito della notevole fioritura dell’arte che ha avuto luogo negli ultimi millenni. Dato che i raccolti possono essere immagazzinati, e dato che ci vuole meno tempo a cogliere cibo da un orto che a trovarlo allo stato brado, l’agricoltura ci ha dato il tempo libero che i cacciatori-raccoglitori non ebbero mai. Quindi è stata l’agricoltura che ci ha permesso di costruire il Partenone e di comporre la Messa in Si minore.

Anche se gli argomenti per la visione progressivista sembrano schiaccianti, sono difficili da provare. Come mostrare che le vite delle persone 10.000 anni fa migliorarono quando abbandonarono la caccia e la raccolta per l’agricoltura? Fino a poco tempo fa, gli archeologi dovevano affidarsi a prove indirette, i cui risultati (sorprendentemente) non riuscivano a sostenere la visione progressivista. Ecco un esempio di prova indiretta: davvero i cacciatori-raccoglitori del ventesimo secolo stanno peggio degli agricoltori? Sparsi qua e là per il mondo, diverse dozzine di gruppi di uomini cosiddetti primitivi, come i boscimani del Kalahari, continuano a sostentarsi in quel modo. Si scopre che queste persone hanno un sacco di tempo libero, dormono un bel po’, e lavorano meno duramente dei loro vicini agricoli. Per esempio, il tempo medio destinato ogni settimana ad ottenere cibo è solo da 12 a 19 ore per un gruppo di Boscimani, 14 ore o meno per i nomadi Hadza della Tanzania. Un Boscimano, quando gli fu chiesto perché non aveva imitato le tribù vicine nell’adozione dell’agricoltura, rispose: “Perché dovremmo, quando ci sono così tante noci di mongongo nel mondo?”

Mentre i contadini si concentrano su colture ad alto tasso di carboidrati come riso e patate, il mix di piante e animali selvatici nelle diete dei cacciatori-raccoglitori superstiti fornisce più proteine e un miglior bilancio degli altri nutrienti. In uno studio, la razione di cibo media giornaliera di un Boscimano (in un mese in cui il cibo era abbondante) era di 2140 calorie e 93 grammi di proteine, considerevolmente di più della dose giornaliera raccomandata per gente della loro stazza. È quasi inconcepibile che i Boscimani, che mangiano circa 75 piante selvatiche, possano morire di fame nel modo in cui centinaia di migliaia di contadini irlandesi, e le loro famiglie, morirono durante la carestia della patate del 1845-1852.

Quindi almeno le vite dei cacciatori-raccoglitori superstiti non sono brutte e bestiali, anche se i contadini li hanno confinati in alcune delle peggiori zone del mondo. Ma le moderne società di cacciatori-raccoglitori, che hanno convissuto spalla a spalla con le società agricole per migliaia di anni, non ci dicono tutto sulle condizioni prima della rivoluzione agricola. La visione progressivista in realtà formula delle tesi sul passato remoto: che la vita delle popolazioni primitive migliorò nel passare da raccolta a agricoltura. Gli archeologi possono datare questo cambiamento esaminando le discariche preistoriche e individuando il passaggio tra i resti di piante e animali selvatici e quelli di piante e animali addomesticati.

Come si può dedurre lo stato di salute dei produttori preistorici di rifiuti, e quindi testare direttamente la visione progressivista? A questa domanda è diventato possibile rispondere solo in anni recenti, in parte attraverso le nuove tecniche emergenti della paleopatologia, o studio dei segni delle malattie nei resti di persone antiche.

In alcune situazioni fortunate, il paleopatologo ha quasi lo stesso materiale da studiare di un patologo odierno. Per esempio, gli archeologi nel deserto del Cile hanno trovato mummie ben conservate le cui condizioni mediche al momento della morte si sono potute determinare tramite autopsia. E le feci di Indiani morti da tempo, che vivevano nelle asciutte caverne del Nevada, sono rimaste abbastanza in buone condizione per essere esaminate alla ricerca di anchilostomi e altri vermi parassiti.

Di solito gli unici resti umani disponibili per lo studio sono gli scheletri, ma permettono un numero sorprendente di deduzioni. Per cominciare, uno scheletro rivela il sesso del suo proprietario, il peso, e l’età approssimata. Nei pochi casi in cui ci sono molti scheletri, si possono costruire tabelle di mortalità come quelle che le compagnie assicurative usano per calcolare la durata attesa di vita e il rischio di morte ad ogni data età. I paleopatologi possono anche calcolare i tassi di crescita misurando le ossa di persone di età differente, esaminare i denti alla ricerca di difetti dello smalto (segni di malnutrizione infantile), e riconoscere le cicatrici sulle ossa lasciate da anemia, tubercolosi, lebbra, e molte altre malattie.

Un esempio chiaro di ciò che i paleopatologi hanno imparato dagli scheletri riguarda i cambiamenti storici nell’altezza. Gli scheletri dalla Grecia e dalla Turchia mostrano che l’altezza media dei cacciatori-raccoglitori verso la fine delle ere glaciali era un abbondante metro e 75 cm per gli uomini, un metro e 65 cm per le donne. Con l’adozione dell’agricoltura, l’altezza crollò, e verso il 3000 a.C. aveva raggiunto una quota di soli 160 cm per gli uomini e 152 cm per le donne. Nel periodo classico le altezze crebbero di nuovo molto lentamente, ma i moderni greci e turchi non hanno ancora riacquistato l’altezza media del loro lontani predecessori.

Un altro esempio della paleopatologia all’opera è lo studio degli scheletri indiani dai tumuli funerari nelle valli dei fiumi Illinois e Ohio. A Dickson Mounds, situata presso la confluenza dei fiumi Spoon e Illinois, gli archeologi hanno esumato circa 800 scheletri che dipingono un’immagine dei cambiamenti dello stato di salute che occorsero quando una cultura di cacciatori-raccoglitori diede il via alla coltivazione estensiva di mais intorno al 1150 d.C. Studi condotti da George Armelagos e degli allora suoi colleghi all’università del Massachusetts mostrano che questi primi contadini pagarono un prezzo per il loro nuovo sostentamento. In confronto ai cacciatori raccoglitori che li precedettero, i contadini ebbero un aumento di quasi il 50% in difetti dello smalto dentario, indicatori di malnutrizione, un incremento di quattro volte dell’anemia da carenza di ferro (testimoniata da una condizione delle ossa detta iperostosi porosa), di tre volte nelle lesioni ossee dovute alle malattie infettive in generale, e un aumento delle condizione degenerative della colonna vertebrale, probabilmente segno di una gran quantità di duro lavoro fisico. “L’aspettativa di vita alla nascita nella comunità preagricola era di circa 26 anni,” dice Armelagos, “ma nella comunità agricola era di 19 anni. Perciò questi episodi di stress nutrizionale e di malattie infettive stavano seriamente colpendo la loro capacità di sopravvivere.”

Le prove suggeriscono che gli indiani a Dickson Mounds, come molti altri popoli primitivi, intrapresero l’agricoltura non per scelta ma per necessità, in modo da nutrire il loro numero in costante crescita. “Non penso che la maggior parte dei cacciatori-raccoglitori si fosse messa a coltivare se non avessero dovuto farlo, e quando passarono all’agricoltura barattarono la qualità per la quantità,” dice Mark Cohen dell’Università Statale di New York a Plattsburgh, curatore con Armelagos di uno dei libri seminali sul tema, Paleopatologia alle origini dell’agricoltura. “Quando cominciai per la prima volta a portare avanti questo argomento dieci anni fa, non molte persone concordavano con me. Ora è diventata una rispettabile, benché controversa, parte del dibattito”.

Ci sono almeno tre insiemi di ragioni per spiegare la scoperta che l’agricoltura era negativa per la salute. Primo, i cacciatori-raccoglitori godevano di una dieta varia, mentre i primi contadini ottenevano la maggior parte del cibo da una sola o poche colture ricche di amido. I contadini ottenevano calorie economiche al costo di una nutrizione povera (oggi tre sole piante ad alto contenuto di carboidrati – grano, riso e mais – forniscono il grosso delle calorie consumate dalla specie umana, eppure ciascuna di queste è carente in certe vitamine o aminoacidi essenziali per la vita). In secondo luogo, a causa della dipendenza da un numero limitato di colture, i contadini correvano il rischio della carestia se una di queste veniva meno. Infine, il semplice fatto che l’agricoltura incoraggiava le persone ad aggregarsi insieme in società affollate, molte delle quali ingaggiavano commerci con altre società affollate, portò alla diffusione di parassiti e malattie infettive (alcuni archeologi pensano che fu l’affollamento, più che l’agricoltura, a favorire le malattie, ma questo è problema dell’uovo e della gallina, perché l’affollamento incoraggia l’agricoltura e viceversa). Le epidemie non potevano prendere piede quando le popolazioni erano sparse in piccole bande che si spostavano costantemente. La tubercolosi e la diarrea dovettero attendere il sorgere dell’agricoltura; il morbillo e la peste bubbonica, l’apparizione di grandi città.

Accanto alla malnutrizione, carestia, e malattie epidemiche, la coltivazione contribuì a portare un’altra maledizione sull’umanità: profonde divisioni di classe. I cacciatori-raccoglitori hanno poco o nessun cibo immagazzinato, e nessuna fonte concentrata di cibo, come un frutteto o una mandria di mucche: essi vivono sulla base delle piante e animali selvatici che ottengono ogni giorno. Per cui, non possono esserci re, né classi di parassiti sociali che ingrassano sul cibo sequestrato ad altri. Solo in una popolazione agricola un’élite in buona salute e non produttiva poteva imporsi sulle masse perseguitate dalle malattie. Gli scheletri dalle tombe greche a Micene, risalenti a circa il 1500 a.C., suggeriscono che i reali godevano di una dieta migliore dei cittadini comuni, dato che gli scheletri reali erano da 5 a 7,5 cm più alti e avevano denti migliori (in media, una carie o un dente mancante invece di sei). Tra le mummie cilene del 1000 d.C. circa, l’élite si distingueva non solo dagli ornamenti e dai fermagli d’oro per capelli, ma anche per un tasso quattro volte inferiore di lesioni ossee dovute a malattie.

Contrasti simili nella nutrizione e nella salute persistono tuttora su scala globale. Per la gente in Paesi ricchi come gli USA, suona ridicolo celebrare le virtù della caccia o della raccolta. Ma gli americani sono un’élite, dipendente dal petrolio e dai minerali che devono spesso essere importati da Paesi con salute e nutrizione peggiori. Se uno potesse scegliere tra essere un contadino in Etiopia o un boscimano raccoglitori nel Kalahari, quale sarebbe la scelta migliore, secondo voi?

L’agricoltura potrebbe aver incoraggiato anche l’ineguaglianza tra i sessi. Liberate dalla necessità di trasportare i propri bambini durante la vita nomadica, e sotto pressione per produrre più mani per arare i campi, le donne contadine tendevano ad avere gravidanze più frequenti delle loro controparti tra i cacciatori-raccoglitori – con le conseguenti perdite in salute. Presso le mummie cilene, per esempio, più donne che uomini avevano lesioni ossee da malattie infettive.

Le donne nelle società agricole erano spesso trattate come animali da soma. Nelle comunità agricole odierne della Nuova Guinea vedo spesso le donne vacillare sotto carichi di verdura e legna da ardere, mentre gli uomini camminano a mani vuote. Una volta, durante un’escursione laggiù per studiare degli uccelli, offrii di pagare alcuni abitanti di un villaggio per portare provviste da una pista di atterraggio al mio campo base di montagna. L’oggetto più pesante era un sacco di riso da 50 chili, che legai ad un palo e assegnai ad un gruppo di quattro uomini perché lo portassero a spalla insieme. Quando infine raggiunsi i paesani, gli uomini stavano portando carichi leggeri, mentre una sola, piccola donna, neanche del peso del sacco di riso, era curva sotto di esso, sostenendo il suo peso con una corda intorno alle tempie.

Quanto all’asserzione che l’agricoltura incoraggiò la fioritura dell’arte fornendoci tempo libero,  i moderni cacciatori-raccoglitori ne hanno almeno altrettanto dei contadini. Tutto il risalto dato al tempo libero come fattore critico mi pare fuori luogo. I gorilla hanno avuto un ampio tempo libero per costruire il proprio Partenone, se avessero voluto. Mentre gli avanzamenti tecnologici post-agricoli hanno reso possibili nuove forme di arte e più facile la conservazione dell’arte, grandi dipinti e sculture venivano prodotti dai cacciatori-raccoglitori 15.000 anni fa, e venivano ancora prodotte fino al secolo scorso da cacciatori-raccoglitori come alcuni eschimesi o indiani della costa Pacifica nordoccidentale.

Così con l’avvento dell’agricoltura un’élite migliorò la propria condizione, mentre la maggior parte della gente la peggiorò. Invece di bere la versione della fazione progressivista per cui scegliemmo l’agricoltura in quanto per noi positiva, ci dobbiamo chiedere come ci siamo rimasti intrappolati nonostante le sue falle.

Una risposta risiede nell’adagio: “la Storia è scritta dai vincitori”. L’agricoltura poteva sostenere molte più persone che la caccia, anche se con una peggiore qualità della vita. Le densità di popolazione dei cacciatori-raccoglitori raramente superano 1 persona ogni 40 km2, mentre gli agricoltori di media sono 100 volte tanto. In parte, ciò avviene perché un campo coltivato interamente a scopo alimentare permette di sfamare molte più bocche che una foresta con piante commestibili sparse qua e là. In parte, anche, è perché i cacciatori-raccoglitori nomadi devono mantenere le nascite spaziate da intervalli di quattro anni tra loro mediante infanticidio o altri mezzi, dato che una madre deve trasportare suo figlio finché non è abbastanza grande da tenere il passo degli adulti. Dato che le donne contadine non hanno questo fardello, esse possono partorire e spesso partoriscono un figlio ogni due anni.

Quando le densità di popolazione dei cacciatori-raccoglitori crebbero lentamente alla fine delle ere glaciali, le bande dovettero scegliere tra sfamare più bocche intraprendendo i primi passi verso l’agricoltura, oppure trovare un modo per limitare la crescita. Alcune bande scelsero la prima soluzione, non potendo individuare in anticipo i lati negativi dell’agricoltura, e sedotti dalla temporanea abbondanza di cui godettero prima che l’aumento della popolazione raggiungesse l’accresciuta produzione di cibo. Queste bande superarono in numero e quindi scacciarono o uccisero le bande che scelsero di rimanere cacciatori-raccoglitori, perché un centinaio di contadini malnutriti possono comunque avere la meglio su un cacciatore in buona salute. Non è che i cacciatori-raccoglitori abbandonarono il loro stile di vita, ma quelli abbastanza assennati da non abbandonarlo furono scacciati via da tutte le zone, eccetto quelle che non interessavano i contadini.

A questo punto è istruttivo richiamare la continua lamentela che l’archeologia è un lusso, interessata al passato remoto, che non offre lezioni per il presente. Gli archeologi che studiano il sorgere dell’agricoltura hanno ricostruito un passo cruciale in cui abbiamo fatto il peggior sbaglio nella storia umana. Obbligati a scegliere tra limitare la popolazione o cercare di aumentare la produzione di cibo,  scegliemmo la seconda via e finimmo con carestia, guerra e tirannia. I cacciatori-raccoglitori hanno praticato il più efficace e duraturo stile di vita nella storia umana. Di contro, noi stiamo ancora lottando con il disordine in cui ci gettato l’agricoltura, e non è chiaro se possiamo risolverlo.

Supponiamo che un archeologo venuto in visita dallo spazio tenti di spiegare la storia umana ai suoi simili. Potrebbe illustrare il risultato dei suoi scavi con un orologio da 24 ore in cui un’ora rappresenta 100.000 anni di tempo realmente passato. Se la storia della razza umana è cominciata a mezzanotte, allora noi ci troveremmo adesso quasi alla fine del nostro primo giorno. Abbiamo vissuto come cacciatori-raccoglitori per quasi tutto quel giorno, da mezzanotte attraverso l’alba, mezzodì, e il tramonto. Infine, alle 23:54, abbiamo adottato l’agricoltura. Mentre la nostra seconda mezzanotte si avvicina, la condizione dei contadini colpiti dalla fame si diffonderà fino ad avvolgerci tutti? O riusciremo in quale modo a conseguire le seducenti benedizioni che ci figuriamo dietro la facciata scintillante dell’agricoltura, e che finora ci sono sfuggite?

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Rousseau e il terremoto

Restando al tema del disastro di Lisbona, converrete che, per esempio, la natura non aveva affatto riunito in quel luogo ventimila case di sei o sette piani, e che se gli abitanti di quella grande città fossero stati distribuiti più equamente sul territorio e alloggiati in edifici di minor imponenza, il disastro sarebbe stato meno violento o, forse, non ci sarebbe stato affatto. Ciascuno sarebbe scappato alle prime scosse e si sarebbe ritrovato l’indomani a venti leghe di distanza, felice come se nulla fosse accaduto. Ma bisogna restare, ostinarsi intorno alle misere stamberghe, esporsi al rischio di nuove scosse, perché quello che si lascia vale più di quello che si può portar via con sé. Quanti infelici sono morti in questo disastro per voler prendere chi i propri abiti, chi i documenti, chi i soldi? Forse non sapete, allora, che l’identità personale di ciascun uomo non è diventata che la minima parte di se stesso e che non vale la pena di salvarla quando si sia perduto tutto il resto?

Avreste voluto — e chi non l’avrebbe voluto! — che il terremoto si fosse verificato in una zona desertica, piuttosto che a Lisbona. Si può dubitare che non accadano sismi anche nei deserti? Soltanto che non se ne parla perché non provocano alcun danno ai Signori delle città, gli unici uomini di cui si tenga conto. Del resto, ne provocano poco anche agli animali e agli indigeni che abitano, sparsi, questi luoghi remoti e che non temono né la caduta dei tetti, né l’incendio delle case. Ma che significa un simile privilegio? Vorrebbe forse dire che l’ordine del mondo deve assecondare i nostri capricci, che la natura deve essere sottomessa alle nostre leggi e che per impedirle di provocare un terremoto in un certo luogo basta costruirvi sopra una città?

(Jean Jacques Rousseau, Lettera a Voltaire sul terremoto di Lisbona, 1756)

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Ricominciamo dalle basi.

Alle volte mi balena in mente una cosa: spesso do per scontate certe verità che reputo ormai assodate. Invece non per tutti sono tali: per questo, spesso è meglio ribadire anche ciò che pare ovvio.

Comprare un’auto, qualsiasi auto, resta un atto profondamente negativo per l’ambiente. Le auto sono sistemi meccanici complessi, e richiedono un sacco di energia per la fabbricazione e la distribuzione. Prima di lasciare il concessionario, un’auto in media ha già prodotto 600kg di CO2. Data quest’emissione iniziale nell’atmosfera, ci vorrebbero 24000 km percorsi prima che l’acquisto di una nuova Prius abbia più senso che scegliere una Ford Focus usata.
(Tom Whipple, Green cars: will someone hit the accelerator, dal Times Online – via Petrolio)

Si può fare anche meglio: sfruttare la fortuna di avere un sistema urbano ben migliore di quello USA, e fare a meno del tutto dei sarcofagi ambulanti. Ma già la piccola presa di coscienza suggerit da Whipple, in uno scenario dove si cerca di procrastinare il disastro aiutando FIAT, GM a continuare a far danni, è già qualcosa.

Be the first to like.

Le bugie, le bugie fottute, e le statistiche

Nuovo capitolo di informazione manipolata per quanto riguarda il “problema sicurezza”.

È di ieri l’allarme di Libero (non lo linko per boicottaggio):

L’allarme di Bucarest: in Italia il 40% dei nostri criminali
In Italia si è trasferito il 40% dei criminali rumeni sui quali pende un mandato di arresto internazionale: non è una dichiarazione del ministro degli Interni Maroni o di qualche leghista, ma quella del ministro della Giustizia romeno, Catalin Predoiu. [...]  Se il 40% dei criminali ha trovato rifugio nel nostro Paese, per Predoiu è anche colpa delle lunghe procedure di estradizione: da qui l’invito ai magistrati italiani ad accelerare le procedure.

Mentre Repubblica.it si esprime come segue:

Romania, 40% dei ricercati è in Italia – Frattini: tolleranza zero, più collaborazione
Mentre i due ministri si incontravano a Bruxelles e poi a Roma, il governo romeno forniva le cifre: in Italia si trovano attualmente circa 2.700 cittadini romeni che sono in carcere in attesa di giudizio o condannati in via definitiva, e sempre sul territorio italiano si trova anche il 40% dei romeni ricercati con mandato internazionale. Lo ha dichiarato il ministro della Giustizia romeno, Catalin Preodiu, nel corso di una conferenza stampa a Bucarest, in cui ha sottolineato che le procedure per l’estradizione dei romeni ricercati “stanno incontrando difficoltà”. Il ministro ha quindi fatto appello ai “magistrati italiani a fare il possibile affinché le procedure vengano accelerate”.

Il dato colpisce talmente da porre qualche dubbio. Analizziamo quello che si ricava dalle informazioni trovate nei due articoli.

Punto primo: non si parla di ricercati in generale, si parla di ricercati con mandato internazionale, che sono una cosa diversa e rappresentano una parte del totale dei ricercati, ovvero quelli per cui è stato spiccato un apposito provvedimento e per cui si presume che possano aver cercato rifugio all’estero. Quindi non si parla del 40% di ricercati romeni, ma di una percentuale forse anche di molto inferiore. Su questo Libero depista a bella posta, mentre Repubblica adotta un titolo ambiguo.

Secondo punto: il fatto è che quando una persona legge ricercato subito pensa al latitante, ovvero una persona che è ricercata ma non si sa dov’è. Ma se non si sa dov’è, come si sa se si trova in Italia o altrove? E come è possibile fare una statistica in merito?

La mia interpretazione della parole del ministro romeno sono di segno decisamente diverso da quello che lasciano intendere Libero o Repubblica, ma anche la Gruber che ha riportato la notizia ieri a 8 e mezzo.

Non si tratta di ricercati latitanti, si tratta di ricercati arrestati dalle forze di polizia italiane e attualmente detenuti in carcere in attesa di essere estradati.

Per questo si può essere tanto precisi sulla loro distribuzione: le autorità romene hanno contato il numero di loro ricercati con mandato internazionale catturati all’estero, e hanno notato che il 40% di essi si trova in Italia. Un’interpretazione di questo tipo spiega perfettamente come si arrivi alla percentuale sbandierata, e spiega perché questo dato venga presentato insieme a dati sul numero di cittadini romeni detenuti nelle carceri italiane, sia condannati in via definitiva, sia in attesa di giudizio.
Nessuna delle frasi riportate parla di criminali a piede libero, ma vengono citati numeri e percentuali di persone in galera. Come del resto è normale: il ministro che ha tenuto la conferenza stampa è il ministro della giustizia, che quindi si occupa di processi e pene da scontare, non di arresto dei persone ricercate, che è competenza della polizia e quindi probabilmente del Ministero degli Interni, come accade in Italia. In questo contesto, l’affermazione sul 40% di ricercati sarebbe l’unica riguardante, in maniera peraltro non dimostrabile, di persone non detenute, ma anzi irreperibili.
Da notare che un ricercato con mandato internazionale arrestato in Italia potrebbe non aver fatto nulla, in Italia: probabilmente è ricercato per qualcosa fatto nel suo Paese, e non è detto che sia

  1. un reato che ha commesso, perché magari ancora il processo non è stato celebrato e la persona in questione non è stata condannata
  2. un reato che possa provocare allarme in Italia, perché potrebbe trattarsi di un tipico reato “non reiterabile” (es: delitto passionale o familiare, o simili).

Beninteso, non dico che sia un bene che sia qui, ma la sua stessa presenza non è necessariamente fonte di insicurezza in Italia, come ad esempio non lo era in Francia la presenza (a piede libero!) di Cesare Battisti o di altri ex-terroristi italiani. Difatti i francesi non hanno mai organizzato ronde anti-italiani perché un’elevata percentuale di ricercati italiani si trovava a piede libero su suolo francese.

Potrebbe però nascere l’obiezione: 40% però è una percentuale altissima, anche se si tratta di ricercati internazionali e non ricercati tout court, anche se si tratta di persone in galera e quindi ormai innocue, anche se si tratta solo di presunti criminali, non potrebbe significare che un’altissima percentuale di criminali romeni sceglie l’Italia piuttosto che altre destinazioni? È la tesi poco nascosta di Libero.

Altra probabile mistificazione: al di là della non rappresentatività della popolazione statistica (con quel dato si potrebbe sostenere anche che in Italia questi ricercati vengono arrestati in percentuale maggiore che altrove), sono le parole seguenti del ministro che fanno capire dove sta il busillis. Infatti la soluzione che propone è  che la giustizia italiana sia più rapida nell’estradizione.
Da questo si può dedurre una spiegazione logica ad una percentuale così alta: perché in Italia i processi e i procedimenti giudiziari, compresi quelli per l’estradizione (che non è automatica, ma passa da un tribunale1), sono talmente lenti che:

  • all’estero, un ricercato rumeno arriva, lo arrestano, e lo rimpatriano entro breve tempo;
  • in Italia, un ricercato rumeno arriva, lo arrestano, il rimpatrio però è lentissimo, e nel frattempo arrestano altri suoi simili, ecc. e si accumulano.

Ecco che l’informazione che si può dedurre dagli articoli, schivando aperte falsificazioni o ambiguità da giornalista pigro, che copia il lancio di agenzia senza verificare o ragionare su quello che gli capita tra le mani, è che (come sapevamo già) la nostra giustizia è lenta e inefficiente, tanto da bloccare anche il corso di quella romena, ed ecco il motivo della lamentela del ministro.

L’ennesima conferma che l’approccio emergenziale al “problema sicurezza” è del tutto inutile, perché non incide sui problemi reali, e che viene giustificato ad arte con una campagna di mistificazioni dirette a causare il panico tra i cittadini.

  1. Per la precisione, l’estradizione è competenza del Ministro di Giustizia, che può rifiutarla autonomamente: ma se vuole concederla, deve chiedere un parere alla Corte d’Appello competente, la quale emette una sentenza, ovviamente impugnabile in Cassazione. Tali pronunciamenti non sono però vincolanti, e il Ministro può negare l’estradizione anche in presenza di pronunciamento favorevole. Gli articoli del codice di procedura penale che riguardano l’iter sono 697 e seguenti. (grazie a Francesca Detti per la consulenza)
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Lo zenit dell’idiozia: Giovanardi

“Ma l’intervento di Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, alla commemorazione delle foibe a Roma in Campidoglio potrebbe aprire una nuova polemica con la Croazia. Giovanardi ha chiesto infatti che «sul timbro postale della città di Fiume deve comparire, oltre al nome croato Rijeka, anche quello in italiano. Non voglio eliminare il nome croato, ma pretendo e chiedo che nel timbro postale di quella città non ci sia solo il nome croato ma anche quello italiano. Oggi i confini sono superati: nel concetto di Europa unita, Zara è una città nostra»” (Corriere.it)

Chi si prende la briga di spiegare a ‘sto genio che la Croazia NON è nell’Unione Europea?

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