ago 4 2009

Riforma delle pensioni

The life expectancy of adults is longer than that in many more complex societies, even tough the Bushmen suffer higher infant mortality and a higher death rate from accidents because of the absence of doctors and hospitals. About a tenth of the Bushmen studied by the interdisciplinary team were older than sixty years – or approximately the percentage of the elderly in many agricultural and industrialized societies where medical care is available.

Nor, of course, do the Bushmen have to work very hard. Males are not expected to hunt until they have been married (usually between the ages of twenty and twenty-five) and have a family to feed. So, on a typical day, healthy young men spend their time visiting at nearby camps or resting at their own, while their older relatives provide food for them. And most males retire from active hunting in their fifties. The combination of carefree adolescence and an unstrenuous old age means that about forty per cent of the population contributes virtually nothing to the band’s subsistence.

L’aspettativa di vita degli adulti è più lunga di quella di molte società complesse, anche se i Boscimani soffrono di una più alta mortalità infantile e di un più alto tasso di decessi per incidenti, a causa dell’assenza di dottori e ospedali. Circa un decimo dei Boscimani studiati dal gruppo interdisciplinare avevano più di sessant’anni – all’incirca la percentuale di anziani in molte società agricole e industriali in cui sono disponibili cure mediche.

Né ovviamente i Boscimani hanno bisogno di lavorare sodo. Non si pretende che i maschi caccino fino a quando non sono sposati (di solito tra i venti e i venticinque anni d’età) e hanno una famiglia da sfamare. Quindi in un giorno tipico i giovani in salute spendono il loro tempo facendo visita agli accampamenti vicini o riposandosi nel proprio, mentre i loro parenti più vecchi provvedono al loro sostentamento. E la maggior parte dei maschi si ritirano dalla caccia attiva tra i cinquanta e i sessant’anni d’età. La combinazione tra un’adolescenza spensierata e una vecchiaia senza fatiche significa che circa il quaranta percento della popolazione non dà praticamente alcun contributo al sostentamento della banda.

(Peter Farb, Humankind, 1978)

Questo articolo piace a 5 persone.

ago 1 2009

Transculturalizzazione

One rarely mentioned aspect of the encounter between Indians and Whites was the appeal that the Indian societies held for generation after generation of Whites. No sooner did the first Europeans arrive in North America than a disproportionate number of them showed a preference for Indian society over their own. Within only a few year after Virginia was settled, more than forty male colonists had married Indian women, and several English women had married Indians. The colony of Virginia had only one reason for instituting severe penalties against going to live with Indians: Whites were doing just that, and in increasing numbers. In fact, the word “Indianize” – in its meaning “to adopt the ways of the Indians” – originated as far back as the seventeenth century, when Cotton Mather was led to inquire: “How much do our people Indianize?” They did so to a great extent. Throughout American history, thousands of Whites enthusiastically exchanged breeches for breechclouts.

Indianization impressed Michel Guillaume Jean de Crèvecoeur, who wrote in 1782 in his Letters from an American Farmer: “There must be in the Indians’ social bond something singularly captivating, and far superior to anything to be boasted of among us, for thousands of Europeans are Indians, and we have no examples of even one of those Aborigines having from choice become Europeans.” Crèvecoeur touched precisely the sore spot that so bewildered Whites: Why did transculturalization seem to operate only in one direction? Whites who had lived for a time with Indians almost never wanted to leave. But virtually none of the “civilized” Indians who had been given the opportunity to sample White society chose to become part of it. And the White squaw men persisted in their defections, even though they were subjected to legal penalties and to great contempt from other Whites.

[...] Why did not Indians enter White society, particularly in view of the numerous attempts made by Whites to “civilize” them? The answer is that the White settlers possessed no traditions comparable to the Indians’ hospitality, sharing, adoption, and complete social integration. Indians who associated closely with the Whites soon found themselves confronted by a social system in which – although they might on occasion be courteously and even kindly treated, or indeed be clothed and educated – tradition did not permit the adoption of an Indian as an equal member of the family. The Whites who educated Indians did so with the idea that these would return to their own people as missionaries and thus spread the gospel, not that they might become functioning member of the White society.

Un aspetto citato di rado dell’incontro fra gli Indiani e i Bianchi fu il fascino che le società indiane ebbero sui Bianchi per generazioni e generazioni. Non appena i primi europei arrivarono in Nord America, un numero sproporzionato di essi mostrò una preferenza per la società indiana rispetto alla propria. Entro pochi anni dalla fondazione della Virginia, più di 40 coloni maschi avevano sposato donne indiane, e molte donne inglesi avevano sposato indiani. La colonia della Virginia aveva un’unica ragione per stabilire severe punizioni contro chi andava a vivere con gli indiani: i Bianchi lo stavano appunto facendo, e in numero crescente. In effetti, la parola “indianizzarsi” – nel senso di “adottare i costumi degli Indiani” – ha origine almeno al 17° secolo, quando Cotton Mather 1 fu spinto a chiedersi: “quanto si sta indianizzando la nostra gente?” Lo stavano facendo a fondo. Nel corso della storia americana, migliaia di Bianchi scambiarono con entusiasmo i calzoni europei con le braghe tipiche indiane.

L’indianizzazione colpì Michel Guillaume Jean de Crèvecoeur, che scrisse nel 1782, nelle sue Lettere di un fattore americano: “Nel legame sociale degli Indiani ci deve essere qualcosa di singolarmente attraente, e di molto superiore a qualsiasi cosa di cui possiamo vantarci, giacché migliaia di europei sono Indiani, e non abbiamo esempi neppure di uno solo di quegli aborigeni che abbia scelto di diventare europeo.” Crèvecoeur toccò il tasto dolente che faceva tanto infuriare i Bianchi: perché la transculturalizzazione sembrava operare solo in un senso? I Bianchi che avevano vissuto per qualche tempo con gli Indiani non volevano andarsene quasi mai. Ma praticamente nessuno degli Indiani “civilizzati” che avevano avuto l’opportunità di assaggiare la società dei Bianchi scelse di farne parte. E gli uomini Bianchi squaw continuarono nelle loro defezioni, anche se erano soggetti legalmente a pene e a grande disprezzo da parte degli altri Bianchi.

[...] Perché gli Indiani non entrarono nella società Bianca, soprattutto considerando i numerosi tentativi dei Bianchi di “civilizzarli”? La risposta è che i coloni Bianchi non avevano tradizioni paragonabili all’ospitalità, la condivisione, l’adozione e la completa integrazione sociale degli Indiani. Gli indiani che frequentarono da vicino i Bianchi si trovarono presto alle prese con un sistema sociale in cui – anche se potevano occasionalmente essere trattati con cortesia o per fino con gentilezza, o persino vestiti ed educati – la tradizione non permetteva di adottare un Indiano come un membro alla pari della famiglia. I Bianchi che educavano gli Indiani lo facevano con l’idea che costoro sarebbero tornati presso il proprio popolo come missionari e avrebbero diffuso il vangelo, non che essi potessero diventare membri effettivi della società dei Bianchi.

(Peter Farb, Man’s rise to civilization: the cultural ascent of the Indians of North America, 2nd edition – 1978)

  1. noto politico puritano dell’epoca, tra gli ispiratori del processo alle streghe di Salem del 1692
Questo articolo piace a 8 persone.

lug 28 2009

Win-win strategy (ma i cani non sarebbero d’accordo)

The adaptation may sometimes appear so irrational as to jeopardize the very society that practices it. An adaptation of  the Koryak in Siberia, distantly related to the Eskimo, is likely to strike an outsider as extremely curious. Their religion demands that every year they should destroy all of their dogs, an apparently suicidal step for a people who live by hunting and by herding reindeer. Why, then, does their religion make things even more difficult in an already harsh environment? The truth is that they are not in jeopardy, for they immediately replenish their supply of dogs by purchasing them from nearby groups that impiously breed dogs instead of killing them. The relations between the Koryak and their neighbors now become much clearer. The neighbors are content to breed dogs and to trade them for the Koryak’s meat and furs. If the Koryak ever halted their annual dog-kill, the neighbors would have lost their market. They would have to go out and hunt on their own, in that way destroying their peaceful trade relations with the Koryak and substituting one that competes for game.

L’adattamento può sembrare talvolta così irrazionale da mettere a repentaglio la stessa società che lo pratica. Un adattamento dei Koryak in Siberia, lontanamente imparentati con gli Eschimesi, potrebbe colpire un forestiero per la sua stranezza. La loro religione richiede che ogni anno essi debbano uccidere tutti i loro cani, un fatto apparentemente suicida per un popolo che vive di caccia e di allevamento delle renne. Perché, dunque, la loro religione rende le cose ancora più difficili in un ambiente già duro? La verità è che non si trovano in difficoltà, perché rimpiazzano immediatamente la loro dotazione di cani comprandoli dai gruppi vicini che empiamente fanno accoppiare i cani invece di ucciderli. Le relazioni tra i Koryak e li loro vicini diventano così molto più chiare. I vicini si accontentano di allevare i cani e di commerciarli con i Koryak in cambio di carne e pelli. Se i Koryak mai cessassero il loro massacro annuale di cani, i vicini perderebbero il proprio mercato. Dovrebbero andare fuori a caccia per conto proprio, in tal modo distruggendo le loro pacifiche relazioni di scambio con i Koryak e rimpiazzandole con una competizione per la selvaggina.

(Peter Farb, Man’s rise to civilization: the cultural ascent of the Indians of North America, 2nd edition – 1978)

Questo articolo piace a una persona.

lug 5 2009

Matria

The overlapping ranges and mingling at the borders of bonobo communities stand in stark contrast to how chimp groups interact. When the mist lifts from the evolutionary pressures that shaped bonobo society, perhaps we will understand how they have managed to escape what many people consider the worst scourge of humanity: our xenophobia and our tendency to discount the lives of our enemies. Is it because bonobos fight, if they fight at all, not for a fatherland, but for a motherland?

La sovrapposizione e il mescolamento ai confini delle comunità bonobo si stagliano in forte contrasto con il modo in cui gli scimpanzé interagiscono. Quando si diraderanno le nebbie sulle pressioni evoluzionistiche che hanno dato forma alla società bonobo, forse capiremo come sono riusciti a sfuggire a ciò che molti considerano il peggior flagello dell’umanità: la nostra xenofobia e la nostra tendenza a non tendere in considerazione le vite dei nostri nemici. È perché i bonobo combattono, se proprio combattono, non per una patria ma per una matria?

(Frans De Waal, Our Inner Ape, 2005)

Questo articolo piace a una persona.

lug 5 2009

Cargo warfare

An anthropologist once told me about two Eipo-Papuan village heads in New Guinea who were taking their first trip on a little airplane. They were not afraid to board the plane, but made a puzzling request: they wanted the side door to remain open. They were warned that it was cold up in the sky and that, since they wore nothing but their traditional penis sheaths, they would freeze. The men didn’t care. They wanted to bring along some heavy rocks, which, if the pilot would be so kind as to circle over the next village, they could shove through the open door and drop onto their enemies.

In the evening, the anthropologist wrote in his diary that he had witnessed the invention of the bomb by neolithic man.

Un antropologo una volta mi raccontò di due capivillaggio Eipo-Papua, in Nuova Guinea, che stavano per viaggiare per la prima volta su un piccolo aereoplano. Non avevano paura di salire a bordo, ma fecero una richiesta enigmatica: volevano che il portello laterale rimanesse aperto. Furono messi in guardia sul fatto che in altitudine fa freddo e che, non indossando nient’altro che i loro tradizionali astucci penici, si sarebbero congelati. Non se ne curarono. Vollero portare con sé delle pesanti pietre, così che, se il pilota fosse stato così gentile da volare intorno al villaggio vicino, avrebbero potuto spingerle attraverso il portello aperto e lasciarle cadere sui loro nemici.

Quella sera, l’antropologo scrisse sul suo diario che era stato testimone dell’invenzione della bomba da parte dell’uomo neolitico.

(Frans De Waal, Our Inner Ape, 2005)

Questo articolo piace a una persona.

lug 2 2009

Egualitarismo

There was a time when anthropologists saw egalitarianism as a passive, peace-loving arrangement in which people were at their best, loving and valuing each other.  It was a utopian state where lion and lamb were said to sleep side by side. I’m not saying that such states are out of the question – in fact, a lioness on the Kenyan plains was recently reported to have been observed showering maternal affection on an antelope calf – but from a biological perspective, they’re unsustainable. At some point, self-interest will rear its ugly head: predators will feel their empty stomachs and people will clash over resources. Egalitarianism is not based on mutual love and even less on passivity. It’s an actively maintained condition that recognizes the universal human desire to control and dominate. Instead of denying the will to power, egalitarians know it all too well. They deal with it every day.

C’è stato un tempo in cui gli antropologi vedevano l’egualitarismo come un accordo passivo e pacifico in cui le persone erano al loro meglio, con amore e stima reciproci. Era uno stato utopico dove si diceva che il leone e l’agnello dormissero fianco a fianco. Non voglio dire che queste situazioni sono fuori questione – in effetti,  di recente è stato riportato che una leonessa delle pianure keniote era stata osservata mentre copriva di cure materne un piccolo di antilope – ma da un punto di vista biologico, sono insostenibili. Ad un certo punto, l’interesse personale mostrerà il suo lato negativo: i predatori sentiranno i loro stomaci vuoti e i popoli si scontreranno per le risorse. L’egualitarismo non è basato sull’amore reciproco e men che meno sulla passività. È una condizione preservata attivamente che riconosce il desiderio umano universale di controllare e di dominare. Invece di negare la voglia di potere, gli egualitari la conoscono fin troppo bene. Ci fanno i conti tutti i giorni.

(Frans De Waal, Our Inner Ape, 2005)


giu 3 2009

I Garamanti

L’articolo seguente è comparso originariamente sul blog di ASPO-Italia.

Quella dei Garamanti fu una popolazione berbera che sarebbe stata relegata ad una nota a piè di pagina, o ad un posto di non particolare rilievo negli elenchi di popoli delle versioni di latino, se non ci fossero state sorprendenti scoperte nelle campagne archeologiche condotte nel Fezzan della Libia sudoccidentale. Il loro nome, legato alla capitale Garama (l’attuale Germa), era noto fin dai racconti un po’ fantasiosi di Erodoto, che li descriveva come degli eremiti sprovvisti di armi e ciononostante cacciatori di “Etiopi trogloditi”, che inseguivano a bordo di carri trainati da quattro cavalli; le fonti romane, più tardi, li citano con tono quasi sprezzante, per segnalare i trionfi dell’Urbe contro genti rozze, primitive, dedite alla razzia. Dai ritrovamenti più recenti si sono rivelati invece una vera e propria civiltà, con almeno una decina di centri urbani, dotata di scrittura (un antenato diretto dell’attuale alfabeto Tuareg) e di un’organizzazione statale accentrata, di tipo monarchico, che gli archeologi talvolta si spingono a definire impero.

Il Fezzan, pur essendo in pieno Sahara, non è solo erg, ovvero deserto pianeggiante popolato da enormi dune sabbiose in movimento continuo, come quello che ci è familiare da tanti film. È invece una zona con montagne e altipiani, solcata da numerose valli (wadi) di fiumi scomparsi o torrenti stagionali. I berberi che sarebbero diventati Garamanti, probabilmente, si trovavano già in quei luoghi quando il Sahara era ancora umido e rigoglioso: ma quel periodo stava terminando a favore dell’attuale fase arida. Gli abitanti del Fezzan, da nomadi cacciatori-raccoglitori che erano, risposero ai mutamenti climatici in maniera apparentemente controintuitiva: adottando cioè la pastorizia e l’agricoltura. Può in effetti suonare strano, abituati come siamo a considerare questi modi di produzione come “più avanzati” rispetto a quello “primitivo” delle popolazioni nomadi, che i berberi non avessero sfruttato la fortuna di trovarsi in un Sahara fertile, fintanto che durò, usandolo come terreno agricolo. Il passaggio all’agricoltura come risposta a condizioni (in questo caso climatiche) mutate verso il peggio ricorda invece la posizione espressa da un vecchio articolo di Jared Diamond.
Secondo Diamond il confronto con la situazione degli ultimi cacciatori-raccoglitori rimasti, e i dati che si possono evincere dall’analisi paleopatologica delle sepolture risalenti al periodo di transizione tra vita nomade e modo di produzione agricolo-pastorale, mostra che tale passaggio fu drammatico: l’alimentazione peggiorò in qualità, le epidemie infettive si diffusero col loro tributo di sangue, l’organizzazione sociale virò verso strutture piramidali basate sulla forza e sul furto. Insomma, tanti e tali erano i “contro” dell’agricoltura che essa fu adottata solo come risposta ad una situazione di difficoltà, in cui il modo di vita dei cacciatori-raccoglitori non era più possibile.
La teoria di Diamond può apparire antimoderna e provocatoria, ma in questo caso spiega piuttosto bene la concomitanza temporale tra peggioramento delle condizioni climatiche e l’avvicendamento dei modi di produzione nel caso dei berberi del Fezzan, anche alla luce di una ulteriore difficoltà: nel Sahara che si desertificava, non solo stavano scomparendo la flora e la fauna selvatiche che avevano sostenuto per lungo tempo la sparuta popolazione locale, ma stava venendo meno la base stessa della vita, l’acqua. Le tribù si concentrarono quindi nei pochi luoghi in cui restavano delle sorgenti attive, che ebbero però breve durata, e a quanto pare si esaurirono prima del 1000 a.C.
Il modo di produzione agricolo, pur richiedendo anche maggiori quantità di acqua rispetto allo stile di vita dei nomadi, aveva tuttavia un atout. Permetteva infatti l’elevato grado di complessità sociale necessario perché i berberi potessero recuperare l’acqua dall’unico posto in cui la si può trovare in mezzo ad un deserto: le falde sotterranee. Costruirono quindi una gigantesca rete di foggara, ovvero dei tunnel “quasi orizzontali” che intercettavano le falde sulle alture e sfruttavano la pendenza per convogliare l’acqua verso valle. Pur essendo una tecnica che non richiede grandi quantità di energia per il funzionamento – a differenza dei pozzi verticali in cui bisogna fare lavoro per portare l’acqua al livello del suolo – la costruzione e il mantenimento in attività erano questioni decisamente complicate, soprattutto considerando le proporzioni di cui parliamo: decine di gallerie lunghe anche centinaia di chilometri. Serviva quindi una civiltà di tipo urbano (si calcola che le città fossero almeno una decina) e con un’organizzazione statale e accentrata, quindi sotto il comando di un sovrano: innovazioni che, sempre seguendo Diamond, non sono affatto aliene, ma anzi sempre conseguenti, all’adozione dell’agricoltura.
La tecnica dei foggara fu importata in Nord Africa dalla Persia, dove furono inventati col nome di qanat. Nell'immagine da Wikipedia, uno schema di un tipico qanat, che ne mostra il principio di funzionamento.

La tecnica dei foggara fu importata in Nord Africa dalla Persia, dove furono inventati col nome di qanat. Nell'immagine da Wikipedia, uno schema di un tipico qanat, che ne mostra il principio di funzionamento.

Serviva soprattutto una fonte energetica sufficientemente potente e versatile. Questa, all’epoca, era rappresentata dal lavoro degli schiavi, di cui i Garamanti divennero mercanti, sfruttando con spirito d’intraprendenza molto mediterraneo la vicinanza con Roma e il vantaggio territoriale in un luogo facile da difendere ma difficile da attaccare. I Romani infatti non riuscirono mai a conquistarli, nonostante alcune campagne nel I sec. a.C. e nel I d.C., in cui si ipotizza – le fonti non sono troppo esplicite al riguardo – che il massimo risultato fu quello di ridurre i Garamanti a stato cliente: una sorta di formalizzazione di un rapporto di interdipendenza che sussisteva già da tempo.

In effetti, anzi, i Garamanti durarono più a lungo di Roma: dai ritrovamenti possiamo dedurre che fossero già una potenza in ascesa intorno al 500, quando i Romani erano ancora dominati dagli Etruschi; sopravvissero inoltre all’Impero d’Occidente, tanto da stringere, nel 569 d.C., una tregua con Giustino II di Bisanzio, convertendosi al Cristianesimo. Furono infine conquistati dagli Arabi solo nel 668.
In realtà gli ultimi secoli della loro storia videro un sostanziale declino. È vero che i Garamanti poterono attingere alle falde acquifere per più di 1000 anni, ma alla fine l’acqua finì, o meglio, divenne troppo scarsa e difficile da estrarre. Possiamo immaginare che in questo millennio di storia le tecniche usate venissero affinate, ma ciò non impedì che la risorsa si esaurisse, probabilmente con una curva come quella di Hubbert, e con ritorni decrescenti, in cui ad un certo punto gran parte dell’acqua faticosamente estratta serviva solo a mantenere le strutture sociali e materiali impiegate per recuperarla. Mano a mano che si esaurivano le falde più ricche e “facili”, dovevano essere scavati nuovi foggara, sempre più dispendiosi in termini di lavoro e meno fruttuosi in termini di resa (insomma, l’EROEI nel tempo andò a decrescere). Nel frattempo, il Sahara continuava a desertificarsi e le condizioni ambientali peggioravano. Completava il quadro il declino del principale partner commerciale, l’Impero Romano.
E nonostante 1000 anni di acqua dove non ve ne era, di forza lavoro sotto forma di schiavi, e di “civilizzazione” capace di uno sviluppo agricolo rilevante, i Garamanti non riuscirono a sfuggire alla condanna del mutamento climatico e ai limiti fisiologici della loro situazione. Il cambiamento che avevano apportato al deserto era fragile, basato su una fonte – benché non energetica in senso stretto – non rinnovabile: possiamo definirlo epidermico, troppo effimero e superficiale per essere duraturo. Per analogia con altre curve di crescita e declino, è anche possibile ipotizzare che il “picco” dell’acqua di falda di cui si servivano sia sopraggiunto circa a metà della loro storia, magari proprio intorno al 70 d.C., quando Valerio Festo, a capo di una spedizione punitiva, impose loro lo status di clientes, assoggettandoli quindi ad un tributo. In quell’occasione, i Romani usarono per la prima volta i cammelli in una campagna militare e, secondo Plinio, scoprirono una via più diretta per il Fezzan, quella che ai berberi era ben nota e che usavano per i propri traffici: un segno del fatto che stava venendo meno il vantaggio grazie al quale i Garamanti avevano tenuto testa al più potente impero dell’epoca. Forse si salvarono dalla conquista effettiva perché anche i Romani cominciavano a trovarsi in affanno a gestire l’elevato livello di complessità raggiunto: in altre parole, non era possibile controllare direttamente un territorio così inospitale, e un equilibrio così fragile, senza la spinta dinamica che Roma stava ormai perdendo.
Le dimensioni dell’opera dei Garamanti, intuite solo in tempi recenti, non erano ancora note quando il governo libico di Gheddafi lanciò il progetto del Grande Fiume Artificiale. Questa titanica impresa permette di attingere ad una riserva d’acqua sotterranea, di estensione tanto grande da poter sulla carta durare migliaia d’anni al tasso attuale di sfruttamento. Ma le cose non sono così lineari, come impararono a proprie spese i Garamanti: l’acqua non sarà interamente recuperabile, perché è difficile che si trovi in forma libera, e di solito è contenuta in rocce porose impregnate come spugne. Inoltre, l’estrazione è molto energivora, e se oggi può contare sul petrolio abbondante e a buon mercato, le circostanze non saranno sempre così favorevoli. Infine, prima o poi l’estrazione passerà un picco, e quello che sembrava facile diventerà ogni giorno più difficile.
C’è un epilogo, che se creato per la narrativa o il cinema sarebbe probabilmente didascalico, ma – in quanto reale – non può essere taciuto per amore della forma, anche astenendosi dal volerlo inquadrare in un apologo.Secoli dopo il declino dei Garamanti, in quegli stessi luoghi fu scoperto il petrolio. Il principale giacimento, di oltre mezzo miliardo di barili, è chiamato “Elefante”: non per le sue dimensioni, tutto sommato non eccezionali per gli standard libici, ma per la vicinanza con un petroglifo raffigurante un pachiderma. Uno dei lasciti dei Garamanti del Fezzan, oltre alle centinaia di chilometri di gallerie scavate nelle montagne e ai circa 100.000 condotti verticali usati per la loro costruzione, è infatti una ricca serie di graffiti rupestri risalenti al loro periodo preagricolo: si tratta della collezione più importante dell’Africa e forse tra le più estese al mondo. Il petrolio che viene estratto, insieme con l’acqua del Grande Fiume Artificiale, sta facendo tornare l’agricoltura nel deserto, sotto la curiosa forma di campi circolari giustapposti come se fossero fiches di un megapoker. Ma, nell’imitare i Garamanti, l’estrazione petrolifera sta mettendo a serio rischio il patrimonio artistico dell’antico popolo. Secondo gli esperti i danni causati sono già paragonabili alla perdita dei Buddha di Bamyan, fatti esplodere dai talebani nel 2001.

Le fonti usate per la redazione di questo articolo, oltre ai link segnalati nel testo:
· http://www.cru.uea.ac.uk/~e118/Fezzan/fezzan_home.html
· Louis Werner. Libya’s Forgotten Desert Kingdom. Saudi Aramco World May/June 2004 , pp.8-13
· Gabriel Camps. Les Garamantes, conducteurs de chars et bâtisseurs dans le Fezzan antique. Clio.fr (2002).
· http://www.livinghistoryengineer.com/roman/north_africa.htm

Una postilla: in Home, il film appena reso disponibile gratis su YouTube, c’è una parte con splendide immagini sui campi irrigati ad acqua fossile nel deserto dell’Arabia Saudita. Stando alla descrizione, sono campi adesso abbandonati, perché le falde acquifere sono esaurite.
Il video è qui, la parte a cui mi riferisco è da 39:16 in poi.

Questo articolo piace a una persona.

apr 11 2009

Il peggior sbaglio nella storia della razza umana

Anche se ormai risalente a più di vent’anni fa, l’articolo “The worst mistake in the history of the human race”, pubblicato nel maggio 1987 su Discover, rimane molto interessante, e col senno di poi propedeutico alle opere principali dell’autore Jared Diamond, ovvero “Armi, acciaio e malattie” e “Collasso”. Dato che in Rete, a quanto pare, non si trova tradotto in italiano, ho pensato che fosse buona cosa azzardare un tentativo e renderlo disponibile qui.

Alla scienza sono dovuti radicali cambiamenti nel modo compiaciuto in cui ci vediamo. L’astronomia ci ha insegnato che la nostra Terra non è il centro dell’universo ma solo uno dei miliardi di corpi celesti. Dalla biologia abbiamo imparato che non siamo stati espressamente creati da Dio ma ci siamo evoluti insieme a milioni di specie. Ora l’archeologia sta demolendo un’altra credenza incrollabile: che la storia umana dell’ultimo milione di anni sia stata una lunga storia di progresso. In particolare, alcune scoperte recenti suggeriscono che l’adozione dell’agricoltura, ritenuta il nostro passo più decisivo verso una vita migliore, fu in molti sensi una catastrofe da cui non ci siamo mai più risollevati. Con l’agricoltura giunsero le gravi disuguaglianze sociali e sessuali, le malattie e il dispotismo, che dannano la nostra esistenza.

Sulle prime, le prove contro quest’interpretazione revisionista sembreranno irrefutabili agli americani del ventesimo secolo. Stiamo molto meglio, in quasi ogni aspetto, degli uomini del Medioevo, che a loro volta stavano meglio dei trogloditi, che a loro volta stavano meglio delle scimmie. Basta contare i vantaggi di cui disponiamo. Godiamo dei cibi più vari e abbondanti, dei migliori strumenti e beni materiali, di vite tra le più lunghe e sane della Storia. La maggior parte di noi sono al sicuro dalla carestia e dai predatori. Otteniamo energia dal petrolio e dalle macchine, non dal nostro sudore. Chi è il neo-luddista tra  noi che cambierebbe la propria vita per quella di un contadino medievale, di un uomo delle caverne, o di una scimmia?

Per la maggior parte della nostra Storia il sostentamento ci è giunto dalla caccia e dalla raccolta: cacciavamo animali selvaggi e andavamo in cerca di piante selvatiche. È una vita che i filosofi tradizionalmente hanno considerato brutta, bestiale e breve. Non coltivando cibo e immagazzinandone poco, non c’è (in questa visione) alcuna pausa dalla lotta che ricomincia ogni giorno per cercare cibo selvatico e evitare la fame. La nostra fuga da questa sofferenza fu favorita solo 10.000 anni fa, quando in diverse parti del mondo la gente cominciò ad addomesticare piante e animali. La rivoluzione agricola si diffuse tanto che oggi è universale e sopravvivono solo poche tribù di cacciatori-raccoglitori.

Dalla prospettiva progressivista in cui sono stato cresciuto, chiedere “perché quasi tutti i nostri antenati, cacciatori-raccoglitori, hanno adottato l’agricoltura?” è stupido. Ovviamente l’hanno adottata perché l’agricoltura è un modo efficiente di ottenere più cibo con meno lavoro. Le colture producono molte più tonnellate per ettaro delle radici e delle bacche. Immaginate solo una banda di selvaggi, esausti dalla ricerca di noci o dalla caccia di animali, che improvvisamente si sfamano per la prima volta da un ricco frutteto o da un pascolo pieno di pecore. Quanti millisecondi pensate che ci metterebbero per apprezzare i vantaggi dell’agricoltura?

La fazione progressivista talvolta si spinge tanto avanti da attribuire all’agricoltura il merito della notevole fioritura dell’arte che ha avuto luogo negli ultimi millenni. Dato che i raccolti possono essere immagazzinati, e dato che ci vuole meno tempo a cogliere cibo da un orto che a trovarlo allo stato brado, l’agricoltura ci ha dato il tempo libero che i cacciatori-raccoglitori non ebbero mai. Quindi è stata l’agricoltura che ci ha permesso di costruire il Partenone e di comporre la Messa in Si minore.

Anche se gli argomenti per la visione progressivista sembrano schiaccianti, sono difficili da provare. Come mostrare che le vite delle persone 10.000 anni fa migliorarono quando abbandonarono la caccia e la raccolta per l’agricoltura? Fino a poco tempo fa, gli archeologi dovevano affidarsi a prove indirette, i cui risultati (sorprendentemente) non riuscivano a sostenere la visione progressivista. Ecco un esempio di prova indiretta: davvero i cacciatori-raccoglitori del ventesimo secolo stanno peggio degli agricoltori? Sparsi qua e là per il mondo, diverse dozzine di gruppi di uomini cosiddetti primitivi, come i boscimani del Kalahari, continuano a sostentarsi in quel modo. Si scopre che queste persone hanno un sacco di tempo libero, dormono un bel po’, e lavorano meno duramente dei loro vicini agricoli. Per esempio, il tempo medio destinato ogni settimana ad ottenere cibo è solo da 12 a 19 ore per un gruppo di Boscimani, 14 ore o meno per i nomadi Hadza della Tanzania. Un Boscimano, quando gli fu chiesto perché non aveva imitato le tribù vicine nell’adozione dell’agricoltura, rispose: “Perché dovremmo, quando ci sono così tante noci di mongongo nel mondo?”

Mentre i contadini si concentrano su colture ad alto tasso di carboidrati come riso e patate, il mix di piante e animali selvatici nelle diete dei cacciatori-raccoglitori superstiti fornisce più proteine e un miglior bilancio degli altri nutrienti. In uno studio, la razione di cibo media giornaliera di un Boscimano (in un mese in cui il cibo era abbondante) era di 2140 calorie e 93 grammi di proteine, considerevolmente di più della dose giornaliera raccomandata per gente della loro stazza. È quasi inconcepibile che i Boscimani, che mangiano circa 75 piante selvatiche, possano morire di fame nel modo in cui centinaia di migliaia di contadini irlandesi, e le loro famiglie, morirono durante la carestia della patate del 1845-1852.

Quindi almeno le vite dei cacciatori-raccoglitori superstiti non sono brutte e bestiali, anche se i contadini li hanno confinati in alcune delle peggiori zone del mondo. Ma le moderne società di cacciatori-raccoglitori, che hanno convissuto spalla a spalla con le società agricole per migliaia di anni, non ci dicono tutto sulle condizioni prima della rivoluzione agricola. La visione progressivista in realtà formula delle tesi sul passato remoto: che la vita delle popolazioni primitive migliorò nel passare da raccolta a agricoltura. Gli archeologi possono datare questo cambiamento esaminando le discariche preistoriche e individuando il passaggio tra i resti di piante e animali selvatici e quelli di piante e animali addomesticati.

Come si può dedurre lo stato di salute dei produttori preistorici di rifiuti, e quindi testare direttamente la visione progressivista? A questa domanda è diventato possibile rispondere solo in anni recenti, in parte attraverso le nuove tecniche emergenti della paleopatologia, o studio dei segni delle malattie nei resti di persone antiche.

In alcune situazioni fortunate, il paleopatologo ha quasi lo stesso materiale da studiare di un patologo odierno. Per esempio, gli archeologi nel deserto del Cile hanno trovato mummie ben conservate le cui condizioni mediche al momento della morte si sono potute determinare tramite autopsia. E le feci di Indiani morti da tempo, che vivevano nelle asciutte caverne del Nevada, sono rimaste abbastanza in buone condizione per essere esaminate alla ricerca di anchilostomi e altri vermi parassiti.

Di solito gli unici resti umani disponibili per lo studio sono gli scheletri, ma permettono un numero sorprendente di deduzioni. Per cominciare, uno scheletro rivela il sesso del suo proprietario, il peso, e l’età approssimata. Nei pochi casi in cui ci sono molti scheletri, si possono costruire tabelle di mortalità come quelle che le compagnie assicurative usano per calcolare la durata attesa di vita e il rischio di morte ad ogni data età. I paleopatologi possono anche calcolare i tassi di crescita misurando le ossa di persone di età differente, esaminare i denti alla ricerca di difetti dello smalto (segni di malnutrizione infantile), e riconoscere le cicatrici sulle ossa lasciate da anemia, tubercolosi, lebbra, e molte altre malattie.

Un esempio chiaro di ciò che i paleopatologi hanno imparato dagli scheletri riguarda i cambiamenti storici nell’altezza. Gli scheletri dalla Grecia e dalla Turchia mostrano che l’altezza media dei cacciatori-raccoglitori verso la fine delle ere glaciali era un abbondante metro e 75 cm per gli uomini, un metro e 65 cm per le donne. Con l’adozione dell’agricoltura, l’altezza crollò, e verso il 3000 a.C. aveva raggiunto una quota di soli 160 cm per gli uomini e 152 cm per le donne. Nel periodo classico le altezze crebbero di nuovo molto lentamente, ma i moderni greci e turchi non hanno ancora riacquistato l’altezza media del loro lontani predecessori.

Un altro esempio della paleopatologia all’opera è lo studio degli scheletri indiani dai tumuli funerari nelle valli dei fiumi Illinois e Ohio. A Dickson Mounds, situata presso la confluenza dei fiumi Spoon e Illinois, gli archeologi hanno esumato circa 800 scheletri che dipingono un’immagine dei cambiamenti dello stato di salute che occorsero quando una cultura di cacciatori-raccoglitori diede il via alla coltivazione estensiva di mais intorno al 1150 d.C. Studi condotti da George Armelagos e degli allora suoi colleghi all’università del Massachusetts mostrano che questi primi contadini pagarono un prezzo per il loro nuovo sostentamento. In confronto ai cacciatori raccoglitori che li precedettero, i contadini ebbero un aumento di quasi il 50% in difetti dello smalto dentario, indicatori di malnutrizione, un incremento di quattro volte dell’anemia da carenza di ferro (testimoniata da una condizione delle ossa detta iperostosi porosa), di tre volte nelle lesioni ossee dovute alle malattie infettive in generale, e un aumento delle condizione degenerative della colonna vertebrale, probabilmente segno di una gran quantità di duro lavoro fisico. “L’aspettativa di vita alla nascita nella comunità preagricola era di circa 26 anni,” dice Armelagos, “ma nella comunità agricola era di 19 anni. Perciò questi episodi di stress nutrizionale e di malattie infettive stavano seriamente colpendo la loro capacità di sopravvivere.”

Le prove suggeriscono che gli indiani a Dickson Mounds, come molti altri popoli primitivi, intrapresero l’agricoltura non per scelta ma per necessità, in modo da nutrire il loro numero in costante crescita. “Non penso che la maggior parte dei cacciatori-raccoglitori si fosse messa a coltivare se non avessero dovuto farlo, e quando passarono all’agricoltura barattarono la qualità per la quantità,” dice Mark Cohen dell’Università Statale di New York a Plattsburgh, curatore con Armelagos di uno dei libri seminali sul tema, Paleopatologia alle origini dell’agricoltura. “Quando cominciai per la prima volta a portare avanti questo argomento dieci anni fa, non molte persone concordavano con me. Ora è diventata una rispettabile, benché controversa, parte del dibattito”.

Ci sono almeno tre insiemi di ragioni per spiegare la scoperta che l’agricoltura era negativa per la salute. Primo, i cacciatori-raccoglitori godevano di una dieta varia, mentre i primi contadini ottenevano la maggior parte del cibo da una sola o poche colture ricche di amido. I contadini ottenevano calorie economiche al costo di una nutrizione povera (oggi tre sole piante ad alto contenuto di carboidrati – grano, riso e mais – forniscono il grosso delle calorie consumate dalla specie umana, eppure ciascuna di queste è carente in certe vitamine o aminoacidi essenziali per la vita). In secondo luogo, a causa della dipendenza da un numero limitato di colture, i contadini correvano il rischio della carestia se una di queste veniva meno. Infine, il semplice fatto che l’agricoltura incoraggiava le persone ad aggregarsi insieme in società affollate, molte delle quali ingaggiavano commerci con altre società affollate, portò alla diffusione di parassiti e malattie infettive (alcuni archeologi pensano che fu l’affollamento, più che l’agricoltura, a favorire le malattie, ma questo è problema dell’uovo e della gallina, perché l’affollamento incoraggia l’agricoltura e viceversa). Le epidemie non potevano prendere piede quando le popolazioni erano sparse in piccole bande che si spostavano costantemente. La tubercolosi e la diarrea dovettero attendere il sorgere dell’agricoltura; il morbillo e la peste bubbonica, l’apparizione di grandi città.

Accanto alla malnutrizione, carestia, e malattie epidemiche, la coltivazione contribuì a portare un’altra maledizione sull’umanità: profonde divisioni di classe. I cacciatori-raccoglitori hanno poco o nessun cibo immagazzinato, e nessuna fonte concentrata di cibo, come un frutteto o una mandria di mucche: essi vivono sulla base delle piante e animali selvatici che ottengono ogni giorno. Per cui, non possono esserci re, né classi di parassiti sociali che ingrassano sul cibo sequestrato ad altri. Solo in una popolazione agricola un’élite in buona salute e non produttiva poteva imporsi sulle masse perseguitate dalle malattie. Gli scheletri dalle tombe greche a Micene, risalenti a circa il 1500 a.C., suggeriscono che i reali godevano di una dieta migliore dei cittadini comuni, dato che gli scheletri reali erano da 5 a 7,5 cm più alti e avevano denti migliori (in media, una carie o un dente mancante invece di sei). Tra le mummie cilene del 1000 d.C. circa, l’élite si distingueva non solo dagli ornamenti e dai fermagli d’oro per capelli, ma anche per un tasso quattro volte inferiore di lesioni ossee dovute a malattie.

Contrasti simili nella nutrizione e nella salute persistono tuttora su scala globale. Per la gente in Paesi ricchi come gli USA, suona ridicolo celebrare le virtù della caccia o della raccolta. Ma gli americani sono un’élite, dipendente dal petrolio e dai minerali che devono spesso essere importati da Paesi con salute e nutrizione peggiori. Se uno potesse scegliere tra essere un contadino in Etiopia o un boscimano raccoglitori nel Kalahari, quale sarebbe la scelta migliore, secondo voi?

L’agricoltura potrebbe aver incoraggiato anche l’ineguaglianza tra i sessi. Liberate dalla necessità di trasportare i propri bambini durante la vita nomadica, e sotto pressione per produrre più mani per arare i campi, le donne contadine tendevano ad avere gravidanze più frequenti delle loro controparti tra i cacciatori-raccoglitori – con le conseguenti perdite in salute. Presso le mummie cilene, per esempio, più donne che uomini avevano lesioni ossee da malattie infettive.

Le donne nelle società agricole erano spesso trattate come animali da soma. Nelle comunità agricole odierne della Nuova Guinea vedo spesso le donne vacillare sotto carichi di verdura e legna da ardere, mentre gli uomini camminano a mani vuote. Una volta, durante un’escursione laggiù per studiare degli uccelli, offrii di pagare alcuni abitanti di un villaggio per portare provviste da una pista di atterraggio al mio campo base di montagna. L’oggetto più pesante era un sacco di riso da 50 chili, che legai ad un palo e assegnai ad un gruppo di quattro uomini perché lo portassero a spalla insieme. Quando infine raggiunsi i paesani, gli uomini stavano portando carichi leggeri, mentre una sola, piccola donna, neanche del peso del sacco di riso, era curva sotto di esso, sostenendo il suo peso con una corda intorno alle tempie.

Quanto all’asserzione che l’agricoltura incoraggiò la fioritura dell’arte fornendoci tempo libero,  i moderni cacciatori-raccoglitori ne hanno almeno altrettanto dei contadini. Tutto il risalto dato al tempo libero come fattore critico mi pare fuori luogo. I gorilla hanno avuto un ampio tempo libero per costruire il proprio Partenone, se avessero voluto. Mentre gli avanzamenti tecnologici post-agricoli hanno reso possibili nuove forme di arte e più facile la conservazione dell’arte, grandi dipinti e sculture venivano prodotti dai cacciatori-raccoglitori 15.000 anni fa, e venivano ancora prodotte fino al secolo scorso da cacciatori-raccoglitori come alcuni eschimesi o indiani della costa Pacifica nordoccidentale.

Così con l’avvento dell’agricoltura un’élite migliorò la propria condizione, mentre la maggior parte della gente la peggiorò. Invece di bere la versione della fazione progressivista per cui scegliemmo l’agricoltura in quanto per noi positiva, ci dobbiamo chiedere come ci siamo rimasti intrappolati nonostante le sue falle.

Una risposta risiede nell’adagio: “la Storia è scritta dai vincitori”. L’agricoltura poteva sostenere molte più persone che la caccia, anche se con una peggiore qualità della vita. Le densità di popolazione dei cacciatori-raccoglitori raramente superano 1 persona ogni 40 km2, mentre gli agricoltori di media sono 100 volte tanto. In parte, ciò avviene perché un campo coltivato interamente a scopo alimentare permette di sfamare molte più bocche che una foresta con piante commestibili sparse qua e là. In parte, anche, è perché i cacciatori-raccoglitori nomadi devono mantenere le nascite spaziate da intervalli di quattro anni tra loro mediante infanticidio o altri mezzi, dato che una madre deve trasportare suo figlio finché non è abbastanza grande da tenere il passo degli adulti. Dato che le donne contadine non hanno questo fardello, esse possono partorire e spesso partoriscono un figlio ogni due anni.

Quando le densità di popolazione dei cacciatori-raccoglitori crebbero lentamente alla fine delle ere glaciali, le bande dovettero scegliere tra sfamare più bocche intraprendendo i primi passi verso l’agricoltura, oppure trovare un modo per limitare la crescita. Alcune bande scelsero la prima soluzione, non potendo individuare in anticipo i lati negativi dell’agricoltura, e sedotti dalla temporanea abbondanza di cui godettero prima che l’aumento della popolazione raggiungesse l’accresciuta produzione di cibo. Queste bande superarono in numero e quindi scacciarono o uccisero le bande che scelsero di rimanere cacciatori-raccoglitori, perché un centinaio di contadini malnutriti possono comunque avere la meglio su un cacciatore in buona salute. Non è che i cacciatori-raccoglitori abbandonarono il loro stile di vita, ma quelli abbastanza assennati da non abbandonarlo furono scacciati via da tutte le zone, eccetto quelle che non interessavano i contadini.

A questo punto è istruttivo richiamare la continua lamentela che l’archeologia è un lusso, interessata al passato remoto, che non offre lezioni per il presente. Gli archeologi che studiano il sorgere dell’agricoltura hanno ricostruito un passo cruciale in cui abbiamo fatto il peggior sbaglio nella storia umana. Obbligati a scegliere tra limitare la popolazione o cercare di aumentare la produzione di cibo,  scegliemmo la seconda via e finimmo con carestia, guerra e tirannia. I cacciatori-raccoglitori hanno praticato il più efficace e duraturo stile di vita nella storia umana. Di contro, noi stiamo ancora lottando con il disordine in cui ci gettato l’agricoltura, e non è chiaro se possiamo risolverlo.

Supponiamo che un archeologo venuto in visita dallo spazio tenti di spiegare la storia umana ai suoi simili. Potrebbe illustrare il risultato dei suoi scavi con un orologio da 24 ore in cui un’ora rappresenta 100.000 anni di tempo realmente passato. Se la storia della razza umana è cominciata a mezzanotte, allora noi ci troveremmo adesso quasi alla fine del nostro primo giorno. Abbiamo vissuto come cacciatori-raccoglitori per quasi tutto quel giorno, da mezzanotte attraverso l’alba, mezzodì, e il tramonto. Infine, alle 23:54, abbiamo adottato l’agricoltura. Mentre la nostra seconda mezzanotte si avvicina, la condizione dei contadini colpiti dalla fame si diffonderà fino ad avvolgerci tutti? O riusciremo in quale modo a conseguire le seducenti benedizioni che ci figuriamo dietro la facciata scintillante dell’agricoltura, e che finora ci sono sfuggite?

Questo articolo piace a 6 persone.