feb 26 2010

Non durerà per sempre

You see, professor, I think you were right with your lesson. Yeah, you told us that things are not going to be so easy as they used to be. Right, we saw that, too. It is what’s happening. You know, I remember when we came here from Yugoslavia. I was a child; I was 10 years old but I remember that very well. It was so different, here. We saw so much wealth: lights and cars and houses and stuff in the supermarkets. Yeah, we had never seen anything like that. In Yugoslavia there was nothing. And so, we were all very happy, but I think we made a big mistake. You know; I remember my grandfather. He was a good man; he could work metals; he could fix pots and pans and sharpen knives. So, he told me that I should learn his job; but I didn’t want to. I was very young; I wasn’t that smart but, see, professor, I think we all made the same mistake. Many of the old folks could do things. Like singing or playing instruments, buying and selling horses. But we can’t do that any more. We didn’t want to learn. We saw all this wealth, here, and we thought that there was no need of working so hard. If there was so much wealth; why couldn’t we share a little of it? We didn’t want to be rich; we just wanted a little – enough to live in peace. And we thought it would last forever. But, you are right, professor, it is not going to last forever. And now we are in trouble.

Vede, professore, penso che lei avesse ragione con la sua lezione. Sì, ci ha detto che le cose non saranno facili quanto lo erano prima. È giusto, anche noi ce ne siamo accorti. È quello che sta accadendo. Sa, mi ricordo quando arrivammo qui dalla Jugoslavia. Ero un bambino, avevo 10 anni ma me lo ricordo molto bene. Era così diverso, qui. Vedevamo tanta ricchezza: luci,macchine, case, roba nei supermercati. Non avevamo mai visto niente di simile. In Jugoslavia non c’era nulla. E così, eravamo tutti molto contenti, ma credo che abbiamo fatto un grosso errore. Mi ricordo mio padre, era un brav’uomo, sapeva lavorare i metalli, sapeva riparare pentole e tegami, e affilare coltelli. Mi diceva che avrei dovuto imparare il suo lavoro, ma non volevo. Ero molto giovane, non ero neppure molto sveglio, ma vede, professore, penso che abbiamo fatto tutti lo stesso errore. Molti dei nostri anziani sapevano fare delle cose, come cantare o suonare degli strumenti, o comprare e vendere cavalli. Ma noi non ne siamo più capaci. Non abbiamo voluto imparare. Qui abbiamo visto tutta questa ricchezza, e abbiamo pensato che non ci fosse bisogno di lavorare tanto sodo. Se c’era tanta ricchezza, perché non avremmo potuto condividerne un po’? Non volevamo essere ricchi, ci bastava solo un po’, abbastanza per una vita tranquilla. E pensavamo che sarebbe durato per sempre. Ma lei ha ragione, professore, non durerà per sempre. E ora siamo nei guai.

(Un Rom a Ugo Bardi, qualche giorno dopo una lezione sul picco del petrolio, riportato in “Gypsies at the peak”, su The Oil Drum: Europe, 2010)


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feb 20 2010

Falsa libertà

The habitual passenger must adopt a new set of beliefs and expectations if he is to feel secure in the strange world where both liaisons and loneliness are products of conveyance. To “gather” for him means to be brought together by vehicles. He comes to believe that political power grows out of the capacity of a transportation system, and in its absence is the result of access to the television screen. He takes freedom of movement to be the same as one’s claim on propulsion. He believes that the level of democratic process correlates to the power of transportation and communications systems. He has lost faith in the political power of the feet and of the tongue. As a result, what he wants is not more liberty as a citizen but better service as a client. He does not insist on his freedom to move and to speak to people but on his claim to be shipped and to be informed by media. He wants a better product rather than freedom from servitude to it. It is vital that he come to see that the acceleration he demands is self-defeating, and that it must result in a further decline of equity, leisure, and autonomy.

Per sentirsi sicuro nello strano mondo dove sia le relazioni che la solitudine sono prodotti dei mezzi di trasporto, il passeggero abituale deve adottare un nuovo insieme di credenze e aspettative. “Riunirsi” per lui significa essere collegati da veicoli. Arriva a credere che il potere politico discenda dalla capacità di un sistema di trasporto, e che in sua assenza sia il risultato dell’accesso allo schermo televisivo. Assume che la libertà di movimento sia un tutt’uno con un diritto alla propulsione. Crede che il livello del processo democratico sia correlato alla potenza dei sistemi di trasporto e  di comunicazione. Ha perso la fede nel potere politico dei piedi e della lingua. Come risultato, ciò che desidera non è più libertà come cittadino ma un miglior servizio come cliente. Non esige la propria libertà di muoversi e di parlare alla gente, ma la pretesa di essere trasferito e informato dai mezzi di massa. Vuole un prodotto migliore, piuttosto che la libertà dall’asservimento al prodotto. È cruciale che arrivi a capire che l’accelerazione da lui richiesta è frustrante, e che inevitabilmente porta ad un ulteriore declino dell’equità, del tempo libero e dell’autonomia.

(Ivan Illich, “Energy and equity”, in Toward a History of Needs, 1977)

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feb 18 2010

Alta Immobilità

Beyond a certain level of energy, used for the acceleration of any one person in traffic, the transportation industry immobilizes and enslaves the majority of nameless passengers, and provides only questionable marginal advantages to an Olympian elite. No new fuel, technology, or public control can keep the rising mobilization of society from producing increased harriedness, paralysis, and inequity.

Oltre un certo livello di energia, impiegato per far muovere più velocemente una qualsiasi singola persona, l’industria dei trasporti immobilizza e riduce in schiavitù la maggioranza dei passeggeri anonimi, e fornisce solo discutibili vantaggi marginali ad un’élite. Nessun nuovo carburante, tecnologia o controllo pubblico possono impedire che la crescente mobilizzazione della società produca un aumento della preoccupazione, della paralisi e dell’iniquità.

(Ivan Illich, “Tantalizing Needs”, in Toward a History of Needs, 1978)

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gen 10 2010

Michael Pollan: dal punto di vista delle piante

And agriculture suddenly appeared to me not as an invention, not as a human technology, but as a co-evolutionary development in which a group of very clever species, mostly edible grasses, had exploited us, figured out how to get us to basically deforest the world.

L’agricoltura improvvisamente non mi è apparsa come un’invenzione, come una tecnologia umana, ma come uno sviluppo coevolutivo in cui un gruppo di specie molto intelligenti, per la maggior parte erbe commestibili, ci ha sfruttato, ha scoperto come fare in modo che noi, essenzialmente, deforestassimo il mondo.

(anche con sottotitoli in italiano)

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lug 24 2009

Nuovi indigeni

Permaculture uses the patterns that are common to traditional cultures for design principles and models. The diversity of  design solutions, strategies, techniques and species are a toolkit towards new cultures of place. Wherever we live, we must become new indigenes.

La permacultura usa gli schemi che sono comuni nelle culture tradizionali per trarne principi e modelli di progetto. La varietà delle soluzioni progettuali, delle strategie, delle tecniche e delle specie sono strumenti verso nuove culture locali. Ovunque noi viviamo, dobbiamo diventare dei nuovi indigeni.

(David Holmgren, Permaculture: Principles and Pathways Beyond Sustainability, 2002)

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lug 15 2009

Il costo della complessità

It is widely believed that human ingenuity, design skill and culture are the keys to the second industrial revolution, but EMERGY analysis suggests these less concrete forms of human and social capital are themselves the product of past embodied energy from fossil sources. Although this informational infrastructure is more flexible and enduring than physical infrastructure, like other forms of embodied energy it is subject to gradual depreciation over time. Thus the current rash of brilliant breakthroughs in industrial redesign and engineering can be seen as the natural products of half a century of social democratic politics, education, welfare and other social products of affluence, all refined and honed by twenty years of more laissez-faire capitalism and individualism.

While I am not suggesting that the bonanza of technological innovation is almost spent, there are plenty of indications that huge resources will need to be invested in coming decades to rebuild the depleted social capital which has been the source of current successes.

From a permaculture prospective, most of the existing human and social capital is configured to solve large-scale technological and industrial problems within a framework of market capitalism. Even when more socially and environmental valuable outcomes are mandated, our cultural bias in training and culture causes us to continue to reinvent the old problems in new forms.

(David Holmgren, Permaculture: Principles and Pathways Beyond Sustainability, 2002)


apr 1 2009

Ricominciamo dalle basi.

Alle volte mi balena in mente una cosa: spesso do per scontate certe verità che reputo ormai assodate. Invece non per tutti sono tali: per questo, spesso è meglio ribadire anche ciò che pare ovvio.

Comprare un’auto, qualsiasi auto, resta un atto profondamente negativo per l’ambiente. Le auto sono sistemi meccanici complessi, e richiedono un sacco di energia per la fabbricazione e la distribuzione. Prima di lasciare il concessionario, un’auto in media ha già prodotto 600kg di CO2. Data quest’emissione iniziale nell’atmosfera, ci vorrebbero 24000 km percorsi prima che l’acquisto di una nuova Prius abbia più senso che scegliere una Ford Focus usata.
(Tom Whipple, Green cars: will someone hit the accelerator, dal Times Online – via Petrolio)

Si può fare anche meglio: sfruttare la fortuna di avere un sistema urbano ben migliore di quello USA, e fare a meno del tutto dei sarcofagi ambulanti. Ma già la piccola presa di coscienza suggerit da Whipple, in uno scenario dove si cerca di procrastinare il disastro aiutando FIAT, GM a continuare a far danni, è già qualcosa.


gen 14 2009

La rivoluzione dimenticata

Immagine di La rivoluzione dimenticata

Riflessioni ispirate dalla lettura di “La rivoluzione dimenticata – il pensiero scientifico greco e  la scienza moderna” di Lucio Russo

“La rivoluzione dimenticata” è un libro uscito 12 anni or sono (novembre 1996) che ha dato il via ad un certo dibattito tra gli storici della scienza: la tesi del prof. Russo è che, a dispetto della vulgata corrente e dei pregiudizi calcificati nell’insegnamento scolastico e universitario, il pensiero scientifico ellenistico avesse raggiunto livelli, sia nel metodo che nei risultati, tanto maturi da non essere pareggiati dalla nascente scienza moderna non solo prima di Galileo e Newton, ma in certi casi persino prima del XIX secolo.

Il prof. Russo argomenta con la competenza scientifica propria della sua formazione fisico-matematica, abbinata ad una perizia filologica e ad un “senso del tempo” proprio degli storici, con cui mette continuamente in guardia contro i pericoli del comprimere in un amalgama indifferenziato quasi un millennio di pensiero antico, da Talete a Tolomeo: una combinazione rara da trovare e che posiziona il libro tra le importanti opere multidisciplinari della saggistica recente, quali ad esempio quelle di Jared Diamond.

Se cito il famoso biologo-antropologo-biogeografo (troncando abbastanza presto la lista degli appellativi che potrebbero essergli attribuiti), e se parlo del libro del prof. Russo in questo ambito, è perché col tempo “La rivoluzione dimenticata” ha acquisito altre implicazioni oltre a quelle, più immediate, dibattute tra gli epistemologi e gli storici della scienza. Col senno di poi, quello in cui certi concetti e vocaboli sono diventati ricorrenti e certe categorie fondamentali, ci si accorge che il libro del prof. Russo parla di un picco della conoscenza, di un brusco stop ad un sistema scientifico-tecnologico che andava formandosi e di un lento declino seguito dai primi segnali di una ripresa almeno altrettanto lenta.

Non ho le competenze per una trattazione organica delle riflessioni ispirate dalla lettura, né ci sarebbe spazio a sufficienza. Mi limito quindi ad elencare alcuni spunti.

A dispetto della visione tradizionale degli ultimi tre secoli a. C. come un periodo di passaggio, in parte anche di decadenza, dalla Grecia classica verso la sintesi greco-romana dell’età imperiale, il prof. Russo puntualizza costantemente il netto scarto culturale tra la fase ellenistica propriamente detta e il periodo della dominazione romana sul Mediterraneo, ponendo come data non solo simbolica la persecuzione della classe dirigente greca ad Alessandria da parte di Tolomeo VIII detto Evergete II, nel biennio 145-144 a. C.: una netta cesura dell’attività scientifica del principale centro di produzione del sapere, con una motivazione politica (la vendetta contro gli oppositori) che richiama alla mente l’interruzione delle esplorazioni navali da parte dell’imperatore Ming al tempo di Zheng He (un fatto che Diamond porta ad esempio di come le decisioni di un forte potere centralizzato riescano ad avere influenze anche a lungo termine sullo sviluppo di una civiltà), a cui si associa il probabile appoggio, se non ispirazione, da parte della Repubblica romana in piena fase espansionistica – è di questi stessi anni la distruzione di Cartagine e la conquista della penisola greca. È evidente come i romani temessero una dirigenza quasi tecnocratica che aveva fatto la fortuna, politicamente ed economicamente, dell’Egitto tolemaico.

Questo ruolo determinante di un’élite scientifica contrasta con l’immagine di un sapere avanzato ma del tutto disinteressato alle applicazioni pratiche e tecnologiche. È un ritratto figlio in parte della mancanza di testimonianze e della lacunosità delle ricerche in merito, in parte del fallimento del dialogo tra la storiografia, la filologia e le scienze, in parte del senso di eccezionalità dell’uomo moderno che si sente parte di un progresso necessario ed in continuo avanzamento. Ritrovamenti come il meccanismo di Anticitera, però, mostrano quanto le nostre conoscenze su quel periodo siano tutto sommato scarse, se un oggetto così complesso risulta tanto fuori posto da essere stato accusato di essere una falsificazione. Il prof. Russo mostra come sia avvenuto un appiattimento di prospettiva che ci ha portato a ritenere che l’eolipila, il giocattolo a vapore di Erone, uno studioso molto inferiore per caratura rispetto ad Archimede, Euclide e Ipparco, e ad essi successivo almeno di 3 secoli (quanto noi rispetto a Newton), potesse essere “l’ultimo ritrovato della tecnica” di una civiltà capace di ben altri risultati in tutti i campi limitrofi del sapere. Il punto cruciale è nella credenza quasi teologica che i testi rimasti dalla selezione millenaria e multicausale siano i più rappresentativi della cultura antica, quasi che una mano invisibile guidi la combinazione tra le innumerevoli manifestazioni del caso e le molteplici vie percorse dalla memoria collettiva.

Il prof. Russo evidenzia questa fallacia, e dimostra come già dall’inizio dell’era imperiale fosse iniziata una selezione sui testi e soprattutto sui risultati dovuta principalmente alla perdita del concetto di teoria scientifica che era stato alla base di tali scoperte. Intellettuali noti come Plinio o Seneca appaiono nani al confronto coi predecessori che citano senza evidentemente comprendere, da una parte aprendo la via alla riscossa della superstizione e delle discipline magiche, dall’altra portando sulla scena il fattore di selezione principale, l’utilità. Vengono così tramandate, paradossalmente con l’assunto dell’avversione per le applicazioni pratiche delle scoperte scientifiche, proprio quelle scoperte che le hanno più immediate, a portata di un mondo più rozzo e decisamente prescientifico come quello romano: e qui sta il doppio volto della fallacia suddetta, ovvero il pretendere che il parametro dell’utilità sia universale e di fatto astorico, e che la favoletta di questi greci così dannatamente nerd spieghi la presunta assenza di macchine complesse nell’antichità meglio dei tentativi di ricostruire un percorso storico in cui tali macchine siano state, ad un certo punto, relegate al rango di curiosità da luna park imperiali, quando non dimenticate prima di tornare in Europa grazie agli arabi. La continuità fra la scienza ellenistica e quella moderna dei secoli XVI, XVII e XVIII è però dimostrata più volte, si potrebbe dire, al di là di ogni ragionevole dubbio, puntualizzando come da Copernico, a Keplero, a Galileo, a Newton, si cercasse esplicitamente di recuperare le fila e ricostruire un sapere che era giunto solo in modo parziale: il prof. Russo evidenzia, a costo di cadere nella lesa maestà, come talvolta i padri della scienza moderna citino direttamente i grandi scienziati antichi senza peraltro arrivare a capirli fino in fondo, restando cioè un passo indietro rispetto ad essi.

Questa prospettiva ha delle conseguenze di rilievo. La prima è che nella ricerca di confronti con le civiltà passate, alla ricerca di similitudini e dinamiche ricorrenti che possano spiegare meglio l’evoluzione della nostra, ci si è forse concentrati troppo poco su quella ellenistica, distinta da quella dominatrice di Roma e dal suo appetibile e paradigmatico crollo di gibboniana memoria. La cultura greca successiva all’impresa di Alessandro Magno associa elementi moderni quali un pensiero scientifico maturo e, secondo Russo, al centro dell’evoluzione politico-economica, alle dinamiche di fusione tra culture ed etnie diverse in un modo ben più virtuoso delle spinte centrifughe tardo-imperiali a cui, per analogia, si è usato spesso accostare la relazione tra l’impero USA e il mondo, limitandosi troppo ad una visione conflittuale e tralasciando l’analisi, come invece preme a Serge Latouche, delle culture locali assorbite da una koinè grecofona allora e anglofona adesso. In più, la storia della “rivoluzione dimenticata” è sicuramente la prima pietra di paragone per valutare il destino di un corpus di sapere scientifico avanzato nel crollo del mondo che lo aveva partorito e nel declino di quello che lo aveva, in qualche modo, adottato.

Un altro aspetto sta nell’incipiente trasformazione del sistema economico ellenistico, poi troncato dalla conquista romana. Il prof. Russo si guarda bene dal definire capitalistico il modo di produzione dell’epoca, che comunque aveva diverse caratteristiche simili a quelle dei secoli della rivoluzione industriale (e in modo illuminante evidenzia come l’immagine più viva dell’industria moderna, la fabbrica di “Tempi Moderni” di Chaplin, sia popolata di elementi meccanici noti fin dall’ellenismo), ma non evita di affrontare il problema, anche ad esempio in chiave urbanistica, giustificando la nascita di una pianificazione urbana con la mutazione del ruolo della città non più esclusivamente centro di consumo e di amministrazione, ma anche di produzione economica. Mostra esplicitamente come quel periodo risulti quasi una parentesi nel modo di produzione schiavistico della Grecia classica prima e di Roma poi, ma (comprensibilmente, visto che si trova già ai confini dell’ambito che ha scelto per la sua trattazione) si ferma prima di coniugare questo aspetto, e in generale l’ottica “economica”, alla questione della domanda di energia con le fonti naturali – forza animale, energia idraulica, energia eolica – trattate altrove per dimostrare l’esistenza di macchine ad elevata efficienza. L’impressione, anzi l’affascinante idea che si fa avanti sulle prime, è quella di un mondo complesso, a tecnologia avanzata, dannatamente simile al nostro perché nostro diretto ascendente, basato praticamente su fonti rinnovabili. Ma è un mondo che sembra comunque anticipare dei risvolti della civiltà moderna, ad esempio nella trasformazione dell’ambiente: nei carotaggi del ghiaccio groenlandese, al livello relativo alla prima età imperiale, risulta un picco dell’inquinamento da piombo e da rame, forse uno dei primi esempi tangibili di un effetto a lungo raggio dell’attività antropica; o, soprattutto, nelle dinamiche di crescita: Russo cita il caso del boom demografico dell’Egitto ellenistico, che da 3 milioni di abitanti, grazie ad un sfruttamento più avveduto del terreno, toccò quota 8 milioni, incidentalmente pari alla popolazione prevista (ma non ancora raggiunta nuovamente) all’inizio del 1800 con un utilizzo ottimale delle risorse mediante la tecnologia del tempo.

Ci troviamo quindi davanti ad una società vicina a noi, in condizioni al contorno (clima, territorio, risorse) quasi identiche, ma priva di molte incrostazioni ideologiche spesso ringraziate o accusate, a seconda delle idee di chi parla, dello sviluppo sostanzialmente incontrollato che appare oggi pericoloso e insostenibile: dallo spirito protestante del capitalismo all’idea di progresso necessario, all’imperativo demografico biblico (anzi, in generale si tratta quasi di una civiltà di fatto agnostica, al di là del mantenimento cerimoniale dei culti). Ma basandosi sulla ricostruzione del prof. Russo sembra quasi una falsa partenza, fermata solo per motivi contingenti più che strutturali, dell’esperimento in cui noi, adesso, ci troviamo immersi. Pare anzi essere il momento in cui si genera gran parte di quel sapere e di quei risultati pratici a cui si abbevereranno, in misura diversa, tutte le culture europee e mediorientali nel momento in cui uscirà il loro numero nella lotteria della Storia per trasformarsi in civiltà (romani, arabi, europei tardo-medioevali).

Non possiamo sapere “cosa sarebbe successo se” Tolomeo VIII Evergete II non avesse distrutto l’élite greca di Alessandria, o più appropriatamente se in generale non fosse sorta a breve distanza una civiltà concorrente solida come quella romana. Sono tipo di domande che spesso più che giustamente si rifuggono, qualora siano poste per costruire castelli in aria o utopie pericolose: ritengo però che abbia senso porsele quando servono per mettere in discussione fattori in gioco poco evidenti e instillare la sana pratica del dubbio.

Forse i cenni di crescita e sviluppo di quel periodo, proseguiti per un certo tempo sotto i Cesari grazie anche al retaggio di quella tecnologia, avrebbero raggiunto uno stato stazionario? Avrebbero evitato il “salto” all’uso massiccio dei combustibili fossili? O il sapere scientifico, oltre un certo livello, è un amico mortale che eutrofizza l’alga fino a soffocare lo stagno, a prescindere da ciò che in ultima analisi lo alimenta, che siano fonti rinnovabili o carbone e petrolio?
Nel linguaggio della teoria dei sistemi: se la scienza di tipo ellenistico-occidentale comporta un elevato guadagno del sistema, probabilmente con dinamiche di feedback positivo sul progresso della scienza stessa, dove sta il meccanismo di controllo che rende stabile il sistema?

(articolo pubblicato originariamente sul blog ASPOItalia)

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gen 13 2009

Non negoziabile

“Se fosse dipeso da lui, Joel avrebbe messo in piedi una serie di mercati locali in cui i codici a barre non fossero necessari, anziché cercare di rinforzarli – ovvero di rendere più trasparente la catena alimentare industriale con nuove tecnologie o certificazioni. Mi accorsi a questo punto, con una certa apprensione, che la sua visione agropastorale non teneva abbastanza conto del fatto che la maggioranza di noi vive in grandi città, cioè in luoghi assai distanti dalle zone di produzione e con poche opportunità per il marketing relazionale. Gli chiesi allora come avrebbe fatto a rientrare nel suo modello di economie locali una metropoli come New York. La sua risposta mi fece sobbalzare: 'E perché deve necessariamente esistere un posto come New York? A che serve?'”
(Michael Pollan, “Il dilemma dell'onnivoro”, Adelphi)


gen 11 2009

Biologico industriale

Qualche anno fa, durante un convegno sull'agricoltura biologica in California, un rappresentante delle grandi aziende del settore disse ad un piccolo coltivatore che faceva fatica a sopravvivere nel mondo competitivo del business industriale: “Dovrebbe cercare di crearsi una nicchia, per distinguersi dai concorrenti nel mercato”. Cercando di contenere la rabbia, questi rispose con tutta la calma che gli era possibile: “Caro signore, la mia nicchia me la sono fatta vent'anni fa. Si chiama 'biologico', e oggi lei ci sta seduto sopra”.
(Michael Pollan, “Il dilemma dell'onnivoro”, Adelphi)