Ken Livingstone

By Sam Blacketer (Own work) [CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], via Wikimedia Commons

By Sam Blacketer [CC-BY-SA-3.0 or GFDL], via Wikimedia Commons

Livingstone has consistently rejected being defined under any particular ideological current of socialism. Recognising this, in 2000, the former Labour Party leader Neil Kinnock asserted that Livingstone could only be defined as a “Kennist”. Livingstone’s understanding of politics arises from his studies of animal behaviour and anthropology; rejecting the idea that the human species is naturally progressing (a view advocated by socialists like the Fabian Society), Livingstone instead took the view that human society is still coming to terms with the massive socio-economic changes that it experienced upon the development of agriculture during the Neolithic. Highlighting that a hunter-gatherer mode of subsistence is more natural to the human species, he believes that modern society has to adopt many hunter-gatherer values – namely mutual co-operation and emphasis on human relationships rather than consumerism – in order to survive.

Livingstone ha costantemente rifiutato qualsiasi etichetta relativa ad una specifica corrente ideologica socialista. Nel 2000 l’ex-leader del Partito Laburista Neil Kinnock lo ha riconosciuto affermando che Livingstone può essere definito solo come “Kennista”. La visione politica di Livingstone nasce dai suoi studi sul comportamento animale e sull’antropologia; rifiutando l’idea che la specie umana progredisca naturalmente (un’idea sostenuta da socialisti come la Società Fabiana), Livingstone ha invece adottato l’idea che la società umana stia ancora scendendo a patti con gli enormi cambiamenti socioeconomici incontrati con lo sviluppo dell’agricoltura durante il Neolitico. Sottolineando che un modo di sussistenza da cacciatori-raccoglitori è più naturale per la specie umana, Livingstone sostiene che la società moderna, per sopravvivere, dovrebbe adottare molti valori dei cacciatori-raccoglitori – in modo particolare la mutua cooperazione e l’accento sulle relazioni umane piuttosto che sul consumismo.

(Wikipedia contributors, ‘Ken Livingstone’, Wikipedia, The Free Encyclopedia, 28 August 2013, 11:49 UTC [accessed 21 September 2013])

Fluttuazioni

We tend to think that the farther back we go in history, the dirtier and less hygienic people were, and so the higher the level of infectious disease. This is broadly true if we restrict ourselves to the last 1,000 years of Western civilization. However, if we consider the broader sweep of human history, the prevalence of infectious disease has fluctuated wildly. For example, only in the nineteenth century did Western civilization regain the level of hygiene that existed during the prime of the Roman Empire. Again, in very early times, before urbanization began, when humans were still few and far between, infectious disease was probably much less frequent.

Tendiamo a pensare che più indietro si va nella Storia, più le persone erano sporche, e quindi più alto fosse il tasso di malattie infettive. Ciò è vero in linea di massima se ci fermiamo agli ultimi 1000 anni di civiltà occidentale. Tuttavia, se consideriamo una più vasta estensione della Storia umana, la diffusione delle malattie infettive ha avuto ampie fluttuazioni. Per esempio, solo nel diciannovesimo secolo la civiltà occidentale ha riguadagnato il livello di igiene che esisteva all’apice dell’Impero Romano. Inoltre, in tempi molto antichi, prima dell’inizio dell’urbanizzazione, quando gli uomini erano ancora pochi e sparsi sul territorio, le malattie infettive erano probabilmente molto meno frequenti.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

Odio per l’orticoltura

Quando esponi nella principale mostra floreale del mondo, ci si attende che tu consideri il giardinaggio come uno dei più grandi piaceri della vita. I progettisti spendono anni a pianificare il loro giardino perfetto per il Chelsea Flower Show ed è tale la popolarità dell’evento che questo è uno dei rari anni in cui i 157000 biglietti non sono stati esauriti in anticipo.

Ma per un gruppo di Pigmei camerunesi che quest’anno partecipano alla mostra, il giardinaggio è un più un tormento che un piacere. Tanto che la loro esposizione è progettata per dimostrare proprio quanto odino il dover coltivare. Sono giunti in Gran Bretagna per aiutare a ricreare la loro foresta pluviale dell’Africa Occidentale per la mostra della Royal Horticultural Society. Il giardino è stato progettato per mostrare come essi siano stati obbligati a coltivare il proprio cibo dagli effetti della deforestazione e del bracconaggio.

Potendo scegliere, non avrebbero mai avuto la necessità di coltivare piante, né da mangiare né per usarle nelle medicine tradizionali, ma hanno dovuto cambiare il proprio stile di vita e convertirsi alla coltivazione semplicemente per sopravvivere. “In passato, non avevamo mai avuto bisogno di coltivare,” ha detto Margerite Akom, una della donne Pigmee che hanno aiutato a creare il giardino a Chelsea. “Ricavavamo tutto ciò che ci serviva dalla foresta. Potevamo cacciare animali da mangiare, e raccogliere piante commestibili. Potevamo anche trovare piante con cui poter ottenere medicine. Ma ora dobbiamo coltivare il cibo da soli.”

I Pigmei delle comunità Baka e Bagyeli in Camerun sono cacciatori-raccoglitori che vagano per le foreste pluviali raccogliendo ciò di cui hanno bisogno per vivere. La distruzione delle foreste da parte di taglialegna, minatori e altri interessi commerciali ha, però, ridotto drasticamente le aree abitate dai Pigmei. In più, molti sono stati fatti traslocare dalle compagnie minerarie. Allo stesso tempo, la diffusa caccia di frodo ha svuotato le foreste degli animali che i componenti delle tribù un tempo catturavano per sfamarsi.

È crollato anche il numero di pesci nei torrenti e nei fiumi che scorrono attraverso le foreste. Là dove prima potevano temporaneamente bloccare un torrente con una diga, e catturare centinaia o anche migliaia di pesci in una mattinata, i Pigmei adesso riescono a prendere una manciata di pesciolini.
I cambiamenti apportati alle foreste pluviali hanno spinto i popoli Pigmei a dedicarsi a molte più colture che nelle precedenti generazioni, invece di raccogliere ciò che serviva dagli alberi e dal suolo delle foreste. […]

Janne Noah, un’altra delle donne Pigmee, ha detto: “Le compagnie minerarie hanno fatto sloggiare molti di noi dalle nostre dimore nelle foreste. Siamo stati spostati a vivere lungo le strade e in aree così piccole che è difficile coltivare abbastanza cibo per sopravvivere. Ci erano stati promessi molti vantaggi come scuole e ospedali ma non li abbiamo avuti. Abbiamo perso la foresta. Stiamo perdendo la nostra cultura e le nostre tradizioni.”
Mathilde Zang ha aggiunto: “Siamo costretti a coltivare piante per sopravvivere, ma quello che davvero vogliamo è tornare al nostro stile di vita tradizionale.”

Chelsea exhibit ‘reveals a hatred of horticulture’ – Gardening, House & Home – The Independent.

(E questo articolo non verrà mai linkato troppo.)

C’mon, Mr. Shermer.

Michael Shermer, giornalista e scrittore noto per aver fondato la Skeptic Society, cade abbastanza nel ridicolo in un suo editoriale di due settimane fa: Life has never been so good for our species – Los Angeles Times.

It is fashionable among environmentalists today to paint a gloomy portrait of our future. Although there are many environmental issues yet to be solved, too many species endangered, more pollution than most of us would like and far too many people still going hungry each day, let’s not forget how far we’ve come, starting 10,000 years ago.

È molto di moda tra gli ambientalisti oggi dipingere un ritratto a tinte fosche del nostro futuro. Anche se ci sono ancora molti problemi ambientali da risolvere, troppe specie in pericolo, più inquinamento di quanto la maggior parte di noi vorrebbe e ancora troppe persone che soffrono la fame ogni giorno, non dimentichiamo quanto siamo andati lontano in 10.000 anni.

Tralasciando di entrare troppo nei dettagli (non credevo esistesse una minoranza che anela ad un maggiore inquinamento), c’è da rilevare che si tratta di un notevole non sequitur, da parte di una persona che dovrebbe ben conoscere le fallacie dialettiche. Tanto che basta una riedizione di un classico: immagino che anche sull’Isola di Pasqua qualcuno, facendo notare che le palme stavano estinguendosi, venisse apostrofato: “Ma guarda qui che po’ po’ di statue siamo riusciti a costruire!”.
Se il paragone sembra capzioso, lo è perché non si è letto il resto dell’articolo: Shermer conta i beni materiali in possesso di un indigeno Ya̧nomamö della foresta brasiliana e li confronta, convertendoli in dollari, con la ricchezza media attuale. Mi chiedo quale sia il tasso di cambio dollaro/conchiglia. Ci manca solo che calcoli il PIL di un villaggio amazzonico…

Poi, però, passa a fare un elenco dei traguardi della modernità, ma con confronti a spettro ben più ridotto: temporalmente e, spiace dirlo, mentalmente:

Since 1980, the percentage of people earning $100,000 or more per year, in today’s dollars, has doubled. What we can buy with that money has also grown significantly. A McDonald’s cheeseburger cost 30 minutes of work in the 1950s, three minutes of work today, and in 2002, Americans bought 50% more healthcare coverage per person than they did in 1982.

Dal 1980, la percentuale di persone che guadagnano $100.000 o più all’anno, in dollari attuali, è raddoppiata. Anche quello che possiamo comprare con questo denaro è aumentato significativamente. Un cheeseburger McDonald’s costava 30 minuti di lavoro nel 1950, tre minuti di lavoro oggi, e nel 2002, gli americani hanno comprato il 50% in più di copertura sanitaria di quanto facevano nel 1982.

Nel suo furor di monetizzare tutto, Shermer ignora tutte le condizioni al contorno e gli effetti collaterali, anche quelli misurabili numericamente (una a caso: gli americani hanno comprato più copertura sanitaria, ma l’aspettativa di vita nello steso periodo è scesa). Ma si capisce perché:

We also have more material goods — SUVs, DVDs, PCs, TVs, designer clothes, name-brand jewelry, home appliances and gadgets of all kinds.

Abbiamo anche più beni materiali — SUV, DVD, PC, TV, abiti e gioielleria firmati, elettrodomestici e gadget di ogni tipo.

Abiti e gioielleria. Firmati. Gadget. Di ogni tipo.
Le magnifiche sorti e progressive dell’umanità puntavano all’iPhone.

Americans also now enjoy a shorter workweek, with the total hours of life spent working steadily declining for the last 15 decades. In the mid-19th century, for example, the average person invested 50% of his waking hours in the year working, compared with a mere 20% before the current recession.

Inoltre, gli americani adesso godono di una settimana lavorativa più corta, con un totale di ore impiegate nel lavoro in declino costante per gli ultimi 15 decenni. A metà del XIX secolo, la persona media impiegava il 50% delle sue ore di veglia annuali in lavoro, a fronte del 20% prima dell’attuale recessione.

Facciamo un conto a spanne: 16 ore di veglia al giorno per 365 giorni fanno 5840 ore di veglia. Il cui 20% è 1168. Immaginiamo di lavorare 20 giorni al mese per 11 mesi all’anno: fa 5 ore e 20′ per giorno lavorativo: credibile? Ad esempio, Wikipedia, citando fonti OECD, dice che il lavoratore tedesco medio lavora 1480 ore… Insomma, il vantaggio si vedeva già senza esagerare, senza giocare coi numeri per un tonitruante 20%.
Wiki ci segnala anche le ore lavorative medie di un indiano nel 2008: tra 2817 e 3443. Guarda caso, circa quante ne lavorava un americano o un inglese a metà del XIX secolo:

1840 Average worker, UK 3105-3588 hours
1850 Average worker, U.S. 3150-3650 hours
1987 Average worker, U.S. 1949 hours
1988 Manufacturing workers, UK 1855 hours

A Shermer dovrebbe suonare un campanello… Esternalizzazione? Globalizzazione?
Ma, ehi, lui parlava proprio di 15 decenni, 150 anni. Come mai?

13th century Adult male peasant, UK 1620 hours
14th century Casual laborer, UK 1440 hours
Middle Ages English worker 2309 hours
1400-1600 Farmer-miner, adult male, UK 1980 hours

Si notano due cose: la prima, è che (a quanto pare) un indiano medio lavora il doppio di quanto si lavorava in Occidente nel Medioevo. Sta meglio? È da vedere, ma in ogni caso il suo benessere se lo sta sudando, pare.
La seconda è che nel medioevo si lavorava in genere meno che nel periodo industriale (fino a qualche decennio fa, addirittura). È forse l’industria, che ha aumentato il carico di lavoro?
Inoltre, Shermer inizialmente parlava di 10.000 anni. Guarda caso, diversi antropologi, da Marshall Sahlins a Jared Diamond, hanno fatto notare che la “settimana lavorativa” dei cacciatori-raccoglitori era (è) di 15-20 ore. Fanno 1040 ore all’anno.

Ma va bene, caro Shermer, siamo d’accordo, un sacco di vantaggi, l’iPad al posto delle perline e degli specchietti, ma non ammettevi anche tu che ci fossero diversi problemi collaterali? Dicci qualcosa in merito, dai.

And despite the environmental impact of our more prosperous lifestyle, on balance things really are getting better, as documented by Matt Ridley in his forthcoming book, “The Rational Optimist.”

E nonostante l’impatto ambientale del nostro stile di vita più prospero, tutto sommato le cose stanno davvero migliorando, come documentato da Matt Ridley nel suo libro in uscita, “L’ottimista razionale”.

Ehi, davvero? Ci aspettiamo delle anticipazioni di un certo peso, a questo punto. Spara.

For instance, over the last half a century, pollution is down in most cities, even in my own Los Angeles.

Per esempio, nell’ultimo mezzo secolo, l’inquinamento è diminuito nelle maggior parte delle città, anche nella mia stessa Los Angeles.

La maggior parte delle città?!? Dove sono finite le estinzioni delle specie di cui parlava all’inizio? E la perdita di petrolio nel Golfo del Messico? E il cambiamento climatico antropogenico? E le 146 zone morte anossiche negli oceani di tutto il pianeta? E il vortice di monnezza, grande almeno quanto il Texas, in mezzo all’Oceano Pacifico?
Che ci frega, Shermer adesso riesce a pedalare a pieni polmoni a Los Angeles come non gli succedeva vent’anni fa, fanculo la foresta amazzonica.

Con argomenti del genere, che senso ha cercare di imbastire una discussione seria sul bilancio tra vantaggi e svantaggi della civilizzazione, alla ricerca di un possibile compromesso?

Tikopia

In addition to their islandwide system of multistory orchards and fields, social adaptations sustained the Tikopian economy. Most important, the islanders’ religious ideology preached zero population growth. Under a council of chiefs who monitored the balance between the human population and natural resources, Tikopians practiced draconian population control based on celibacy, contraception, abortion, and infanticide, as well as forced (and almost certainly suicidal) emigration.
Arrival of Western missionaries upset the balance between Tikopia’s human population and its food supply. In just two decades the island’s population shot up by 40 percent after missionaries outlawed traditional population controls. When cyclones wiped out half the island’s crops in two successive years, only a massive relief effort prevented famine. Afterward, the islanders restored the policy of zero population growth, this time based on the more Western practice of sending settlers off to colonize other islands.

In aggiunta al sistema di frutteti e campi su più livelli esteso a tutta l’isola, l’economia di Tikopia era sostenuta da adattamenti sociali. Soprattutto, l’ideologia religiosa degli isolani predicava la crescita demografica zero. Sotto un consiglio di capi che controllava l’equilibrio tra la popolazione umana e le risorse naturali, i Tikopiani praticavano un controllo demografico draconiano basato sul celibato, la contraccezione, l’aborto e l’infanticidio, oltre che con l’emigrazione forzata (e quasi sicuramente suicida).
L’arrivo dei missionari occidentali turbò l’equilibrio tra la popolazione di Tikopia e i loro approvvigionamenti di cibo. In appena due decenni la popolazione dell’isola aumentò del 40%, dopo che i missionari ebbero bandito i metodi tradizionali di controllo demografico. Quando i cicloni spazzarono via metà dei raccolti dell’isola per due anni di seguito, solo un enorme sforzo dei soccorsi impedì la carestia. Successivamente, gli isolani ristabilirono la politica della crescita zero, questa volta basata sulla pratica ben più occidentale di inviare gente a colonizzare altre isole.

(David R. Montogomery, Dirt – The erosion of civilizations, 2007)

Riforma delle pensioni

The life expectancy of adults is longer than that in many more complex societies, even tough the Bushmen suffer higher infant mortality and a higher death rate from accidents because of the absence of doctors and hospitals. About a tenth of the Bushmen studied by the interdisciplinary team were older than sixty years – or approximately the percentage of the elderly in many agricultural and industrialized societies where medical care is available.

Nor, of course, do the Bushmen have to work very hard. Males are not expected to hunt until they have been married (usually between the ages of twenty and twenty-five) and have a family to feed. So, on a typical day, healthy young men spend their time visiting at nearby camps or resting at their own, while their older relatives provide food for them. And most males retire from active hunting in their fifties. The combination of carefree adolescence and an unstrenuous old age means that about forty per cent of the population contributes virtually nothing to the band’s subsistence.

L’aspettativa di vita degli adulti è più lunga di quella di molte società complesse, anche se i Boscimani soffrono di una più alta mortalità infantile e di un più alto tasso di decessi per incidenti, a causa dell’assenza di dottori e ospedali. Circa un decimo dei Boscimani studiati dal gruppo interdisciplinare avevano più di sessant’anni – all’incirca la percentuale di anziani in molte società agricole e industriali in cui sono disponibili cure mediche.

Né ovviamente i Boscimani hanno bisogno di lavorare sodo. Non si pretende che i maschi caccino fino a quando non sono sposati (di solito tra i venti e i venticinque anni d’età) e hanno una famiglia da sfamare. Quindi in un giorno tipico i giovani in salute spendono il loro tempo facendo visita agli accampamenti vicini o riposandosi nel proprio, mentre i loro parenti più vecchi provvedono al loro sostentamento. E la maggior parte dei maschi si ritirano dalla caccia attiva tra i cinquanta e i sessant’anni d’età. La combinazione tra un’adolescenza spensierata e una vecchiaia senza fatiche significa che circa il quaranta percento della popolazione non dà praticamente alcun contributo al sostentamento della banda.

(Peter Farb, Humankind, 1978)

Transculturalizzazione

One rarely mentioned aspect of the encounter between Indians and Whites was the appeal that the Indian societies held for generation after generation of Whites. No sooner did the first Europeans arrive in North America than a disproportionate number of them showed a preference for Indian society over their own. Within only a few year after Virginia was settled, more than forty male colonists had married Indian women, and several English women had married Indians. The colony of Virginia had only one reason for instituting severe penalties against going to live with Indians: Whites were doing just that, and in increasing numbers. In fact, the word “Indianize” – in its meaning “to adopt the ways of the Indians” – originated as far back as the seventeenth century, when Cotton Mather was led to inquire: “How much do our people Indianize?” They did so to a great extent. Throughout American history, thousands of Whites enthusiastically exchanged breeches for breechclouts.

Indianization impressed Michel Guillaume Jean de Crèvecoeur, who wrote in 1782 in his Letters from an American Farmer: “There must be in the Indians’ social bond something singularly captivating, and far superior to anything to be boasted of among us, for thousands of Europeans are Indians, and we have no examples of even one of those Aborigines having from choice become Europeans.” Crèvecoeur touched precisely the sore spot that so bewildered Whites: Why did transculturalization seem to operate only in one direction? Whites who had lived for a time with Indians almost never wanted to leave. But virtually none of the “civilized” Indians who had been given the opportunity to sample White society chose to become part of it. And the White squaw men persisted in their defections, even though they were subjected to legal penalties and to great contempt from other Whites.

[…] Why did not Indians enter White society, particularly in view of the numerous attempts made by Whites to “civilize” them? The answer is that the White settlers possessed no traditions comparable to the Indians’ hospitality, sharing, adoption, and complete social integration. Indians who associated closely with the Whites soon found themselves confronted by a social system in which – although they might on occasion be courteously and even kindly treated, or indeed be clothed and educated – tradition did not permit the adoption of an Indian as an equal member of the family. The Whites who educated Indians did so with the idea that these would return to their own people as missionaries and thus spread the gospel, not that they might become functioning member of the White society.

Un aspetto citato di rado dell’incontro fra gli Indiani e i Bianchi fu il fascino che le società indiane ebbero sui Bianchi per generazioni e generazioni. Non appena i primi europei arrivarono in Nord America, un numero sproporzionato di essi mostrò una preferenza per la società indiana rispetto alla propria. Entro pochi anni dalla fondazione della Virginia, più di 40 coloni maschi avevano sposato donne indiane, e molte donne inglesi avevano sposato indiani. La colonia della Virginia aveva un’unica ragione per stabilire severe punizioni contro chi andava a vivere con gli indiani: i Bianchi lo stavano appunto facendo, e in numero crescente. In effetti, la parola “indianizzarsi” – nel senso di “adottare i costumi degli Indiani” – ha origine almeno al 17° secolo, quando Cotton Mather 1 fu spinto a chiedersi: “quanto si sta indianizzando la nostra gente?” Lo stavano facendo a fondo. Nel corso della storia americana, migliaia di Bianchi scambiarono con entusiasmo i calzoni europei con le braghe tipiche indiane.

L’indianizzazione colpì Michel Guillaume Jean de Crèvecoeur, che scrisse nel 1782, nelle sue Lettere di un fattore americano: “Nel legame sociale degli Indiani ci deve essere qualcosa di singolarmente attraente, e di molto superiore a qualsiasi cosa di cui possiamo vantarci, giacché migliaia di europei sono Indiani, e non abbiamo esempi neppure di uno solo di quegli aborigeni che abbia scelto di diventare europeo.” Crèvecoeur toccò il tasto dolente che faceva tanto infuriare i Bianchi: perché la transculturalizzazione sembrava operare solo in un senso? I Bianchi che avevano vissuto per qualche tempo con gli Indiani non volevano andarsene quasi mai. Ma praticamente nessuno degli Indiani “civilizzati” che avevano avuto l’opportunità di assaggiare la società dei Bianchi scelse di farne parte. E gli uomini Bianchi squaw continuarono nelle loro defezioni, anche se erano soggetti legalmente a pene e a grande disprezzo da parte degli altri Bianchi.

[…] Perché gli Indiani non entrarono nella società Bianca, soprattutto considerando i numerosi tentativi dei Bianchi di “civilizzarli”? La risposta è che i coloni Bianchi non avevano tradizioni paragonabili all’ospitalità, la condivisione, l’adozione e la completa integrazione sociale degli Indiani. Gli indiani che frequentarono da vicino i Bianchi si trovarono presto alle prese con un sistema sociale in cui – anche se potevano occasionalmente essere trattati con cortesia o per fino con gentilezza, o persino vestiti ed educati – la tradizione non permetteva di adottare un Indiano come un membro alla pari della famiglia. I Bianchi che educavano gli Indiani lo facevano con l’idea che costoro sarebbero tornati presso il proprio popolo come missionari e avrebbero diffuso il vangelo, non che essi potessero diventare membri effettivi della società dei Bianchi.

(Peter Farb, Man’s rise to civilization: the cultural ascent of the Indians of North America, 2nd edition – 1978)

  1. noto politico puritano dell’epoca, tra gli ispiratori del processo alle streghe di Salem del 1692

Win-win strategy (ma i cani non sarebbero d’accordo)

The adaptation may sometimes appear so irrational as to jeopardize the very society that practices it. An adaptation of  the Koryak in Siberia, distantly related to the Eskimo, is likely to strike an outsider as extremely curious. Their religion demands that every year they should destroy all of their dogs, an apparently suicidal step for a people who live by hunting and by herding reindeer. Why, then, does their religion make things even more difficult in an already harsh environment? The truth is that they are not in jeopardy, for they immediately replenish their supply of dogs by purchasing them from nearby groups that impiously breed dogs instead of killing them. The relations between the Koryak and their neighbors now become much clearer. The neighbors are content to breed dogs and to trade them for the Koryak’s meat and furs. If the Koryak ever halted their annual dog-kill, the neighbors would have lost their market. They would have to go out and hunt on their own, in that way destroying their peaceful trade relations with the Koryak and substituting one that competes for game.

L’adattamento può sembrare talvolta così irrazionale da mettere a repentaglio la stessa società che lo pratica. Un adattamento dei Koryak in Siberia, lontanamente imparentati con gli Eschimesi, potrebbe colpire un forestiero per la sua stranezza. La loro religione richiede che ogni anno essi debbano uccidere tutti i loro cani, un fatto apparentemente suicida per un popolo che vive di caccia e di allevamento delle renne. Perché, dunque, la loro religione rende le cose ancora più difficili in un ambiente già duro? La verità è che non si trovano in difficoltà, perché rimpiazzano immediatamente la loro dotazione di cani comprandoli dai gruppi vicini che empiamente fanno accoppiare i cani invece di ucciderli. Le relazioni tra i Koryak e li loro vicini diventano così molto più chiare. I vicini si accontentano di allevare i cani e di commerciarli con i Koryak in cambio di carne e pelli. Se i Koryak mai cessassero il loro massacro annuale di cani, i vicini perderebbero il proprio mercato. Dovrebbero andare fuori a caccia per conto proprio, in tal modo distruggendo le loro pacifiche relazioni di scambio con i Koryak e rimpiazzandole con una competizione per la selvaggina.

(Peter Farb, Man’s rise to civilization: the cultural ascent of the Indians of North America, 2nd edition – 1978)

Matria

The overlapping ranges and mingling at the borders of bonobo communities stand in stark contrast to how chimp groups interact. When the mist lifts from the evolutionary pressures that shaped bonobo society, perhaps we will understand how they have managed to escape what many people consider the worst scourge of humanity: our xenophobia and our tendency to discount the lives of our enemies. Is it because bonobos fight, if they fight at all, not for a fatherland, but for a motherland?

La sovrapposizione e il mescolamento ai confini delle comunità bonobo si stagliano in forte contrasto con il modo in cui gli scimpanzé interagiscono. Quando si diraderanno le nebbie sulle pressioni evoluzionistiche che hanno dato forma alla società bonobo, forse capiremo come sono riusciti a sfuggire a ciò che molti considerano il peggior flagello dell’umanità: la nostra xenofobia e la nostra tendenza a non tendere in considerazione le vite dei nostri nemici. È perché i bonobo combattono, se proprio combattono, non per una patria ma per una matria?

(Frans De Waal, Our Inner Ape, 2005)

Cargo warfare

An anthropologist once told me about two Eipo-Papuan village heads in New Guinea who were taking their first trip on a little airplane. They were not afraid to board the plane, but made a puzzling request: they wanted the side door to remain open. They were warned that it was cold up in the sky and that, since they wore nothing but their traditional penis sheaths, they would freeze. The men didn’t care. They wanted to bring along some heavy rocks, which, if the pilot would be so kind as to circle over the next village, they could shove through the open door and drop onto their enemies.

In the evening, the anthropologist wrote in his diary that he had witnessed the invention of the bomb by neolithic man.

Un antropologo una volta mi raccontò di due capivillaggio Eipo-Papua, in Nuova Guinea, che stavano per viaggiare per la prima volta su un piccolo aereoplano. Non avevano paura di salire a bordo, ma fecero una richiesta enigmatica: volevano che il portello laterale rimanesse aperto. Furono messi in guardia sul fatto che in altitudine fa freddo e che, non indossando nient’altro che i loro tradizionali astucci penici, si sarebbero congelati. Non se ne curarono. Vollero portare con sé delle pesanti pietre, così che, se il pilota fosse stato così gentile da volare intorno al villaggio vicino, avrebbero potuto spingerle attraverso il portello aperto e lasciarle cadere sui loro nemici.

Quella sera, l’antropologo scrisse sul suo diario che era stato testimone dell’invenzione della bomba da parte dell’uomo neolitico.

(Frans De Waal, Our Inner Ape, 2005)