Credenze

Bill of Mortality - ©Dial_m - licenza CC BY-NC-SA

Bill of Mortality - ©Dial_m - licenza CC BY-NC-SA

An intriguing aspect of historical beliefs about infectious disease is that the common folk were proved to be right in the long run, and the educated were mostly wrong. The priesthood pushed the idea that disease came from the gods. People were told to stop sinning and to pray for forgiveness, not waste time attempting to understand disease. Rationalist intellectuals put forward a range of theories based on factors such as diet, personality, climate, dirt, decay, and offensive odors of various sorts. Until the last century or two, most intellectuals rejected the idea that disease was contagious.
However, the behavior of the population-at-large suggests that ordinary people were aware that disease was often contagious. Avoiding contact with those infected by typhoid, plague, smallpox, and malaria was a sensible precaution. During the 1600s, the wealthier inhabitants of London kept an eye on the weekly “Bills of Mortality,” much as we tune in to the weather report nowadays. These “bills” were lists of recent deaths and their causes. When the number of cases of something especially nasty, like plague or smallpox, rose higher than normal, the wealthy fled London for their country estates and left the poor to take their chances.
Why did the scientific establishment take so long to realize that diseases are transmitted from one victim to another? I believe two factors are at work. First, many diseases are not directly contagious. Thus, although malaria is spread from person to person, it is carried by mosquitoes, and a person cannot catch it through direct contact with a human sufferer. Bubonic plague is even more confusing. It can be spread from person to person, but it is usually transmitted by fleas. From a practical viewpoint, avoiding those infected is still a good strategy—you would be less likely to be bitten by the same flea or mosquito. From an intellectual viewpoint, the observed lack of direct transmission favored the various environmental theories. Second, the technology to actually see microorganisms is of relatively recent origin. Speculation about tiny invisible germs goes back to the Roman author Varro (116–26 B.C.), but demonstrating their existence requires more than mere words: It requires a microscope.

Un aspetto interessante delle credenze storiche sulle malattie infettive è che sulla lunga distanza è stato dimostrato che il popolino aveva ragione, mentre le persone istruite per la maggior parte avevano torto. Il clero spingeva l’idea che le malattie provenivano dagli dèi. Alla gente si diceva di smettere di peccare e di pregare per il perdono, e di non perdere tempo nel cercare di comprendere le malattie. Gli intellettuali razionalisti avanzavano una serie di teorie basate su fattori come la dieta, la personalità, il clima, lo sporco, la decomposizione, e odori ripugnanti di varia natura. Fino agli ultimi uno o due secoli, la maggior parte degli intellettuali rifiutava l’idea che le malattie fossero contagiose.
Tuttavia, il comportamento della massa della popolazione indica che la gente comune era consapevole che le malattie erano spesso contagiose. Evitare il contatto con i malati di tifo, peste, vaiolo e malaria era una precauzione sensata. Nel 1600, gli abitanti più ricchi di Londra tenevano d’occhio i “Bills of Mortality” settimanali, più o meno come noi oggi ci sintonizziamo sulle previsioni del tempo. Queste affissioni erano liste di decessi recenti e delle loro cause. Quando il numero di casi di qualcosa di particolarmente orribile, come la peste o il vaiolo, aumentava oltre la norma, i ricchi lasciavano Londra per le loro proprietà in campagna, lasciando i poveri alla loro sorte.
Perché le istituzioni scientifiche impiegarono così tanto per rendersi conto che le malattie vengono trasmesse da una vittima all’altra? Credo che abbiano operato due fattori. Primo, molte malattie non sono direttamente contagiose. Per questo, anche se la malaria si diffonde da una persona all’altra, è portata dalle zanzare, e una persona non può contrarla per contatto diretto con un umano infetto. La peste bubbonica induce ancora più confusione. Può essere diffusa da persona a persona, ma di solito è trasmessa dalle pulci. Da un punto di vista pratico, evitare gli infetti è ancora una buona strategia — è più difficile essere punti dalla medesima pulce o zanzara. Da un punto di vista intellettuale, l’assenza di trasmissione diretta favorì le varie teorie ambientali. In secondo luogo, la tecnologia per osservare effettivamente i microorganismi è di origine relativamente recente. La speculazione riguardo minuscoli germi invisibili risale all’autore romano Varrone (116-26 a.C.), ma la dimostrazione della loro esistenza richiede qualcosa di più delle semplici parole: richiede un microscopio.

(David Clark, Germs, Genes, and Civilization, 2010)

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La rivoluzione dimenticata

Immagine di La rivoluzione dimenticata

Riflessioni ispirate dalla lettura di “La rivoluzione dimenticata – il pensiero scientifico greco e  la scienza moderna” di Lucio Russo

“La rivoluzione dimenticata” è un libro uscito 12 anni or sono (novembre 1996) che ha dato il via ad un certo dibattito tra gli storici della scienza: la tesi del prof. Russo è che, a dispetto della vulgata corrente e dei pregiudizi calcificati nell’insegnamento scolastico e universitario, il pensiero scientifico ellenistico avesse raggiunto livelli, sia nel metodo che nei risultati, tanto maturi da non essere pareggiati dalla nascente scienza moderna non solo prima di Galileo e Newton, ma in certi casi persino prima del XIX secolo.

Il prof. Russo argomenta con la competenza scientifica propria della sua formazione fisico-matematica, abbinata ad una perizia filologica e ad un “senso del tempo” proprio degli storici, con cui mette continuamente in guardia contro i pericoli del comprimere in un amalgama indifferenziato quasi un millennio di pensiero antico, da Talete a Tolomeo: una combinazione rara da trovare e che posiziona il libro tra le importanti opere multidisciplinari della saggistica recente, quali ad esempio quelle di Jared Diamond.

Se cito il famoso biologo-antropologo-biogeografo (troncando abbastanza presto la lista degli appellativi che potrebbero essergli attribuiti), e se parlo del libro del prof. Russo in questo ambito, è perché col tempo “La rivoluzione dimenticata” ha acquisito altre implicazioni oltre a quelle, più immediate, dibattute tra gli epistemologi e gli storici della scienza. Col senno di poi, quello in cui certi concetti e vocaboli sono diventati ricorrenti e certe categorie fondamentali, ci si accorge che il libro del prof. Russo parla di un picco della conoscenza, di un brusco stop ad un sistema scientifico-tecnologico che andava formandosi e di un lento declino seguito dai primi segnali di una ripresa almeno altrettanto lenta.

Non ho le competenze per una trattazione organica delle riflessioni ispirate dalla lettura, né ci sarebbe spazio a sufficienza. Mi limito quindi ad elencare alcuni spunti.

A dispetto della visione tradizionale degli ultimi tre secoli a. C. come un periodo di passaggio, in parte anche di decadenza, dalla Grecia classica verso la sintesi greco-romana dell’età imperiale, il prof. Russo puntualizza costantemente il netto scarto culturale tra la fase ellenistica propriamente detta e il periodo della dominazione romana sul Mediterraneo, ponendo come data non solo simbolica la persecuzione della classe dirigente greca ad Alessandria da parte di Tolomeo VIII detto Evergete II, nel biennio 145-144 a. C.: una netta cesura dell’attività scientifica del principale centro di produzione del sapere, con una motivazione politica (la vendetta contro gli oppositori) che richiama alla mente l’interruzione delle esplorazioni navali da parte dell’imperatore Ming al tempo di Zheng He (un fatto che Diamond porta ad esempio di come le decisioni di un forte potere centralizzato riescano ad avere influenze anche a lungo termine sullo sviluppo di una civiltà), a cui si associa il probabile appoggio, se non ispirazione, da parte della Repubblica romana in piena fase espansionistica – è di questi stessi anni la distruzione di Cartagine e la conquista della penisola greca. È evidente come i romani temessero una dirigenza quasi tecnocratica che aveva fatto la fortuna, politicamente ed economicamente, dell’Egitto tolemaico.

Questo ruolo determinante di un’élite scientifica contrasta con l’immagine di un sapere avanzato ma del tutto disinteressato alle applicazioni pratiche e tecnologiche. È un ritratto figlio in parte della mancanza di testimonianze e della lacunosità delle ricerche in merito, in parte del fallimento del dialogo tra la storiografia, la filologia e le scienze, in parte del senso di eccezionalità dell’uomo moderno che si sente parte di un progresso necessario ed in continuo avanzamento. Ritrovamenti come il meccanismo di Anticitera, però, mostrano quanto le nostre conoscenze su quel periodo siano tutto sommato scarse, se un oggetto così complesso risulta tanto fuori posto da essere stato accusato di essere una falsificazione. Il prof. Russo mostra come sia avvenuto un appiattimento di prospettiva che ci ha portato a ritenere che l’eolipila, il giocattolo a vapore di Erone, uno studioso molto inferiore per caratura rispetto ad Archimede, Euclide e Ipparco, e ad essi successivo almeno di 3 secoli (quanto noi rispetto a Newton), potesse essere “l’ultimo ritrovato della tecnica” di una civiltà capace di ben altri risultati in tutti i campi limitrofi del sapere. Il punto cruciale è nella credenza quasi teologica che i testi rimasti dalla selezione millenaria e multicausale siano i più rappresentativi della cultura antica, quasi che una mano invisibile guidi la combinazione tra le innumerevoli manifestazioni del caso e le molteplici vie percorse dalla memoria collettiva.

Il prof. Russo evidenzia questa fallacia, e dimostra come già dall’inizio dell’era imperiale fosse iniziata una selezione sui testi e soprattutto sui risultati dovuta principalmente alla perdita del concetto di teoria scientifica che era stato alla base di tali scoperte. Intellettuali noti come Plinio o Seneca appaiono nani al confronto coi predecessori che citano senza evidentemente comprendere, da una parte aprendo la via alla riscossa della superstizione e delle discipline magiche, dall’altra portando sulla scena il fattore di selezione principale, l’utilità. Vengono così tramandate, paradossalmente con l’assunto dell’avversione per le applicazioni pratiche delle scoperte scientifiche, proprio quelle scoperte che le hanno più immediate, a portata di un mondo più rozzo e decisamente prescientifico come quello romano: e qui sta il doppio volto della fallacia suddetta, ovvero il pretendere che il parametro dell’utilità sia universale e di fatto astorico, e che la favoletta di questi greci così dannatamente nerd spieghi la presunta assenza di macchine complesse nell’antichità meglio dei tentativi di ricostruire un percorso storico in cui tali macchine siano state, ad un certo punto, relegate al rango di curiosità da luna park imperiali, quando non dimenticate prima di tornare in Europa grazie agli arabi. La continuità fra la scienza ellenistica e quella moderna dei secoli XVI, XVII e XVIII è però dimostrata più volte, si potrebbe dire, al di là di ogni ragionevole dubbio, puntualizzando come da Copernico, a Keplero, a Galileo, a Newton, si cercasse esplicitamente di recuperare le fila e ricostruire un sapere che era giunto solo in modo parziale: il prof. Russo evidenzia, a costo di cadere nella lesa maestà, come talvolta i padri della scienza moderna citino direttamente i grandi scienziati antichi senza peraltro arrivare a capirli fino in fondo, restando cioè un passo indietro rispetto ad essi.

Questa prospettiva ha delle conseguenze di rilievo. La prima è che nella ricerca di confronti con le civiltà passate, alla ricerca di similitudini e dinamiche ricorrenti che possano spiegare meglio l’evoluzione della nostra, ci si è forse concentrati troppo poco su quella ellenistica, distinta da quella dominatrice di Roma e dal suo appetibile e paradigmatico crollo di gibboniana memoria. La cultura greca successiva all’impresa di Alessandro Magno associa elementi moderni quali un pensiero scientifico maturo e, secondo Russo, al centro dell’evoluzione politico-economica, alle dinamiche di fusione tra culture ed etnie diverse in un modo ben più virtuoso delle spinte centrifughe tardo-imperiali a cui, per analogia, si è usato spesso accostare la relazione tra l’impero USA e il mondo, limitandosi troppo ad una visione conflittuale e tralasciando l’analisi, come invece preme a Serge Latouche, delle culture locali assorbite da una koinè grecofona allora e anglofona adesso. In più, la storia della “rivoluzione dimenticata” è sicuramente la prima pietra di paragone per valutare il destino di un corpus di sapere scientifico avanzato nel crollo del mondo che lo aveva partorito e nel declino di quello che lo aveva, in qualche modo, adottato.

Un altro aspetto sta nell’incipiente trasformazione del sistema economico ellenistico, poi troncato dalla conquista romana. Il prof. Russo si guarda bene dal definire capitalistico il modo di produzione dell’epoca, che comunque aveva diverse caratteristiche simili a quelle dei secoli della rivoluzione industriale (e in modo illuminante evidenzia come l’immagine più viva dell’industria moderna, la fabbrica di “Tempi Moderni” di Chaplin, sia popolata di elementi meccanici noti fin dall’ellenismo), ma non evita di affrontare il problema, anche ad esempio in chiave urbanistica, giustificando la nascita di una pianificazione urbana con la mutazione del ruolo della città non più esclusivamente centro di consumo e di amministrazione, ma anche di produzione economica. Mostra esplicitamente come quel periodo risulti quasi una parentesi nel modo di produzione schiavistico della Grecia classica prima e di Roma poi, ma (comprensibilmente, visto che si trova già ai confini dell’ambito che ha scelto per la sua trattazione) si ferma prima di coniugare questo aspetto, e in generale l’ottica “economica”, alla questione della domanda di energia con le fonti naturali – forza animale, energia idraulica, energia eolica – trattate altrove per dimostrare l’esistenza di macchine ad elevata efficienza. L’impressione, anzi l’affascinante idea che si fa avanti sulle prime, è quella di un mondo complesso, a tecnologia avanzata, dannatamente simile al nostro perché nostro diretto ascendente, basato praticamente su fonti rinnovabili. Ma è un mondo che sembra comunque anticipare dei risvolti della civiltà moderna, ad esempio nella trasformazione dell’ambiente: nei carotaggi del ghiaccio groenlandese, al livello relativo alla prima età imperiale, risulta un picco dell’inquinamento da piombo e da rame, forse uno dei primi esempi tangibili di un effetto a lungo raggio dell’attività antropica; o, soprattutto, nelle dinamiche di crescita: Russo cita il caso del boom demografico dell’Egitto ellenistico, che da 3 milioni di abitanti, grazie ad un sfruttamento più avveduto del terreno, toccò quota 8 milioni, incidentalmente pari alla popolazione prevista (ma non ancora raggiunta nuovamente) all’inizio del 1800 con un utilizzo ottimale delle risorse mediante la tecnologia del tempo.

Ci troviamo quindi davanti ad una società vicina a noi, in condizioni al contorno (clima, territorio, risorse) quasi identiche, ma priva di molte incrostazioni ideologiche spesso ringraziate o accusate, a seconda delle idee di chi parla, dello sviluppo sostanzialmente incontrollato che appare oggi pericoloso e insostenibile: dallo spirito protestante del capitalismo all’idea di progresso necessario, all’imperativo demografico biblico (anzi, in generale si tratta quasi di una civiltà di fatto agnostica, al di là del mantenimento cerimoniale dei culti). Ma basandosi sulla ricostruzione del prof. Russo sembra quasi una falsa partenza, fermata solo per motivi contingenti più che strutturali, dell’esperimento in cui noi, adesso, ci troviamo immersi. Pare anzi essere il momento in cui si genera gran parte di quel sapere e di quei risultati pratici a cui si abbevereranno, in misura diversa, tutte le culture europee e mediorientali nel momento in cui uscirà il loro numero nella lotteria della Storia per trasformarsi in civiltà (romani, arabi, europei tardo-medioevali).

Non possiamo sapere “cosa sarebbe successo se” Tolomeo VIII Evergete II non avesse distrutto l’élite greca di Alessandria, o più appropriatamente se in generale non fosse sorta a breve distanza una civiltà concorrente solida come quella romana. Sono tipo di domande che spesso più che giustamente si rifuggono, qualora siano poste per costruire castelli in aria o utopie pericolose: ritengo però che abbia senso porsele quando servono per mettere in discussione fattori in gioco poco evidenti e instillare la sana pratica del dubbio.

Forse i cenni di crescita e sviluppo di quel periodo, proseguiti per un certo tempo sotto i Cesari grazie anche al retaggio di quella tecnologia, avrebbero raggiunto uno stato stazionario? Avrebbero evitato il “salto” all’uso massiccio dei combustibili fossili? O il sapere scientifico, oltre un certo livello, è un amico mortale che eutrofizza l’alga fino a soffocare lo stagno, a prescindere da ciò che in ultima analisi lo alimenta, che siano fonti rinnovabili o carbone e petrolio?
Nel linguaggio della teoria dei sistemi: se la scienza di tipo ellenistico-occidentale comporta un elevato guadagno del sistema, probabilmente con dinamiche di feedback positivo sul progresso della scienza stessa, dove sta il meccanismo di controllo che rende stabile il sistema?

(articolo pubblicato originariamente sul blog ASPOItalia)

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