C’mon, Mr. Shermer.

Michael Shermer, giornalista e scrittore noto per aver fondato la Skeptic Society, cade abbastanza nel ridicolo in un suo editoriale di due settimane fa: Life has never been so good for our species – Los Angeles Times.

It is fashionable among environmentalists today to paint a gloomy portrait of our future. Although there are many environmental issues yet to be solved, too many species endangered, more pollution than most of us would like and far too many people still going hungry each day, let’s not forget how far we’ve come, starting 10,000 years ago.

È molto di moda tra gli ambientalisti oggi dipingere un ritratto a tinte fosche del nostro futuro. Anche se ci sono ancora molti problemi ambientali da risolvere, troppe specie in pericolo, più inquinamento di quanto la maggior parte di noi vorrebbe e ancora troppe persone che soffrono la fame ogni giorno, non dimentichiamo quanto siamo andati lontano in 10.000 anni.

Tralasciando di entrare troppo nei dettagli (non credevo esistesse una minoranza che anela ad un maggiore inquinamento), c’è da rilevare che si tratta di un notevole non sequitur, da parte di una persona che dovrebbe ben conoscere le fallacie dialettiche. Tanto che basta una riedizione di un classico: immagino che anche sull’Isola di Pasqua qualcuno, facendo notare che le palme stavano estinguendosi, venisse apostrofato: “Ma guarda qui che po’ po’ di statue siamo riusciti a costruire!”.
Se il paragone sembra capzioso, lo è perché non si è letto il resto dell’articolo: Shermer conta i beni materiali in possesso di un indigeno Ya̧nomamö della foresta brasiliana e li confronta, convertendoli in dollari, con la ricchezza media attuale. Mi chiedo quale sia il tasso di cambio dollaro/conchiglia. Ci manca solo che calcoli il PIL di un villaggio amazzonico…

Poi, però, passa a fare un elenco dei traguardi della modernità, ma con confronti a spettro ben più ridotto: temporalmente e, spiace dirlo, mentalmente:

Since 1980, the percentage of people earning $100,000 or more per year, in today’s dollars, has doubled. What we can buy with that money has also grown significantly. A McDonald’s cheeseburger cost 30 minutes of work in the 1950s, three minutes of work today, and in 2002, Americans bought 50% more healthcare coverage per person than they did in 1982.

Dal 1980, la percentuale di persone che guadagnano $100.000 o più all’anno, in dollari attuali, è raddoppiata. Anche quello che possiamo comprare con questo denaro è aumentato significativamente. Un cheeseburger McDonald’s costava 30 minuti di lavoro nel 1950, tre minuti di lavoro oggi, e nel 2002, gli americani hanno comprato il 50% in più di copertura sanitaria di quanto facevano nel 1982.

Nel suo furor di monetizzare tutto, Shermer ignora tutte le condizioni al contorno e gli effetti collaterali, anche quelli misurabili numericamente (una a caso: gli americani hanno comprato più copertura sanitaria, ma l’aspettativa di vita nello steso periodo è scesa). Ma si capisce perché:

We also have more material goods — SUVs, DVDs, PCs, TVs, designer clothes, name-brand jewelry, home appliances and gadgets of all kinds.

Abbiamo anche più beni materiali — SUV, DVD, PC, TV, abiti e gioielleria firmati, elettrodomestici e gadget di ogni tipo.

Abiti e gioielleria. Firmati. Gadget. Di ogni tipo.
Le magnifiche sorti e progressive dell’umanità puntavano all’iPhone.

Americans also now enjoy a shorter workweek, with the total hours of life spent working steadily declining for the last 15 decades. In the mid-19th century, for example, the average person invested 50% of his waking hours in the year working, compared with a mere 20% before the current recession.

Inoltre, gli americani adesso godono di una settimana lavorativa più corta, con un totale di ore impiegate nel lavoro in declino costante per gli ultimi 15 decenni. A metà del XIX secolo, la persona media impiegava il 50% delle sue ore di veglia annuali in lavoro, a fronte del 20% prima dell’attuale recessione.

Facciamo un conto a spanne: 16 ore di veglia al giorno per 365 giorni fanno 5840 ore di veglia. Il cui 20% è 1168. Immaginiamo di lavorare 20 giorni al mese per 11 mesi all’anno: fa 5 ore e 20′ per giorno lavorativo: credibile? Ad esempio, Wikipedia, citando fonti OECD, dice che il lavoratore tedesco medio lavora 1480 ore… Insomma, il vantaggio si vedeva già senza esagerare, senza giocare coi numeri per un tonitruante 20%.
Wiki ci segnala anche le ore lavorative medie di un indiano nel 2008: tra 2817 e 3443. Guarda caso, circa quante ne lavorava un americano o un inglese a metà del XIX secolo:

1840 Average worker, UK 3105-3588 hours
1850 Average worker, U.S. 3150-3650 hours
1987 Average worker, U.S. 1949 hours
1988 Manufacturing workers, UK 1855 hours

A Shermer dovrebbe suonare un campanello… Esternalizzazione? Globalizzazione?
Ma, ehi, lui parlava proprio di 15 decenni, 150 anni. Come mai?

13th century Adult male peasant, UK 1620 hours
14th century Casual laborer, UK 1440 hours
Middle Ages English worker 2309 hours
1400-1600 Farmer-miner, adult male, UK 1980 hours

Si notano due cose: la prima, è che (a quanto pare) un indiano medio lavora il doppio di quanto si lavorava in Occidente nel Medioevo. Sta meglio? È da vedere, ma in ogni caso il suo benessere se lo sta sudando, pare.
La seconda è che nel medioevo si lavorava in genere meno che nel periodo industriale (fino a qualche decennio fa, addirittura). È forse l’industria, che ha aumentato il carico di lavoro?
Inoltre, Shermer inizialmente parlava di 10.000 anni. Guarda caso, diversi antropologi, da Marshall Sahlins a Jared Diamond, hanno fatto notare che la “settimana lavorativa” dei cacciatori-raccoglitori era (è) di 15-20 ore. Fanno 1040 ore all’anno.

Ma va bene, caro Shermer, siamo d’accordo, un sacco di vantaggi, l’iPad al posto delle perline e degli specchietti, ma non ammettevi anche tu che ci fossero diversi problemi collaterali? Dicci qualcosa in merito, dai.

And despite the environmental impact of our more prosperous lifestyle, on balance things really are getting better, as documented by Matt Ridley in his forthcoming book, “The Rational Optimist.”

E nonostante l’impatto ambientale del nostro stile di vita più prospero, tutto sommato le cose stanno davvero migliorando, come documentato da Matt Ridley nel suo libro in uscita, “L’ottimista razionale”.

Ehi, davvero? Ci aspettiamo delle anticipazioni di un certo peso, a questo punto. Spara.

For instance, over the last half a century, pollution is down in most cities, even in my own Los Angeles.

Per esempio, nell’ultimo mezzo secolo, l’inquinamento è diminuito nelle maggior parte delle città, anche nella mia stessa Los Angeles.

La maggior parte delle città?!? Dove sono finite le estinzioni delle specie di cui parlava all’inizio? E la perdita di petrolio nel Golfo del Messico? E il cambiamento climatico antropogenico? E le 146 zone morte anossiche negli oceani di tutto il pianeta? E il vortice di monnezza, grande almeno quanto il Texas, in mezzo all’Oceano Pacifico?
Che ci frega, Shermer adesso riesce a pedalare a pieni polmoni a Los Angeles come non gli succedeva vent’anni fa, fanculo la foresta amazzonica.

Con argomenti del genere, che senso ha cercare di imbastire una discussione seria sul bilancio tra vantaggi e svantaggi della civilizzazione, alla ricerca di un possibile compromesso?

DonZauker.it: 8 x 1000

Mi pare doveroso metterlo pure qui.

(in origine l’abbiamo pubblicato qui)

Dan Barber e una domanda mal posta

And when you suggest these are the things that will insure the future of good food, someone somewhere stands up and says, “Hey guy, I love pink flamingos, but how are you going to feed the world? How are you going to feed the world?” Can I be honest? I don’t love that question. No, not because we already produce enough calories to more than feed the world. One billion people will go hungry today. One billion — that’s more than ever before — because of gross inequalities in distribution, not tonnage. Now, I don’t love this question because it’s determined the logic of our food system for the last 50 years. Feed grain to herbivores, pesticides to monocultures, chemicals to soil, chicken to fish, and all along agribusiness has simply asked, “If we’re feeding more people more cheaply, how terrible could that be?” That’s been the motivation. It’s been the justification. It’s been the business plan of American agriculture. We should call it what it is, a business in liquidation, a business that’s quickly eroding ecological capital that makes that very production possible.

E quando dici che queste sono le cose che assicureranno il futuro del buon cibo qualcuno da qualche parte si alza e dice, “Ehi tu, anche a me piacciono i fenicotteri rosa, ma come pensi di poter nutrire il mondo intero? Come pensi di poter nutrire il mondo?” Posso essere sincero? È una domanda che non mi piace. No, non perché produciamo già più che abbastanza calorie da poter nutrire il mondo. Un miliardo di persone oggi soffrono la fame. Un miliardo – più di quante ci siano mai state – a causa delle enormi diseguaglianze nella distribuzione, non per la quantità complessiva. Vedete, non mi piace questa domanda perché ha determinato la logica del nostro sistema alimentare negli ultimi 50 anni. Dare cereali agli erbivori pesticidi alle monoculture, sostanze chimiche ai terreni, pollo ai pesci, e in tutto questo periodo l’industria agricola ha semplicemente chiesto “Se riusciamo a nutrire più persone in modo più economico, cosa c’è di sbagliato in quello che facciamo?” Questa è stata la motivazione. È stata la giustificazione. È stato il piano di business dell’agricoltura americana. Dovremmo chiamarlo per quello che è, un’industria in liquidazione, un’industria che sta velocemente erodendo il capitale ecologico che rende possibile la medesima produzione.

(anche con sottotitoli in italiano)

Tikopia

In addition to their islandwide system of multistory orchards and fields, social adaptations sustained the Tikopian economy. Most important, the islanders’ religious ideology preached zero population growth. Under a council of chiefs who monitored the balance between the human population and natural resources, Tikopians practiced draconian population control based on celibacy, contraception, abortion, and infanticide, as well as forced (and almost certainly suicidal) emigration.
Arrival of Western missionaries upset the balance between Tikopia’s human population and its food supply. In just two decades the island’s population shot up by 40 percent after missionaries outlawed traditional population controls. When cyclones wiped out half the island’s crops in two successive years, only a massive relief effort prevented famine. Afterward, the islanders restored the policy of zero population growth, this time based on the more Western practice of sending settlers off to colonize other islands.

In aggiunta al sistema di frutteti e campi su più livelli esteso a tutta l’isola, l’economia di Tikopia era sostenuta da adattamenti sociali. Soprattutto, l’ideologia religiosa degli isolani predicava la crescita demografica zero. Sotto un consiglio di capi che controllava l’equilibrio tra la popolazione umana e le risorse naturali, i Tikopiani praticavano un controllo demografico draconiano basato sul celibato, la contraccezione, l’aborto e l’infanticidio, oltre che con l’emigrazione forzata (e quasi sicuramente suicida).
L’arrivo dei missionari occidentali turbò l’equilibrio tra la popolazione di Tikopia e i loro approvvigionamenti di cibo. In appena due decenni la popolazione dell’isola aumentò del 40%, dopo che i missionari ebbero bandito i metodi tradizionali di controllo demografico. Quando i cicloni spazzarono via metà dei raccolti dell’isola per due anni di seguito, solo un enorme sforzo dei soccorsi impedì la carestia. Successivamente, gli isolani ristabilirono la politica della crescita zero, questa volta basata sulla pratica ben più occidentale di inviare gente a colonizzare altre isole.

(David R. Montogomery, Dirt – The erosion of civilizations, 2007)

Ri(n)voluzioni

From 1970 to 1990 the total number of hungry people fell by 16 percent, a decrease typically credited to the green revolution. However, the largest drop occurred in communist China, beyond the reach of the green revolution. The number of hungry Chinese fell by more than 50 percent, from more than 400 million to under 200 million. Excluding China, the number of hungry people increased by more than 10 percent. The effectiveness of the land redistribution of the Chinese Revolution at reducing hunger shows the importance of economic and cultural factors in fighting hunger. However we view Malthusian ideas, population growth remains critical — outside of China, increased population more than compensated for the tremendous growth in agricultural production during the green revolution.

Dal 1970 al 1990 il numero totale di persone sottonutrite scese del 16%, un calo solitamente attribuito alla rivoluzione verde. Però, il crollo maggiore si ebbe nella Cina comunista, al di là della diffusione della rivoluzione verde. Il numero di cinesi sottonutriti diminuì di più del 50%, da più di 400 milioni a meno di 200 milioni. Escludendo la Cina, il numero di persone sottonutrite aumentò di più del 10%. L’efficacia della ridistribuzione della terra della Rivoluzione Cinese nel ridurre la fame mostra l’importanza dei fattori culturali ed economici. In qualunque modo siano viste le idee malthusiane, la crescita della popolazione rimane critica — al di fuori della Cina, l’aumento di popolazione ha più che compensato la straordinaria crescita della produzione agricola durante la rivoluzione verde.

(David R. Montgomery, Dirt – the erosion of civilizations, 2007)

“La confusione sarà il mio epitaffio”

A: [...] Siccome per loro la guerra è la re-li-gio-ne…

B: Ma perché non devono poter pregare?

A: Hanno costruito moschee in tutte le città d’Italia!

B: Tranne a Livorno, allora.

A: Come?

B: [Citando il quotidiano locale di qualche giorno prima] “L’imam chiede la moschea”.

A: E la sinagoga cos’è?

(Frammento di conversazione udita stamattina. Mio malgrado, e non solo per il contenuto.)

Non durerà per sempre

You see, professor, I think you were right with your lesson. Yeah, you told us that things are not going to be so easy as they used to be. Right, we saw that, too. It is what’s happening. You know, I remember when we came here from Yugoslavia. I was a child; I was 10 years old but I remember that very well. It was so different, here. We saw so much wealth: lights and cars and houses and stuff in the supermarkets. Yeah, we had never seen anything like that. In Yugoslavia there was nothing. And so, we were all very happy, but I think we made a big mistake. You know; I remember my grandfather. He was a good man; he could work metals; he could fix pots and pans and sharpen knives. So, he told me that I should learn his job; but I didn’t want to. I was very young; I wasn’t that smart but, see, professor, I think we all made the same mistake. Many of the old folks could do things. Like singing or playing instruments, buying and selling horses. But we can’t do that any more. We didn’t want to learn. We saw all this wealth, here, and we thought that there was no need of working so hard. If there was so much wealth; why couldn’t we share a little of it? We didn’t want to be rich; we just wanted a little – enough to live in peace. And we thought it would last forever. But, you are right, professor, it is not going to last forever. And now we are in trouble.

Vede, professore, penso che lei avesse ragione con la sua lezione. Sì, ci ha detto che le cose non saranno facili quanto lo erano prima. È giusto, anche noi ce ne siamo accorti. È quello che sta accadendo. Sa, mi ricordo quando arrivammo qui dalla Jugoslavia. Ero un bambino, avevo 10 anni ma me lo ricordo molto bene. Era così diverso, qui. Vedevamo tanta ricchezza: luci,macchine, case, roba nei supermercati. Non avevamo mai visto niente di simile. In Jugoslavia non c’era nulla. E così, eravamo tutti molto contenti, ma credo che abbiamo fatto un grosso errore. Mi ricordo mio padre, era un brav’uomo, sapeva lavorare i metalli, sapeva riparare pentole e tegami, e affilare coltelli. Mi diceva che avrei dovuto imparare il suo lavoro, ma non volevo. Ero molto giovane, non ero neppure molto sveglio, ma vede, professore, penso che abbiamo fatto tutti lo stesso errore. Molti dei nostri anziani sapevano fare delle cose, come cantare o suonare degli strumenti, o comprare e vendere cavalli. Ma noi non ne siamo più capaci. Non abbiamo voluto imparare. Qui abbiamo visto tutta questa ricchezza, e abbiamo pensato che non ci fosse bisogno di lavorare tanto sodo. Se c’era tanta ricchezza, perché non avremmo potuto condividerne un po’? Non volevamo essere ricchi, ci bastava solo un po’, abbastanza per una vita tranquilla. E pensavamo che sarebbe durato per sempre. Ma lei ha ragione, professore, non durerà per sempre. E ora siamo nei guai.

(Un Rom a Ugo Bardi, qualche giorno dopo una lezione sul picco del petrolio, riportato in “Gypsies at the peak”, su The Oil Drum: Europe, 2010)


Reinventare l’alienazione

The fact that the ideological distinction is artificial was first spotted by Albert Camus, who pointed out that both Western industrialism and its communist version achieve similar results through similar means – industrialization and specialization of labor. In the 1950s, in Défence de L’Homme Révolté, Camus accurately predicted that if the communist experiment were to fail, this would be misunderstood as an ideological victory by the West.
Camus also indicated a specific failure of both systems: their inability to provide creative, meaningful work. We see this failure in the very high rates of depression. We attempt to define depression as a psychological ailment, but it is a symptom of a cultural failure: the inability to make life meaningful or enjoyable. Depression in the face of depressing circumstances is a symptom of unconscious rebellion. Although the rebellious can and are medicated into submission, this does not address the underlying problem.

Che la distinzione ideologica sia artificiale fu notato per la prima volta da Albert Camus, il quale evidenziò che sia l’industrialismo occidentale che la sua versione comunista raggiungono risultati simili con mezzi simili – industrializzazione e specializzazione del lavoro. Negli anni ’50, in Défence de L’Homme Révolté, Camus predisse con accuratezza che se l’esperimento comunista fosse fallito, ciò sarebbe stato frainteso come una vittoria ideologica dell’Occidente.
Camus indicò anche un preciso fallimento di entrambi i sistemi: la loro incapacità di offrire un lavoro creativo e dotato di significato. Questo fallimento è evidente negli alti tassi di depressione. Si cerca di definire la depressione come un disturbo psicologico, ma è un sintomo di fallimento culturale: l’incapacità di rendere la vita sensata o piacevole. La depressione di fronte a circostante deprimenti è un sintomo di ribellione inconscia. Anche se i ribelli possono essere e sono curati perché si sottomettano, ciò non affronta il problema soggiacente.

(Dmitry Orlov, Reinventing Collapse – The Soviet Example and American Prospects, 2008)

Falsa libertà

The habitual passenger must adopt a new set of beliefs and expectations if he is to feel secure in the strange world where both liaisons and loneliness are products of conveyance. To “gather” for him means to be brought together by vehicles. He comes to believe that political power grows out of the capacity of a transportation system, and in its absence is the result of access to the television screen. He takes freedom of movement to be the same as one’s claim on propulsion. He believes that the level of democratic process correlates to the power of transportation and communications systems. He has lost faith in the political power of the feet and of the tongue. As a result, what he wants is not more liberty as a citizen but better service as a client. He does not insist on his freedom to move and to speak to people but on his claim to be shipped and to be informed by media. He wants a better product rather than freedom from servitude to it. It is vital that he come to see that the acceleration he demands is self-defeating, and that it must result in a further decline of equity, leisure, and autonomy.

Per sentirsi sicuro nello strano mondo dove sia le relazioni che la solitudine sono prodotti dei mezzi di trasporto, il passeggero abituale deve adottare un nuovo insieme di credenze e aspettative. “Riunirsi” per lui significa essere collegati da veicoli. Arriva a credere che il potere politico discenda dalla capacità di un sistema di trasporto, e che in sua assenza sia il risultato dell’accesso allo schermo televisivo. Assume che la libertà di movimento sia un tutt’uno con un diritto alla propulsione. Crede che il livello del processo democratico sia correlato alla potenza dei sistemi di trasporto e  di comunicazione. Ha perso la fede nel potere politico dei piedi e della lingua. Come risultato, ciò che desidera non è più libertà come cittadino ma un miglior servizio come cliente. Non esige la propria libertà di muoversi e di parlare alla gente, ma la pretesa di essere trasferito e informato dai mezzi di massa. Vuole un prodotto migliore, piuttosto che la libertà dall’asservimento al prodotto. È cruciale che arrivi a capire che l’accelerazione da lui richiesta è frustrante, e che inevitabilmente porta ad un ulteriore declino dell’equità, del tempo libero e dell’autonomia.

(Ivan Illich, “Energy and equity”, in Toward a History of Needs, 1977)

Alta Immobilità

Beyond a certain level of energy, used for the acceleration of any one person in traffic, the transportation industry immobilizes and enslaves the majority of nameless passengers, and provides only questionable marginal advantages to an Olympian elite. No new fuel, technology, or public control can keep the rising mobilization of society from producing increased harriedness, paralysis, and inequity.

Oltre un certo livello di energia, impiegato per far muovere più velocemente una qualsiasi singola persona, l’industria dei trasporti immobilizza e riduce in schiavitù la maggioranza dei passeggeri anonimi, e fornisce solo discutibili vantaggi marginali ad un’élite. Nessun nuovo carburante, tecnologia o controllo pubblico possono impedire che la crescente mobilizzazione della società produca un aumento della preoccupazione, della paralisi e dell’iniquità.

(Ivan Illich, “Tantalizing Needs”, in Toward a History of Needs, 1978)